INCONTRO PUBBLICO
“QUALE FUTURO PER IL TIBET, QUALE FUTURO PER LA CAUSA TIBETANA?”

con Gianni Vernetti, Claudio Tecchio, Laura Cima, Bruno Mellano,Olivier Dupuis, Giampiero Leo

 

 

 

Sintesi integrale dell'incontro

Consiglio Regionale del Piemonte, 7 luglio, ore 10:00).

Introducendo l’incontro, Bruno Mellano (consigliere regionale radicale, coordinatore dell’Associazione italiana Comuni, Province e Regioni per il Tibet) ha ricordato il seguente passaggio della Risoluzione del Parlamento Europeo del 6 luglio 2000: “…chiede al Consiglio, alla Commissione e agli Stati membri di fare tutto il possibile affinché il governo della Repubblica popolare cinese e il Dalai Lama negozino un nuovo statuto per il Tibet che garantisca una piena autonomia dei tibetani in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, con le sole eccezioni della politica di difesa e della politica estera; invita i governi degli Stati membri ad esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet…”.
Gianni Vernetti (deputato della Margherita, presidente dell’Intergruppo Tibet al Parlamento italiano) ha ricordato che sono oltre 100 i membri dell’Intergruppo, appartenenti all’intero arco parlamentare. Ha poi sottolineato gli sforzi dei tibetani di dotarsi in questi anni di istituzioni democratiche (un Parlamento eletto da tutta la diaspora tibetana, un governo espressione di tale Parlamento) e di attenersi ad una ferma scelta nonviolenta. Lottare per la libertà del Tibet significa lottare per la democrazia in Cina; mentre il Congresso americano è attento alla causa tibetana, l’Unione Europea è colpevolmente inerte.
Laura Cima (deputata dei Verdi, membra della Commissione Esteri della Camera dei Deputati italiana) si è impegnata a sollecitare già da domani il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver a un incisivo impegno del governo italiano, approfittando anche del fatto che il premier Berlusconi è Presidente di turno dell’Unione Europea; una prima iniziativa dovrebbe essere la nomina di un rappresentante europeo che incentivi i contatti fra cinesi e tibetani.
Claudio Tecchio (CISL Piemonte, Comitato Esecutivo “International Tibet Support Network”) ha espresso un giudizio fortemente negativo sulle due visite compiute in Cina dalla delegazione tibetana; il mancato raggiungimento di risultati tangibili rischia di alimentare la disperazione e, con essa, la tentazione di passare a metodi violenti. Tecchio ha, invece, sottolineato positivamente quanto avvenuto ad Hong Kong, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per opporsi ad un ulteriore restringimento delle libertà civili ad opera del regime di Pechino.
Giampiero Leo (Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Forza Italia) ha ribadito che non bisogna lasciare cadere i precisi impegni contenuti nella Risoluzione del Parlamento Europeo: “Contatterò il presidente Ghigo, l’on. Crosetto (responsabile regionale di FI) affinchè il mio partito si impegni di più in questa battaglia di libertà. Mi si permetta una battuta: se il Presidente Berlusconi è preoccupato – e io lo sono con lui - del pericolo comunista, lo affronti dovunque sia presente!”… Il Satyagraha mondiale per il Tibet è una sfida sui cui lavorare, magari assieme ai movimenti pacifisti, che invito a far esporre la bandiera del Tibet accanto a quella della pace…”.
Olivier Dupuis (europarlamentare radicale) ha ricordato come il riconoscimento del governo tibetano in esilio, previsto nella Risoluzione europea, è un modo per dare forza ai tibetani nei rapporti con il regime di Pechino, per conseguire l'obiettivo definito dal Dalai Lama, cioè una piena autonomia del Tibet e non la sua indipendenza dalla Cina. Purtroppo, in tutta Europa, solo il Parlamento italiano ha recepito il documento europeo. “Su una cosa sola dissento da Vernetti – ha proseguito Dupuis – il Dalai Lama e la leadeship tibetana hanno scelto il “rifiuto della violenza”, non hanno scelto la “nonviolenza” attiva".