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Edito
e pubblicato dal Dipartimento dell'informazione e delle relazioni internazionali,
Amministrazione centrale del Tibet, Gangchen Kyishong, Dharamsala, Himachal
Pradesh, India, dicembre 2001. Per una completa informazione sul Tibet
visitate i nostri siti web: www.tibet.net e www.tibet.com.
Cuore
di tenebra: il colonialismo cinese sul Tetto del mondo
Risposta
del Tibet al documento governativo cinese del 8 novembre 2001
Dipartimento dell'informazione e delle relazioni internazionali Amministrazione
centrale del Tibet,
Dharamsala 176215 Dicembre 2001
Erano conquistatori, e per quello basta solo la forza
bruta - niente di cui vantarsi, quando la possiedi, dal momento che
la forza è solamente un evento fortuito che deriva dalla debolezza altrui.
Si appropriavano di quanto potevano prendere solo per il gusto di appropriarsene.
Era solo rapina con violenza, omicidio aggravato su larga scala, con
uomini che ci si buttavano alla cieca - come si addice a coloro che
affrontano le tenebre. La conquista della terra, che per lo più significa
portarla via a coloro che hanno una diversa carnagione o nasi leggermente
più piatti dei nostri, non è una cosa edificante quando la si osservi
troppo a lungo.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra
PREFAZIONE
"Cuore di tenebra: il colonialismo cinese sul Tetto del mondo" è la risposta
al documento governativo datato 8 novembre 2001 del Cosiglio di Stato
della Repubblica popolare cinese, che rivendica di modernizzare il Tibet.
La risposta tibetana è uno studio sul programma che si nasconde dietro
ai frenetici sforzi della Cina di rafforzare il colonialismo in Tibet.
Dopo l'occupazione comunista cinese del Tibet, è questo forse il più grande
disastro col quale devono misurarsi i tibetani. Malgrado la brutalità
della Rivoluzione culturale, la Cina fu incapace di eliminare la nobile
civilizzazione del Tibet, la cui ricca tradizione culturale ancor oggi
risuona ben oltre il Tibet. Laddove la forza militare brutale e l'aperta
repressione politica hanno fallito, la Cina sta ora tentando di annientare
con rinnovata colonizzazione il modo di vivere unico del Tibet.
La nostra risposta evidenzia la trascorsa condizione di indipendenza goduta
dal Tibet e la vera natura del sistema sociale tradizionale del Tibet.
Esamina inoltre il grado di autonomia nella cosiddetta "Regione autonoma
del Tibet" ed in altre zone tibetane. Esamina le costrizioni dietro allo
sviluppo economico cinese in Tibet e la condizione dell'istruzione. La
nostra risposta esamina l'atroce operato documentato della Cina nel calpestare
i diritti umani del popolo tibetano, i crescenti tentativi delle autorità
cinesi di insidiare la lingua tibetana e le condizioni terribili del serivzio
sanitario nella cosiddetta "Regione autonoma del Tibet" ed oltre.
Questo studio costituisce un ammonimento alla dirigenza cinese sulle conseguenze
imprevedibili che potrebbe affrontare se Pechino persiste nella attuale
politica di escludere Sua Santità il Dalai Lama e tentare di determinare
un futuro per il popolo tibetano senza alcuna significativa partecipazione
tibetana. L'attuale politica, formulata dalla paura e nella totale incuria
delle vere preoccupazioni del popolo tibetano, sta esacerbando i problemi
di instabilità che la Cina sta tentando di eliminare in Tibet.
In cosiderazione di questo, è nell'interesse stesso della Cina di accettare
l'offerta di vecchia data di Sua Santità il Dalai Lama basata sulle autentiche
preoccupazioni di sicurezza della Cina e sulle giuste e ragionevoli aspirazioni
del popolo tibetano. L'approccio compromissorio di Sua Santità il Dalai
Lama nel non perseguire l'indipendenza vera e propria ma affinchè il Tibet
esista e funzioni come entità distinta nella struttura generale della
Repubblica popolare cinese è la pillola più efficace contro l'emicrania
tibetana della Cina. Una Cina stabile e prosperosa è nell'interesse di
tutti, compreso quello del popolo tibetano. Ciò potrà essere ottenuto
se Pechino considererà Sua Santità il Dalai Lama come un alleato con la
capacità e l'influenza per aiutare la Cina a ristabilire la grandezza
che il suo popolo merita e che la sua dirigenza persegue.
Samdhong Rinpoche
Kalon Tripa e Kalon del Dipartimento dell'informazione e delle relazioni
internazionali
10 dicembre 2001
In qualsiasi forma venga, che sia il fardello dell'uomo bianco o dell'uomo
giallo, il colonialismo alimenta una biblioteca di letteratura self-service.
La prima famiglia coloniale vagò per il mondo spalleggiata dalla persuasiva
forza delle cannoniere e scandendo lo slogan della "civilizzazione". Essi
si fermarono, costruirono strade e ferrovie, istituirono scuole e presero
il controllo dell'amministrazione locale, bene equipaggiati per saccheggiare
le risorse locali. Quando se ne andarono, lasciarono dietro di loro culture
spezzate, psiche danneggiate, Paesi divisi e molti dei problemi che attualmente
affliggono il nostro mondo.
Il colonialismo occidentale iniziò attorno al 1500 con la scoperta di
nuove rotte marine per l'Asia e per l'America. Tramite la scoperta, la
conquista e l'insediamento le nazioni marittime dell'Europa colonizzarono
gran parte del mondo, innescando il processo di dominazione occidentale
del globo per oltre 400 anni. Durante questo lungo periodo l'Europa ha
estratto le risorse delle sue periferie coloniali e dato loro in cambio
una biblioteca di verbosità come giustificazione per il saccheggio.
La più recente in questa lunga serie di degni colonialisti è la Cina.
Urlando lo slogan della "liberazione", la Cina è dilagata in Tibet, giustificando
la sua invasione con la promessa di farne un "paradiso socialista". Cinquanta
e oltre anni più tardi la "liberazione" è risultata occupazione e il socialismo,
men che meno il "paradiso socialista", non è mai avvenuto perché è stato
gettato nella pattumiera della storia dall'attuale potenza coloniale cinese.
Dopo 50 anni la natura coloniale del dominio cinese in Tibet rimane la
stessa, ma è cambiata la giustificazione alla pretesa della Cina di continuare
ad occuparlo. Il nuovo mantra della giustificazione colonialista cinese
per rimanere in Tibet è "modernizzazione".
È una svolta interessante e un nuovo argomento che potrebbe o non potrebbe
convincere la comunità internazionale. La liberazione, il socialismo e
la modernizzazione sono parole graziose che nascondono un fatto enormemente
sgradevole. Per citare Joseph Conrad nel suo Cuore di tenebra, classico
esame delle cupe realtà dell'imperialismo, l'attuale argomento cinese
della "modernizzazione", "non è una cosa edificante quando la si osservi
troppo a lungo". L'argomento della "modernizzazione" rimane convincente
nel nascondere la nuda verità: il bisogno crescente della Cina di sfruttare
le risorse abbondanti del Tibet per alimentare l' economia affamata di
risorse delle sue dinamiche zone costiere. Il colonialismo occidentale
usò la sofisticheria intellettuale per spiegare l'avidità per le risorse
e l'energia. La Cina non è differente. Infatti, essendo l'ultimo degno
nella lunga serie di degni colonialisti, la Cina può selezionare e scegliere
tra i tanti vecchi e accurati argomenti intellettuali usati da altri per
spiegare lo sporco affare di saccheggiare risorse che, in senso stretto,
appartengono ad altri. Nello stile coloniale classico, anche la Cina ha
prodotto in gran quantità una letteratura self-service per il suo saccheggio
delle risorse del Tetto del mondo.
