DIBATTITO SULLE CONSEGUENZE DELLA LEGGE DI PROTEZIONE DEGLI AGENTI AL SERVIZIO DEGLI STATI UNITI NELLE RELAZIONI TRANSATLANTICHE - INTERVENTO DI EMMA BONINO

Strasburgo, 4 luglio 2002

Bonino (NI). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, da europeista convinta, da filoamericana convinta e soprattutto da testarda e convinta sostenitrice, da oltre dieci anni, della necessità di istituire la Corte penale internazionale, non ho mai pensato che questo strumento, proprio per la sua importanza, avrebbe potuto entrare in funzione senza problemi. Ho sempre pensato che questo strumento, proprio perché marca un cambiamento epocale, avrebbe certamente incontrato resistenze d'ogni tipo: quelle più aperte e anche più trasparenti, ancorché inaccettabili, degli amici americani, ma anche quelle di altri; vorrei che non dimenticassimo l'ostilità e l'ostruzionismo di altre grandi potenze alle prese con problemi e addirittura crimini interni - parlo di proposito degli amici cinesi e di altri - che osteggiano anch'essi la Corte penale internazionale, senza peraltro essere capaci di affrontare con dignità un aperto dibattito. E' importante quindi dibattere e discutere tra alleati nel rispetto reciproco, senza cercare di far valere chissà quale superiore civiltà giuridica, ma decisi ad affermare il nostro punto di vista. E con tutto il dovuto rispetto all'amministrazione americana, vorrei ricordare ad essa che la Corte penale internazionale è uno strumento destinato a rimanere nel tempo, mentre i dirigenti politici sono, per definizione, destinati a cambiare. Forse è anche nostro compito impegnarci al massimo delle nostre possibilità per rendere efficace questo strumento, convinti come siamo che future amministrazioni degli amici americani possano eventualmente cambiare opinione e avvalersi esse stesse dell'importante strumento che offriamo loro. Come giustamente ha fatto notare il Consiglio, qualcosa di analogo sta avvenendo a proposito della questione della pena di morte, in cui il dialogo ha portato ad importanti passi avanti della Corte federale. Ciò premesso, mi interessa poco discutere se siamo di fronte ad una spaccatura irreversibile di quello che chiamiamo Occidente. Mi interessa piuttosto capire come andare avanti. In proposito mi sembra che si stiano configurando due risposte importanti. Innanzitutto è da segnalare il numero crescente di Stati che si associano alla ratifica. L'11 aprile i paesi che avevano ratificato erano 66, e questo numero, in poco più di due mesi, è aumentato a 76. In secondo luogo occorre constatare che tutto dipende da noi. Il problema che oggi si pone è di capire se noi europei vogliamo e siamo in grado di assumerci la responsabilità, e quindi anche i costi, finanziari e di personale, per andare avanti, per esempio per quanto attiene alle missioni di pace; temo infatti che l'obiettivo vero dei nostri amici americani non sia tanto uccidere la Corte penale internazionale, quanto piuttosto di disimpegnarsi dalle operazioni di peace-keeping e quindi di attaccare in qualche modo il sistema delle Nazioni Unite. So che i nostri ambasciatori a New York stanno negoziando indefessamente, con molto rigore e senza rigidità. Ritengo che il contributo più grande che dobbiamo e possiamo dare sia quello di mantenere ferme le nostre convinzioni ed essere disposti ad assumercene costi e responsabilità. Più saremo filoeuropei, più riusciremo, credo, ad offrire validi strumenti non certo per demonizzare, ma per favorire il dialogo e salvare l'alleanza con gli Stati Uniti che considero per noi strategica e irrinunciabile.