L'esempio più recente consiste nella falsificazione del brutale dominio
coloniale della Cina in Tibet in "modernizzazione". L'occasione per la
Cina di usare l'argomento della "modernizzazione" è stata la commemorazione
di Pechino dei suoi 50 anni di dominio coloniale in Tibet. L'otto novembre
l'Ufficio informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica popolare
cinese ha pubblicato un documento governativo intitolato La marcia del
Tibet verso la modernizzazione. L'ultimo documento governativo cinese,
come di consueto, candeggia le atrocità cinesi in Tibet. Non vi è menzione
della Rivoluzione culturale, ancor meno delle altre atrocità commesse
contro il popolo tibetano, compresi il milione e duecentomila tibetani
morti per effetto diretto dell'occupazione comunista cinese del Tibet.
La "modernizzazione", un argomento per giustificare il dominio coloniale
cinese in Tibet
L'argomento principale del documento governativo cinese è che il dominio
cinese del Tibet lo ha trasformato in una società moderna e che la modernizzazione
ha portato notevole beneficio al popolo tibetano. Per sostenere questo
argomento il documento governativo snocciola un impressionante elenco
di statistiche. Queste statistiche sono sospette in sè, ma verremo successivamente
a questo. In primo luogo soffermiamoci sul significato e sulle implicazioni
di modernizzazione. Che cosa è la modernità? Che cosa implica essere moderni?
Come si misura effettivamente la modernizzazione? È la modernizzazione
semplicemente occidentalizzazione? O, come le autorità cinesi sembrano
implicare, la modernizzazione è la sinicizzazione del Tibet?
Il documento governativo cinese dimentica che il vero parametro per giudicare
se una società è moderna è se la gente che la compone ha il diritto di
esercitare liberamente la propria volontà collettiva, godendo dei diritti
democratici e possedendo la capacità di esercitarli. Questi sono i parametri
che definiscono una società veramente moderna.
Misurato in rapporto a questo criterio di società moderna, l'ordine sociale
che la Cina ha creato in Tibet fallisce deplorevolmente il test di una
società davvero moderna. Infatti, il popolo tibetano, come lo stesso popolo
cinese, è logorato sotto il peso schiacciante della dittatura totalitaria
del partito unico, un sistema politico obsoleto scartato dal resto del
mondo e gettato dove veramente appartiene, nella discarica della storia.
In contrasto, consideriamo la Comunità tibetana creata in esilio. È una
Comunità di rifugiati vivace e coesiva, benedetta dalla democrazia e i
diritti democratici. Il cambiamento elettorale ha assicurato con successo
che la Comunità tibetana in esilio possa ora eleggere direttamente il
Kalon Tripa, presidente del Kashag. Infatti, il motivo per l'improvviso
scoppio di rabbia ufficiale cinese e la collera mostrata dal documento
governativo è che la Comunità tibetana in esilio, sotto la direzione di
Sua Santità il Dalai Lama, ha accelerato il procedere sulla strada verso
la modernizzazione. La stessa rabbia cinese si vide quando il popolo di
Taiwan per la prima volta durante più di 5000 anni di storia cinese si
recò alle urne per eleggere Lee Teng-hui come suo presidente. Questi esempi
costringeranno i tibetani nel Tibet ed i cinesi in Cina a porre la stessa
domanda: se possono fare questo là, perchè non ci è permesso farlo qui?
Così l'ultimo documento governativo cinese sul Tibet è più una risposta
ai cambiamenti
democratici fondamentali che continuano su questo lato dell'Himalaya e
come questi cambiamenti rinforzeranno la volontà, la capacità di resistenza
e la forza rimanente del popolo tibetano mentre continua la sua lotta
per un futuro formato dalla sua volontà collettiva. L'ultimo documento
governativo cinese è l'abbaiare di un cane spaventato all'apparizione
improvvisa di questo sconosciuto minaccioso chiamato democrazia.
Così la struttura che la Cina ha instaurato nell'intero Tibet è una struttura
destinata soprattutto ad accelerare lo sfruttamento cinese delle risorse
del Tibet. L'ultima documento governativo chiama questa struttura "modernizzazione".
Il beneficio economico collaterale i tibetani raccolgono da queste attività
di sviluppo è una questione marginale. La presenza sempre più voluminosa
di nuovi coloni cinesi in tutto il Tibet, con migliori qualificazioni
e una polarizzazione politica della struttura in loro favore, impedisce
alla maggior parte della gente tibetana di trarre giovamento dal nuovo
sviluppo economico. Il defunto Gerald Segal, un rispettato sinologo, ha
scritto in Foreign Affairs, forse la più influente rivista di affari internazionali,
"Tibet, Xinjiang, Mongolia e altri territori marginali, molti dei quali
hanno argomenti forti per una indipendenza su base etnica ma hanno tratto
relativamente pochi benefici dalla decentralizzazione economica".
In breve, inizialmente la Cina comunista ha guardato al Tibet più da una
prospettiva geopolitica e di sicurezza. Ora accoppiato a questo persistente
motivo imperiale, una Cina economicamente pulsante guarda al Tibet come
come la migliore fonte per la galoppante domanda di energia, carburante
e acqua della Cina litoranea. L'impatto devastante di questo cambio di
attitudine verso il Tibet è già sentito in Tibet dai tibetani che, incapaci
di competere coi più esperti coloni cinesi, stanno diventando sempre più
marginalizzati dalle forze della globalizzazione sguinzagliate sul Tetto
del mondo. Dopo avere perso il loro Paese, un numero crescente di tibetani
stanno perdendo i loro lavori a vantaggio dei coloni cinesi che affluiscono
in Tibet per avvantaggiarsi del boom economico.
Questo nuovo cambiamento dell'atteggiamento della Cina verso le sue frange
imperiali, da meri avamposti imperiali quali erano considerati a colonie
ricche di risorse per fornire la materia prima necessaria a tenere il
ritmo di un'economia dinamica, dovrebbe essere di preoccupazione enorme
per le cosiddette minoranze che abitano queste vaste regioni dotate di
ricche risorse naturali. Dovrebbe essere di preoccupazione al resto del
mondo, poichè la concorrenza per risorse naturali di rapido esaurimento
raggiungerà nuove vette di ferocia.
Le costrizioni strategiche dietro lo sviluppo del "Selvaggio Far West"
cinese
Le ragioni della perpetua esigenza cinese di energia e risorse, ora reincarnate
nella retorica della modernizzazione del Tibet, risiedono nella concentrazione
dello sviluppo dalla regione litoranea cinese verso l'interno. Ci sono
parecchie motivazioni importanti per lo spostamento dello sviluppo economico
dall'est all'ovest. La modernizzazione del Tibet a beneficio del popolo
tibetano non figura in alcuna di esse. Le vere ragioni risiedono nell'estrazione
delle risorse della periferia coloniale da parte della madrepatria che
in cambio esporta la sua popolazione in eccesso nelle vaste, vuote terre
dei nativi tibetani. I motivi reali risiedono nel mantenere la stabilità
dell'attuale regime di Pechino e nei problemi politici e sociali che accompagnano
uno sviluppo economico senza precedenti.
Verso la fine degli anni 70, quando la lotta di potere apparentemente
infinita che caratterizzò la Rivoluzione culturale finalmente terminò
ed emerse Deng Xiaoping come nuovo uomo forte della Cina, questi abbandonò
gli eccessi e la follia delle politiche di Mao Tsetung e lanciò la Cina
in una riforma economica senza precedenti. Il genio imprenditoriale, il
talento per fare soldi e l'energia e lavoro duro del popolo cinese, lungamente
intrappolati e soffocati all'interno delle pareti socialiste, furono liberati.
In un decennio il paesaggio economico della Cina cambiò da renderlo irriconoscibile.
Fu un miracolo economico. Gli storici e gli osservatori considerano il
risultato economico strabiliante della Cina come quello che ha portato
il più grande grado di prosperità al più grande numero di persone nel
periodo di tempo più breve in tutta la storia umana.
Ma si presentò un problema. La nuova prosperità era limitata al litorale
orientale della Cina. La Cina interna e le ampie distese di terre abitate
dai mongoli, dagli uiguri e dai tibetani sono rimaste povere come nell'era
di Mao. Per circa una decade le autorità cinesi hanno trascurato questa
disparità economica abbagliante fra l'est in sviluppo e l'ovest povero.
Allora è avvenuta la più grande migrazione della storia umana. Allettati
dalla prosperità del litorale orientale e desiderosi di condividerne una
parte, i contadini cinesi sono migrati in masse spaventose nelle grandi
città della Cina orientale. Il defunto Gerald Segal scrisse, "il fatto
che la modernizzazione e la riforma economica abbiano già spostato 130
milioni di cinesi dalla campagna verso le città - con altri 200 milioni
che stanno per fare altrettanto - crea una situazione di cambiamento sociale
politico e fondamentale, lasciando molte esche rivoluzionarie sparse nel
Paese". Oltre alle ovvie tensioni sociali che questa migrazione di massa
ha prodotto, tre questioni pertinenti richiamarono l'attenzione della
dirigenza cinese. Una era che il dinamico sviluppo economico della Cina
orientale richiedeva un rifornimento facile e costante di risorse ed energia
per sostenere lo sviluppo. L'altra era che la concentrazione di massa
di un numero crescente di immigranti cinesi nelle regioni litoranee sviluppantesi
stava sforzando al limite sia le risorse che le infrastrutture di queste
regioni. La terza questione che ha disturbato la dirigenza cinese era
che l'enfasi inerente allo sviluppo nel litorale cinese orientale stava
allontanando le regioni occidentali impoverite con il potenziale che queste
regioni potessero sfuggire dal controllo cinese, a meno che non fossero
integrate economicamente nella corrente principale.
Queste sono alcune delle ragioni che hanno costretto al Programma di sviluppo
della Cina occidentale, che Pechino crede risolverà i tre problemi summenzionati.
La creazione della stessa economia dinamica nelle regioni occidentali
attrarrà i lavoratori migranti nel senso opposto, così alleviando il peso
della sovrapopolazione nel litorale orientale della Cina. Lo sviluppo
delle regioni occidentali renderà più facile per la Cina sfruttare le
risorse naturali e l'enorme potenziale di energia di queste regioni, come
petrolio e gas, per rispondere all'esigenza galoppante di energia della
Cina orientale. Una prosperosa Cina occidentale e le vaste zone abitate
dalle cosiddette minoranze aumenteranno la capacità di Pechino di controllare
e amministrare la regione. La prosperità della regione occidentale attrarrà
innumerevoli operai cinesi disoccupati nelle cosiddette regioni delle
minoranze e il loro puro peso demografico cementerà per sempre il dominio
cinese in queste zone sperdute dell' impero comunista cinese.
L'intelaiatura intellettuale per gettare un ponte sulla divisione est-ovest
è stata fornita da Wang Xiaoqiang e Bai Nanfeng nel loro pioneristico
libro intitolato The Poverty of Plenty (La povertà dell'abbondanza). Nell'introduzione
al libro, la traduttrice Angela Knox scrive: "Storicamente, la Cina ha
una lunga tradizione di rendere gli stati vassalli servitori degli scopi
imperiali. Dal 1949 la sua strategia geopolitica riguardo alle regioni
di confine mostra molte somiglianze con la pratica precedente. Dove una
volta gli stati vassalli fornivano il tributo all'imperatore cinese, ora
ci si aspetta che forniscano le materie prime e le risorse naturali...
L'integrazione economica e politica delle regioni periferiche è stata
ed è ancora cruciale".
Angela Knox precisa: "A voler vedere la divisione est-ovest in soli termini
economici si omette un'intera gamma di questioni importanti. Una caratteristica
che definisce le regioni occidentali e che ha un peso importante nella
divisione è la differenza etnica". Angela Knox dice che la regione occidentale
e "le zone vicine contengono oltre il 72 per cento della popolazione non-Han
della Cina e consiste in gran parte di territori non completamente integrati
dai punti di vista sociale, culturale od economico con la Cina vera e
propria".
Questi timori, articolati per la prima volta dagli autori di The Poverty
of Plenty, sono diventati il fondamento della formulazione ed applicazione
del Programma di sviluppo della Cina occidentale. Essi hanno scritto:
"L'unità etnica e stabilità sociale della Cina sono strettamente legate
con lo sviluppo economico e la prosperità di queste regioni. L'ampio divario
tra il livello di sviluppo economico delle regioni sviluppate sul litorale
e quelle popolate dalle minoranze etniche all'interno e a ridosso dei
confini può portare con esso una serie di delicati problemi sociali: di
carattere nazionalista, per esempio. Possiamo dire con certezza che anche
se riusciremo a risolvere i problemi economici ... tuttavia non abbiamo
mezzi per eliminare la possibilità di turbamento della stabilità etnica
e sociale".
I due economisti invitano le autorità cinesi ad esaminare il problema
e forniriscono le soluzioni adatte. Essi dicono: "Abbiamo davanti a noi
un insieme di problemi seri che richiedono urgentemente di essere investigati
ed indirizzati con decisioni politiche. Naturalmente, non è solo l'arretratezza
delle regioni sottosviluppate che si dimostrerà il fattore decisivo. Tuttavia,
esaminando il futuro, la ricerca sulle soluzioni ai problemi dell'arretratezza
in queste regioni, sia in considerazione dello sviluppo economico che
della stabilità sociale della Cina, sarà di una importanza teorica e strategica
vitale che è difficile preconizzare".
Oltre un decennio più tardi, la Cina ha fornito una soluzione generale
ai problemi urgenti articolati originariamente da Wang Xiaoqiang e Bai
Nanfeng nel loro libro, The Poverty of Plenty. Secondo la pubblicazione
del Tibet Information Network di Londra, China's Great Leap West (Il grande
salto ad ovest della Cina), "Il presidente Jiang Zemin ha lanciato il
Programma di sviluppo della Cina occidentale in un discorso che ha fatto
in Xian il 17 giugno 1999. L'enfasi iniziale della campagna era su un'accelerazione
dello sviluppo concentrata nelle regioni occidentali della Cina - le regioni
autonome di Tibet, Xinjiang Uighur e Ningxia; le provincie di Qinghai,
Gansu, Sichuan, Yunnan, Shaanxi e Guizhou; e il comune di Chongqing -
per un totale del 56 per cento del territorio cinese e 23 per cento della
popolazione. I discorsi di partito in proposito erano poco più che liste
di ideali e grandi programmi, prive di contesto sull'applicaizone o sulle
priorità".
Malgrado la vaghezza, in quell'annuncio, sulle priorità economiche del
Programma di sviluppo della Cina occidentale, le sue costrizioni politiche
sono state articolate chiaramente fin dall' inizio. "I leader del Partito
hanno esplicitamente legato il successo della campagna alla sopravvivenza
del Partito stesso. Jiang Zemin è stato citato dicendo che la campagna
"ha importanza principale per la prosperità futura del Paese e per il
lungo regno e perenne stabilità del Partito". Il 18 settembre 2000 il
presidente Jiang Zemin è stato citato dal quotidiano China Daily commentando
che lo sviluppo dell'ovest "aiuterà a sviluppare l'economia cinese, a
stabilizzare la società locale, e contribuirà all'unità della Cina".
Ma anche sviluppi esterni hanno egualmente forzato la Cina nell'accelerazione
del ritmo di applicazione del suo Programma di sviluppo della Cina occidentale.
L' intervento militare della NATO nella guerra in Kosovo è stato percepito
dal nervoso regime di Pechino come un pericoloso precedente attuato dall'occidente
per interferire negli affari interni di una nazione. Hu Angang, economista
all'Accademia delle scienze cinese, dice: "Lo scenario peggiore - e ciò
che stiamo cercando di evitare - è una frammentazione della Cina come
la Iugoslavia... Già ora la disparità (economica) regionale è pari a -
o peggiore di - quella che abbiamo visto in Iugoslavia prima che si spezzasse".
Un economista cinese che vive in occidente, citato nel summenzionato China's
Great Leap West del Tibet Information Network londinese, spiegato tutto
dicendo: "Prima di tutto le autorità cinesi guardano all'aspetto economico:
le zone occidentali sono molto povere ed è necessario migliorare la qualità
della vita. Ma Pechino è anche preoccupata dal potenziale di agitazione
sociale, dovuto alla povertà e ai sentimenti nazionalisti in zone quali
il Tibet e lo Xinjiang. Il loro vero timore è che l'ovest potrebbe trasformarsi
in un'altra Cecenia. Quella è l'origine della campagna di sviluppo dell'ovest".
Così la soluzione escogitata dalla Cina per i suoi problemi urgenti in
Tibet ed altrove nella regione occidentale era il Programma di sviluppo
della Cina occidentale. Dietro questo titolo che suona magnanimo si cela
l'avidità della potenza coloniale per le risorse locali e la sua necessità
di gestire ed estinguere ogni inquietudine indigena in modo da facilitare
lo sfruttamento continuato delle risorse locali da parte di Pechino. Gran
parte dello "sviluppo" nel Programma di sviluppo della Cina occidentale
consiste della costruzione delle infrastrutture: strade, ferrovie, aeroporti
e altre forme di comunicazione, tutte dirette a facilitare lo sfruttamento
delle risorse naturali ed il trasporto di queste risorse nelle zone costiere
che di esse sono affamate.
Questo aspetto del Programma di sviluppo della Cina occidentale sta preoccupando
i tibetani del Tibet. Un tibetano che vive attualmente a Lhasa ha riassunto
alcuni dei timori più profondi legati allo sviluppo dell'ovest quando
ha detto al Tibet Information Network: "Il progetto di sviluppo occidentale
mira a trasferire tantissimi cinesi per insediarli in modo permanente
nelle zone abitate dalle nazionalità di minoranza, sfruttare le risorse
minerarie e soprattutto gravare pesantemente sulla gente per l'intransigenza
politica percepita. Contrariamente alle pretese di "occasione rara" per
le nazionalità di minoranza, questa campagna rappresenta un periodo di
emergenza e oscurità".
Così al contrario delle benevole intenzioni ufficialmente espresse nel
Programma di sviluppo della Cina occidentale, i veri motivi e le costrizioni
che hanno forzato le autorità cinesi a sviluppare questa regione ampia
e problematica consistono nell'assicurarsi che le forze dell'economia
di mercato riescano completamente ad integrare l'ovest selvaggio della
Cina nella Cina propriamente detta. La Cina spera che le forze della globalizzazione
addomestichino il suo ovest selvaggio e risolvano tutti i suoi persistenti
problemi imperiali. Se la componente tibetana del Programma di sviluppo
della Cina occidentale funzionerà, risolverà due problemi fondamentali
con cui la Cina si confronta sul Tetto del mondo e una miriade di altri
problemi collaterali. La costruzione di più strade, aeroporti e una nuova
ferrovia assicurerà che le risorse tibetane, sia sopra che sotto terra,
vadano alla Cina e la Cina possa, meglio di prima, facilmente esportare
in Tibet la sua popolazione eccedente. Più insediamenti cinesi nel plateau
tibetano cementeranno il dominio cinese e contribuiranno ulteriormente
all'integrazione economica del Tibet nel flusso principale dell'economia
cinese.
L'ordine del giorno dietro la modernizzazione cinese del Tibet è espresso
al meglio da Gabriel Lafitte, un esperto di economia tibetana e professore
associato dell'Istituto delle lingue e delle società asiatiche all'università
di Melbourne. Scrive in un suo percettivo articolo intitolato Colonizzazione
economica: "La Cina globalizza il Tibet. Investimenti stranieri, alta
tecnologia, borsa valori, ferrovie, impianti idroelettrici e gas arrivano
nel Tibet in una campagna orchestrata da Pechino".
Scrive Lafitte: "La Cina ha fretta di integrare la sua metà occidentale,
drenare le sue risorse e fronteggiare il profondo discontento d'essere
stata lasciata indietro dal litorale prosperoso. Il salto grande della
Cina verso ovest deve essere finanziato da capitale globale così come
dall'ultimo piano quinquennale".
"I recenti investimenti nell'estrazione delle risorse tibetane ad della
Cina hanno fatto i titoli dei giornali: British Petroleum, Agip, Enron,
Exxon ed AES sono fra le multinazionale coinvolte. Coi loro investimenti
mineranno i laghi salati del Tibet, costruiranno dighe sui fiumi tibetani
per ricavarne energia idroelettrica ed estrarranno enormi quantità di
gas naturale, tutto per essere preso immediatamente dalla Cina, dove la
domanda è grande", precisa Lafitte.
E aggiunge: "Ma questi investimenti fanno parte d'una strategia molto
più larga e di lunga durata: il Partito comunista definisce come suo compito
storico sviluppare l'ovest. È il segno di quello che i tibetani hanno
temuto per decenni, una vera determinazione cinese per assorbire il Tibet
nell'economia cinese".
Democrazia e società tradizionale nella comunità tibetana in esilio
La Cina ha sempre tentato di giustificare la sua invasione ed occupazione
del Tibet e le sue politiche repressive nel Tibet dipingendo un quadro
a tinte fosche della società tradizionale tibetana. La Cina considera
la sua invasione ed occupazione militare del Tibet come "liberazione"
della società tibetana dalla "servitù feudale medioevale" e dalla "schiavitù".
È vero che la società tibetana tradizionale - come la maggior parte dei
quelle asiatiche sue contemporanee - era arretrata e in disperato bisogno
di riforme. Tuttavia, è completamente sbagliato usare il termine "feudale"
nel significato dell'Europa medioevale per descrivere la società tibetana
tradizionale. Il Tibet prima dell' invasione, infatti, era molto più egalitario
della maggior parte dei paesi asiatici di quel tempo. Hugh Richardson,
che ha trascorso un totale di nove anni in Tibet come ultimo rappresentante
dell'India britannica e primo dell'India indipendente, ha scritto: "perfino
gli scrittori comunisti hanno dovuto ammettere che non c'erano grandi
differenze tra i ricchi e i poveri nel Tibet prima del 1949". Similmente,
il Comitato di inchiesta legale della Commissione internazionale di giuristi
precisa che "è stato accertato come le mai provate accuse cinesi che i
tibetani non godessero di diritti umani prima dell'arrivo dei cinesi erano
fondate su resoconti di vita nel Tibet esagerati e distorti.
In termini di mobilità sociale e distribuzione della ricchezza, il Tibet
usciva favorevolmente dalla comparazione con la maggior parte dei Paesi
asiatici del tempo. La forma di governo tibetana prima dell'occupazione
cinese non era teocratica come la Cina vorrebbe far credere, bensì è conosciuta
come choesi-sungdrel, che significa un sistema politico basato sui principi
buddisti della pietà, integrità morale e uguaglianza. Secondo questo sistema,
il governo deve essere fondato su elevati livelli morali e servire il
popolo con amore e compassione come i genitori si occupano dei loro bambini.
Questo sistema di governo è fondato sulla convinzione che tutti gli esseri
senzienti abbiano il seme della buuddità e debbano essere rispettati di
conseguenza.
Il Dalai Lama, capo dell'amministrazione sia spiriuale che secolare, è
stato scoperto attraverso un sistema di reincarnazione che assicura che
il governo del Tibet non diventi ereditario. La maggior parte dei Dalai
Lama, compresi il XIII ed il XIV, sono venuti da comuni famiglie agricole
nelle regioni remote del Tibet.
Ogni posto amministrativo sotto il Dalai Lama è stato tenuto da un numero
uguale di monaci e di funzionari laici. Anche se i funzionari laici hanno
tenuto posti ereditari, quelli dei monaci erano aperti a tutti. Una grande
percentuale di funzionari monaci proveniva da ambiti non privilegiati.
Inoltre, il sistema monastico del Tibet ha offerto illimitate occasioni
di mobilità sociale. L'ammissione alle istituzioni monastiche nel Tibet
era aperta a tutti e la grande maggioranza dei monaci, specialmente coloro
che dai loro ranghi salivano alle più alte posizioni, proveniva da ambienti
umili, spesso dai villaggi sperduti in Kham ed in Amdo. Ciò è perché i
monasteri offrivano a tutti uguali opportunità di crescita attraverso
le loro borse di studio. Un aforisma popolare tibetano dice: "se il figlio
della madre possiede conoscenza, il trono dorato di Gaden (la più alta
posizione nella gerarchia della scuola Gelugpa di Buddismo tibetano) non
ha proprietà".
I contadini, che la propaganda cinese insiste nel chiamare "servi", avevano
un'identità legale, spesso con documenti elencanti i loro diritti, e avevano
anche accesso alle corti di giustizia. I contadini avevano il diritto
di citare in giudizio i padroni e portare il caso in appello alle autorità
superiori.
La signora Dhondub Choedon viene da una famiglia che era fra le più povere
negli strati sociali del Tibet indipendente. Raccontando i ricordi della
propria vita prima dell'occupazione cinese, scrive: "Appartengo a coloro
i quali i cinesi ora chiamano servi del Tibet... Eravano sei in famiglia...
La mia casa era una costruzione a due piani con un recinto. Al pianterreno
usavamo mantenere i nostri animali. Avevamo quattro yaks, 27 pecore e
capre, due asini e un podere di quattro khel e mezzo (0,37 ettari)...
Non abbiamo mai avuto alcuna difficoltà a guadagnarci da vivere. Non c'era
un singolo mendicante nella nostra zona".
Nel corso della storia tibetana, il maltrattamento ed oppressione dei
contadini da parte dei proprietari terrieri erano proibiti dalla legge
così come dalla convenzione sociale. A partire dal regno dell'imperatore
Songtsen Gampo nel settimo secolo, molti governanti tibetani hanno pubblicato
codici fondati sul principio buddista delle "Dieci virtù del Dharma".
L'essenza di questo è che i governanti dovrebbero fungere da genitori
ai loro sudditi. Ciò si riflesse nel codice di Songtsen Gampo dei sedici
principî morali generali e nel codice delle tredici norme di procedura
e punizione pubblicato da Phagmodrupa nel XIV secolo e riveduto dal V
Dalai Lama nel diciassettesimo secolo.
C'erano nel passato alcune pene, sancite dalla legge, che prevedevano
mutilazioni come il taglio della mano o del piede o cavare l'occhio. Tali
punizioni non sono mai state usate con leggerezza ma sono state decretate
soltanto nei casi di ripetizione del crimine. Bastonare era la punizione
principale. Nel diciannovesimo secolo, anche se il potere di infliggere
la mutilazione esisteva ancora in teoria, fu messo soltanto raramente
in pratica. La pena di morte era vietata nel Tibet e la mutilazione fisica
era una punizione che poteva essere inflitta solo dall'amministrazione
centrale di Lhasa. Nel 1898 il Tibet ha promulgato una legge che abolisce
tali forme della punizione, tranne in caso di alto tradimento o cospirazione
contro lo Stato. Il XIII Dalai Lama ha steso un regolamento che conferisce
a tutti i contadini il diritto di fare appello direttamente a lui nel
caso di maltrattamento da parte dei proprietari terrieri.
Tutta la terra apparteneva allo Stato che assegnava delle proprietà ai
monasteri ed agli individui che avevano reso servizi meritori allo Stato,
il quale riceveva in cambio redditi e servizi dai proprietari terrieri.
I laici tra costoro o pagavano i redditi della terra o fornivano un membro
maschio di ogni generazione per lavorare come funzionario governativo.
I monasteri effettuavano le funzioni religiose e, ruolo indispensabile,
servivano da scuole, università e centri per l'arte, il mestiere, la medicina
e la cultura tibetani. Il ruolo dei monasteri come centri altamente disciplinati
di formazione tibetana era la chiave al modo di vivere tradizionale tibetano.
I monasteri si facevano carico di tutte le spese per i loro allievi e
fornivano loro vitto e alloggio gratuiti. Alcuni monasteri possedevano
latifondi; alcuni ebbero sussidi che investirono. Ma altri monasteri non
ebbero niente di tutto questo. Ricevevano i regali personali e le donazioni
dai devoti e dai frequentatori. Il reddito da queste fonti era spesso
insufficiente per fornire i bisogni di base di un vasto numero di monaci.
Per integrare il loro reddito, alcuni monasteri intrapresero il commercio
e prestarono denaro.
La più grande fetta di terra nel vecchio Tibet era tenuta dai contadini
che pagavano il loro reddito direttamente alla Stato e questo divenne
la sorgente principale degli stock alimentari che il governo distribuiva
ai monasteri, all'esercito ed ai funzionari senza proprietà terriere.
Alcuni pagavano col lavoro e ad alcuni veniva richiesto di fornire i servizi
di trasporto per i funzionari di governo ed in alcuni casi per i monasteri.
La terra tenuta dal contadino era ereditaria. Il contadino poteva affittarla
o ipotecarla. Un contadino poteva essere privato della sua terra soltanto
se non riusciva a pagare i debiti, che non erano eccessivi, in natura
o col lavoro. In pratica aveva i diritti di un piccolo proprietario e
ciò che doveva allo stato come tassa sulla terra era pagato in natura
piuttosto che i contanti.
Piccole sezioni della popolazione tibetana, principalmente in U-Tsang,
erano costituite da affittuari che avevano le loro terre nelle proprietà
degli aristocratici e dei monasteri e pagavano l'affitto ai proprietari
in natura o mandando un membro della famiglia a lavorare come servitore
domestico o lavoratore agricolo. Alcuni di questi affittuari avanzavano
alla potente posizione di segretario della proprietà (per questo sono
stati identificati dai cinesi come "agenti dei signori feudali"). Altri
membri di queste famiglie godevano di libertà totale.
Erano titolati ad intraprendere qualsiasi commercio, seguire qualsiasi
professione, unirsi a qualsiasi monastero o lavorare le loro proprie terre.
Anche se erano conosciuti come affittuari, non potevano essere sfrattati
dalle loro terre al capriccio dei proprietari terrieri. Alcuni affittuari
erano piuttosto ricchi.
Il XIII Dalai Lama abolì il sistema per cui i funzionari in servizio potevano
esigere dai contadini il trasporto gratuito e stabilì un costo fisso per
l'uso di cavalli, muli e yak. Il XIV Dalai Lama si è spinto oltre ordinando
che in futuro nessun servizio di trasporto dovrebbe essere richiesto senza
che ciò sia esplicitamente sancito dal governo. Egli ha anche aumentato
i tassi da pagare per i servizi di trasporto.
Residenti stranieri come Charles Bell, Hugh Richardson e Heinrich Harrier,
che hanno vissuto e lavorato nel Tibet indipendente, rimasero impressionati
dal livello medio di vita dei comuni tibetani, che descrissero come superiore
a quello di molti paesi asiatici. La carestia e l'inedia erano sconosciute
nel Tibet fino dopo l'invasione cinese. C'erano, naturalmente, anni di
scarso raccolto e fallimenti delle colture. Ma la gente poteva facilmente
prendere in prestito dalle scorte tenute da amministrazioni distrettuali,
da monasteri, aristocratici e coltivatori ricchi.
Quando il XIV Dalai Lama divenne adulto costituì un comitato di riforma
per introdurre le riforme fondiarie fondamentali, ma i comunisti cinesi,
timorosi che queste avrebbero portato via vento dalla loro vela, impedirono
che Sua Santità il Dalai Lama portasse avanti le riforme proposte.
Nel 1959, dopo la sua fuga in India, il Dalai Lama vi ristabilì il suo
governo ed iniziò una serie di riforme democratiche. Fu costituita una
istituzione dei rappresentanti del popolo ed eletta dal popolo stesso:
il parlamento in esilio. Nel 1963 fu promulgata una dettagliata bozza
di costituzione per il futuro Tibet. Malgrado una forte opposizione, il
Dalai Lama insistette sull'inclusione di una clausola che permette al
parlamento tibetano di revocare i poteri esecutivi del Dalai Lama stesso
con una maggioranza di due terzi dei suoi membri in consultazione con
la corte suprema, se questo fosse ritenuto essere nei più alti interessi
della nazione.
Nel 1990 sono stati introdotti ulteriori cambiamenti democratici, aumentando
da 12 a 46 il numero dei deputati nell'Assemblea del popolo tibetano (ATPD),
alla quale sono stati conferiti più poteri costituzionali quali l'elezione
dei kalon (ministri) che in prcedenza erano nominati direttamente dal
Dalai Lama. È stata istituita la Commissione suprema della giustizia per
esaminare le rimostranze della gente contro l'amministrazione.
Nel 2001 il parlamento tibetano, conformemente al parere del Dalai Lama,
ha emendato la costituzione tibetana d'esilio per provvedere alla elezione
diretta del Kalon Tripa (il presidente del Kashag) dalla popolazione in
esilio.
Guardando al Tibet futuro, nel febbraio 1992 il Dalai Lama annunciò la
Guida di riferimento per la forma di governo del Tibet futuro (Guidelines
for Future Tibet's Polity) e le Caratteristiche fondamentali della sua
costituzione, in cui ha dichiarato che Egli "non giocherebbe alcun ruolo
nel futuro governo del Tibet, e tanto meno cerca la posizione politica
tradizionale di Dalai Lama". Il governo futuro del Tibet, ha detto il
Dalai Lama, verrebbe scelto dal popolo in base al diritto di voto degli
adulti.
La pratica dell'autonomia nella cosiddetta "Regione autonoma del Tibet"
Nel suo documento governativo, la Cina sostiene che con la riforma democratica
del 1959 ha introdotto il nuovo sistema politico della democrazia popolare
e che il popolo tibetano è diventato padrone del proprio Paese. Niente
potrebbe essere più lontano dalla verità. I tibetani hanno poca o nessuna
influenza dei loro propri affari. Tutte le decisioni amministrative sono
prese dal Partito comunista cinese attraverso il suo CCP regionale. La
partecipazione del popolo tibetano nel governo è soltanto un timbro sulle
decisioni del Partito comunista. I membri del Partito comunista dominano
i posti chiave del governo e soltanto pochi dei posti importanti sono
tenuti da fiduciari non appartenenti al partito.
Le elezioni del 1961, cui si riferisce il documento governativo, furono
una farsa. I nuovi padroni cinesi predeterminarono i candidati basandosi
sulla loro lealtà e provenienza di classe. Ai tibetani fu detto allora
di votare per un determinato numero di candidati. Per quanto riguarda
i tibetani, i cinesi avrebbero pure potuto nominare i funzionari senza
la farsa del voto.
I tibetani non hanno alcuna posizione chiave neppure all'interno del Partito
comunista della regione autonoma del Tibet (TAR). La segretaria del Partito
comunista è la posizione più potente nella TAR e dal 1959 questo posto
è stato tenuto dai cinesi (Zhang Guhua, Zeng Yongya, Ren Rong, Yin Fatang,
Wu Jinhua, Hu Jintao, Chen Kuiyuan ed ora Guo Jinlong). C'è discriminazione
razziale contro i tibetani. Quando Chen Kuiyuan è stato trasferito dal
TAR, Raidi, un tibetano che era il numero due nella gerarchia comunista,
avrebbe dovuto essere nominato al suo posto. Tuttavia, Guo Jinlong, un
cinese, che era il numero tre, è stato promosso sopra la testa di Raidi
in questo posto superiore.
Qualunque posizione un tibetano occupi nella gerarchia cinese in Tibet,
egli ha sempre un funzionario cinese "sottoposto" che esercita il potere
reale. La Cina continua a trasferire molti quadri cinesi nel Tibet, sui
quali conta pesantemente per governare il Tibet.
La popolazione di mezzo Tibet, ora fuso nelle vicine province cinesi,
è completamente privata della propria identità politica ed è stata ridotta
ad una minoranza insignificante nella propria terra.
Lo sviluppo economico
Riporta il documento governativo: "Gli anni 80 sono stati testimoni di
una grande azione di riforma, di apertura e di modernizzazione del Tibet,
come di altre zone della Cina". Questa frase è probabilmente l'unica verità
nell'intero rapporto. Nel 1980, l'allora segretario del Partito comunista
cinese Hu Yaobang visitò il Tibet e rimase talmente scosso dalla situazione
che disse che la qualità della vita doveva essere riportata almeno al
livello precedente il 1959. Dopo la visita di Hu ci fu un breve periodo
di rilassamento ed alcune misure liberali - una autentica riduzione dei
quadri cinesi ed il passaggio del potere amministrativo locale a quadri
tibetani - furono intraprese per lasciare ai tibetani di decidere il loro
modo di vivere. Ciò fu quanto Pechino si avvicinò maggiormanete ad applicare
effettivamente la sua retorica "liberazione" del Tibet. Tristemente, questo
periodo durò meno di un decennio, dopo di che Beijing ritornò all'unica
cosa che conosce: più controllo e repressione.
Nel 1984 al secondo forum di lavoro sul Tibet, 43 progetti vennero lanciati
con investimenti statali e sussidi di nove province e comuni. Uno studio
più approfondito sui 43 progetti rivela che nessuno di questi era inteso
a migliorare o avere alcun effetto positivo sulla vita dei tibetani comuni,
la maggior parte dei quali sono nomadi e coltivatori. Alcuni dei progetti
erano fantasiosi, come la costruzione di alberghi in Tibet. Alcuni hotel
stravaganti furono costruiti a Pechino. Chiaramente questi progetti non
erano intesi a migliorare la qualità della vita dei tibetani ma a rinforzare
e consolidare la presenza burocratica cinese nel Tibet e migliorare la
qualità di vita nelle aree urbane, dove i cinesi sono la maggioranza.
Analogamente nel 1994, al terzo forum di lavoro sul Tibet, 62 progetti
vennero annunciati per aiutare lo sviluppo dell'economia tibetana. Ma
che cosa erano questi 62 progetti? I 62 progetti non erano che un altro
tentativo della TAR di ottenere fondi da Pechino per rendere più confortevoli
le condizioni di vita dei quadri cinesi residenti nelle aree urbane. Era
un altro tentativo di calmare le tensioni e rimostranze dei quadri residenti,
esercito ed immigrati cinesi che vivono nelle aree urbane. Quasi tutti
i 62 progetti erano diretti a migliorare l'infrastruttura urbana nel Tibet.
Diciassette dei progetti riguardavano l'energia e assorbivano più del
30% del volume globale degli investimenti. Alcuni di questi progetti consistevano
nel rinnovare le centrali elettriche esistenti, che forniscono elettricità
non alle famiglie tibetane locali che vivono intorno alle centrali, ma
alle aree urbane di Lhasa, Shigatse, Nyingtri, Chamdo e Nagchu, ed una
per assicurare energia indispensabile per sviluppare la miniera di Norbusa
nella regione di Lhoka.
Nel giugno 2001, dopo il quarto forum di lavoro sul Tibet, 117 progetti
furono formalmente presentati insieme ad ambiziosi programmi di "sviluppo"
del Tibet, come parte del Programma di sviluppo della Cina occidentale.
Fu annunciata una ferrovia da Lhasa a Gormo (in cinese: Golmud) nella
provincia di Amdo (in cinese: Qinghai). Pechino la reclamizzò come regalo
e benevolenza cinese per venire incontro al desiderio di modernità del
popolo tibetano. Ma Jiang Zemin per una volta è stato onesto e ha detto
durante una visita negli Stati Uniti che il progetto ferroviario andrà
avanti a tutti i costi anche se non ha alcun senso economicamente. Jiang
Zemin ha citato motivi "politici" per la decisione.
Afferma il documento governativo: "Secondo le statistiche, dal 1994 al
2000 il prodotto interno lordo (PIL) del Tibet è aumentato del 130%, un
aumento annuale di 12,4%. Il reddito pro capite disponibile al residente
urbano e quello dei coltivatori e pastori è aumentato rispettivamente
del 62,9 e del 93,6 per cento; e la popolazione povera è diminuita da
480.000 all'inizio degli anni 90 a appena poco più di 70.000". Il documento
ammette "secondo le statistiche": le stesse statistiche elaborate dalle
autorità della contea e provinciali, che sono diventate esperte nell'arte
delle statistiche aggiustate per far piacere alle autorità superiori.
È un fatto risaputo che in Cina il centro ha una politica e le autorità
locali hanno un modo di girare intorno alla stessa politica. Il premier
Zhu Rongji ha ammesso l'inattendibilità delle statistiche cinesi. Zhu
ha detto che le statistiche sono manipolate dalle autorità per i loro
proprî interessi personali. Così, che cosa ha innescato l'enorme, fenomenale
tasso di accrescimento del PIL al 12,4%? Il documento governativo dice
che il "settore terziario" ha contribuito più del 50% del PIL del Tibet.
Come? Wang Xiaoqing e Bai Nanfeng, gli autori di The Poverty of Plenty,
sapevano della tendenza delle autorità provinciali ad aggiustare le statistiche
e, peggio, i due economisti si sono messi nei guai dicendo alla verità.
Essi hanno scoperto che la "trasfusione di sangue" o le sovvenzioni ed
il sostegno di Pechino e altre province e città della Cina hanno mantenuto
il sistema funzionante in Tibet. Le sovvenzioni statali e gli investimenti
hanno alimentato il boom nella costruzione delle infrastrutture nelle
aree urbane e risultano come crescita economica nella contabilità del
PIL. Chi trae giovamento da un tale sviluppo? I beneficiari di tale sviluppo
sono i funzionari cinesi e gli immigranti nelle aree urbane e non i coltivatori
ed i nomadi tibetani, che non ricevono alcun beneficio dall'infusione
artificiale di investimenti di capitali dal centro in Tibet. Per sostenere
questo sviluppo "fenomenale" del PIL, abbiamo l'aumento del numero di
progetti dopo ogni forum di lavoro Forum: 43, 62 e 117 ! I funzionari
locali in Tibet giocano il vecchio affidabile trucco di citare la questione
politicamente sensibile della "stabilità sociale" per convincere Pechino
ed altre province a sostenere il loro lavoro di "modernizzazione".
Ci si potrebbe chiedere perchè Pechino stia investendo così tanto in Tibet:
per niente? Le risorse del Tibet - foreste, erbe medicinali, fauna selvatica,
reliquie e minerali - appartengono allo Stato secondo l'articolo 9 della
costituzione cinese, l'unico articolo della costituzione cinese costantemente
e rigorosamente applicato in Tibet. Il solo reddito da legname delle foreste
tibetane sarebbe parecchie volte superiore a quanto la Cina ha restituito
al Tibet dal 1959.
Il documento governativo prosegue gongolando sulla riduzione di popolazione
impoverita da 480.000 all'inizio degli anni 90 a appena al di sopra di
70.000. Come ha fatto Pechino a sollevare dalla povertà più di un quarto
della popolazione tibetana in così breve tempo? Ce lo spiega uno studio
della Banca mondiale. Pechino ha semplicemente scartato il parametro di
povertà accettato internazionalmente, di un dollaro al giorno o 365 dollari
all' anno, e usa invece il parametro di povertà "cinese" di reddito procapite
di appena 500 yuan ai prezzi 1990, che pone a circa 625 yuan (76 dollari)
la soglia di povertà. È evidente il perchè nessun paese in via di sviluppo
segua i metodi cinesi di riduzione di povertà. Inoltre, il Tibet ha avuto
soltanto cinque contee designate come povere nel 1997 secondo le statistiche
cinesi, uno dei più bassi numeri in tutta la Cina. Il Gruppo guida nella
riduzione di povertà (LGPR) del governo cinese accetta che c'è più gente
povera all'esterno che all'interno delle contee indicate e che c'è molto
più da fare nell'indagine e strategia dell'estirpazione della povertà.
Il LGPR evidenzia anche gli interessi politici in gioco e le interferenze
nel lavoro sulla riduzione della povertà in Cina.
Tuttavia, alla luce della costante retorica di Pechino sulla "liberazione"
del Tibet, è abbagliante come il Tibet sia ancora molto povero e sottosviluppato.
Sulla base del Rapporto UNDP sullo sviluppo umano nel corso degli anni,
il TAR ed altre zone tibetane continuano a rimanere in fondo fra le province
della Cina quando misurate in termini di indice di sviluppo umano (HDI)
e gli indicatori che lo compongono: istruzione, reddito e salute. Se le
zone tibetane dovessero essere misurate indipendentemente come nazione,
rientrerebbero nella categoria di "basso sviluppo umano" come Bangladesh,
Djibouti e Haiti.
Il documento governativo dice che la cosiddetta "Regione autonoma del
Tibet" oggi ha 401 centrali elettriche, con una capacità totale di 356
MW e una produzione annuale di energia di 661 milioni di kWh. Nel 1990,
Wang e Bai, gli autori di The Poverty of Plenty, segnalavano che c'erano
816 centrali elettriche. Che cosa è accaduto alle 415 centrali elettriche
mancanti? La maggior parte delle centrali elettriche sono state costruite
attraverso lavoro forzato durante il periodo della collettivizzazione,
il che significa che la metà delle centrali elettriche hanno dovuto essere
demolite a causa del lavoro scadente nel costruirle. Nel 1993 un serbatoio
nella contea di Chabcha della provincia di Amdo è sprofondato uccidendo
almeno 1.257 persone, ma come al solito solo 300 morirono secondo le fonti
di governo cinesi. I tibetani del posto avevano protestato alle autorità
sui rischi alla sicurezza posti dal serbatoio, ma inutilmente. Fu solo
dopo il tragico crollo che le autorità locali intrapresero qualche azione.
Un'organizzazione tedesca che lavora nel Tibet centrale per sviluppare
piccoli impianti idroelettrici ha segnalato che più del 70% della popolazione
dei villaggi non ha accesso alla corrente elettrica. Uno studio della
Banca mondiale ha rivelato che oltre 127.000 famiglie non sono elettrificate
nel solo Tibet centrale. Ma allora dove va a finire l'elettricità delle
401 centrali? Va a fornire energia all'establishment cinese nel Tibet
che controlla i tibetani ed al sistema cinese che sfrutta le risorse naturali
del Tibet. Tutte queste centrali elettriche forniscono energia alle aree
urbane dominate dai cinesi etnici e non ai coltivatori ed ai nomadi tibetani
che vivono vicino alle fonti di energia solare, geotermica ed idrica.
Il documento governativo vanta la rete di strade principali che collegano
il Tibet a diverse parti della Cina e la costruzione di una nuova ferrovia
da Lhasa a Gormo nella provincia tibetana di Amdo. Le strade principali
e la ferrovia coprono migliaia di miglia per collegare il Tibet e la Cina.
Ma se Pechino è seria sulla modernizzazione del Tibet, perchè non ne apre
l'accesso al porto marittimo più vicino? Calcutta, il porto marittimo
più vicino, è situato ad appena 600 chilometri dal confine del Tibet.
L'istruzione
L'obiettivo di primaria importanza della politica educativa di Pechino
nel Tibet è di instillare la lealtà alla "Grande madrepatria" ed al Partito
comunista. Parlando al congresso della "TAR" sull'istruzione, a Lhasa
nel 1994, l'allora segretario regionale del Partito, Chen Kuiyuan, disse:
"Il successo del nostro sistema di formazione non risiede nel numero di
lauree rilasciate nelle università o diplomi nelle scuole secondarie.
Si misura, in ultima analisi, dal fatto che i nostri laureandi si oppongano
invece di volgere i loro cuori verso la cricca del Dalai, e che siano
leali o non si preoccupino per la nostra grande madrepatria e grande causa
socialista..."
Questa politica ha reso cieche le autorità ad un insieme di questioni
centrali concernenti lo sviluppo delle risorse umane sul plateau. Malgrado
la pretesa delle autorità di "avere intrapreso un compito importante negli
ultimi pochi decenni per sviluppare l'istruzione popolare o di massa nel
Tibet", l'istruzione - fondamento per lo sviluppo delle risorse umane
- è stata sempre lasciata nel cassetto.
Nel Tibet indipendente, oltre 6.000 monasteri e conventi servivano da
centri di formazione. In più, il Tibet aveva molte scuole laiche gestite
dal governo così come da privati. Il Partito comunista cinese ha etichettato
questi centri di apprendimento tradizionali come focolai di "fede cieca"
e terreno di coltura per la "oppressione feudale". Essi furono pertanto
presi a bersaglio e chiusi subito dopo la "liberazione" del Tibet.
Al loro posto, le autorità hanno forzato i tibetani nelle zone agricole
e pastorali a istituire scuole finanziate dalla gente, conosciute come
mangtsuk lobdra. Non un singolo centesimo delle sovvenzioni governative
cinesi è stato speso per queste scuole e la maggioranza di esse non potrebbero
essere considerate come scuole dagli standard internazionali. Ma questi
istituti sono serviti a creare statistiche impressionanti per la propaganda
cinese ufficiale. Ciò si riflette chiaramente nelle seguenti dichiarazioni
di tre sociologi cinesi: "Ci sono soltanto 58 scuole medie (nella "TAR").
Di queste soltanto 13 sono vere scuole medie. Complessivamente, ci sono
2.450 scuole elementari nel Tibet. Di queste, soltanto 451 sono finanziate
dal governo. Oltre 2.000 di queste scuole sono finanziate dalla gente.
Queste scuole non hanno solide fondamenta e non sono equipaggiate come
si deve. Il livello di formazione è completamente nullo o estremamente
basso. Di conseguenza, la questione dell'acquisizione di abilità scientifiche
non si presenta neppure. Attualmente il 90 per cento dei coltivatori e
degli allevatori non ricevono formazione di livello medio-basso".
"In considerazione di questo, parlare di scuola media superiore e di formazione
universitaria è come chiedere alla gente di mangiare bene quando non ci
sono cereali disponibili. Soltanto il 45 per cento dei bambini in età
scolare frequenta la scuola elementare. Di questi, il 10,6 per cento riesce
ad accedere alla scuola media inferiore. In altre parole il 55 per cento
dei bambini non ottiene neppure l'istruzione elementare. In tutta la "TAR",
ci sono poco più di 9.000 insegnanti di vari livelli, un numero ben lontano
da quello richiesto. La metà di questi insegnanti non sono sufficientemente
qualificati. L'uguaglianza fra le nazionalità avverrà soltanto se questo
sarà riformato e migliorato".
Negli anni 80, La politica più liberale di Pechino incoraggiò un'atmosfera
favorevole allo sviluppo di un sistema educativo che teneva conto dei
bisogni dei tibetani. Purtroppo i più vasti interessi economici e strategici
della Cina a quel tempo condussero ad una diminuzione dei fondi statali
per la formazione. Di conseguenza quel decennio vide la chiusura del 62
per cento delle scuole elementari e una caduta del 43 per cento nelle
iscrizioni degli allievi.
Negli anni 90, alla "TAR" sono stati assegnati più soldi per la formazione
come conseguenza del fatto che la regione è stata dichiarata zona economica
speciale. E nel 1994 Pechino ha adottato una politica di obbligo scolastico
per la "TAR". Ma la ripartizione del preventivo per l'istruzione è andato
principalmente alle scuole statali (shung-tsuk lobdra), dove predomonano
gli allievi cinesi. Le scuole nelle zone rurali - dove vive la maggior
parte dei tibetani - hanno continuato ad essere trascurate. Qun Zeng,
vicedirettore della Commissione istruzione della "TAR" ha detto in proposito:
Ci sono troppe scuole finanziate solo dalla gente, troppe classi inferiori
e una proporzione troppo alta di abbandono scolastico: pochi completano
la scuola elementare. Per esempio, c'è un totale di 2.800 scuole elementari
nella regione, di cui 1.787, il 74,5 per cento, sono finanziate dalla
gente con strutture grezze e insegnanti di bassa qualità, e perciò non
possono andare oltre la prima o la seconda elementare. Anche delle circa
500 scuole elementari governative attualmente esistenti, più della metà
non possono andare oltre i primi gradi di studio a causa delle limitazioni
delle strutture e degli insegnanti. Ci sono soltanto un centinaio di scuole
elementari complete in grado di effettuare i sei gradi dell'istruzione
elementare, e la maggior parte di queste sono situate nelle città, mentre
poche se ne trovano nei distretti pastorizi e agricoli. C'è in media meno
di una singola scuola elementare in ognuna delle 897 circoscrizioni territoriali
della regione, col risultato che soltanto il 60,4 per cento circa dei
bambini in età scolare frequenta la scuola, il tasso più basso di tutta
la Cina.
Inoltre, con l'afflusso massiccio degli immigranti cinesi nel plateau,
i bisogni linguistici e culturali dei bambini cinesi hanno influenzato
il sistema dell'istruzione - particolarmente ai livelli secondario e universitario
- cosicché la lingua cinese ha offuscato il tibetano come medium per l'istruzione.
Lo sviluppo del sistema educativo del Tibet negli anni 90 può essere valutato
dalla situazione di "educazione di massa" nella prefettura di Chamdo,
una delle regioni più ricche della "TAR". Un articolo da Shang Xioling,
giornalista di Radio "TAR", e Tang Ching, reporter speciale per l'educazione
nella "TAR", fornisce un quadro allarmante sulle condizioni educative
in ed intorno a Chamdo. Il loro articolo, "Note sulla triste storia dell'istruzione
a Chamdo", è stato pubblicato nell'edizione del 15 luglio 1993 in uno
dei giornali in lingua cinese di Chamdo.
Gli autori rivelano che dei 110.000 bambini in età scolare di Chamdo,
più di 70.000 (63,64 per cento) non hanno avuto l'opportunità dell'istruzione.
Essi riportano che il tasso di analfabetismo e semi-analalfabetismo nella
prefettura di Chamdo era del 78,8 per cento. Shang e Tang hanno scritto
che nonostante il tasso medio di iscrizione scolastica dichiarato nella
"TAR" era del 60,4 per cento, il tasso di iscrizione nella prefettura
di Chamdo era soltanto del 34 per cento.
Queste rivelazioni di Shang e Tang espongono la dubbia qualità delle statistiche
del governo cinese. Se Chamdo - una delle zone più fortemente sviluppate
della "TAR" - aveva un tasso di iscrizione del 34 per cento soltanto,
la media nella "TAR" nello stesso periodo non poteva essere del 60,4 per
cento.
Inoltre, ciò che le autorità non riescono ad ammettere è che la "TAR"
e le altre zone tibetane di Amdo e Kham sono ancora in fondo all'indice
di istruzione cinese - inferiore perfino a quello di Guizhou, la provincia
più arretrata della Cina. Secondo il quarto censimento nazionale della
Cina del 1990, soltanto lo 0,29 per cento dei tibetani hanno avuto una
formazione di livello universitario; lo 1,23 per cento una istruzione
media superiore; il 2,47 per cento una istruzione media inferiore; e il
18,52 per cento una istruzione elementare. La media nazionale della Cina
era del 1,42 per cento con formazione di livello universitario, 8,04 per
cento media superiore, 23,34 per cento media inferiore e 37,06 elementare.
Il censimento ha indicato che il 62,85 per cento della popolazione produttiva
(di età tra i 15 e i 40 anni) era analfabeta o semi-analfabeta e lo 84,76
per cento delle donne nella forza lavoro erano analfabete o semi-analfabete.
Fra i tibetani impiegati nelle industrie del settore pubblico della "TAR",
l'ottanta per cento erano analfabeti o semi-analfabeti. Il quinto censimento
nazionale della Cina è stato condotto il 1° novembre 2000, ma i dati statistici
non sono ancora disponibili.
Verso la fine degli anni 90, più di un terzo degli allievi tibetani della
scuola secondaria furono inviati dalla "TAR" alla Cina per formarsi. Nella
sola scuola media tibetana di Pechino ci sono quasi mille studenti tibetani,
760 nei programmi inferiori e duecento in quelli superiori. Gli allievi
mandati in Cina intraprendono corsi di sette anni; ritornano a casa soltanto
una volta all'anno per le vacanze. Lo scopo di inviare in Cina la più
brillante gioventù tibetana è di istruirli come strumenti di controllo
politico della Cina sul Tibet.
I tibetani giustamente sono risentiti di questa politica che punta ad
insidiare la loro identità e cultura. Il defunto Panchen Lama dichiarò
che istruire i bambini tibetani in Cina avrebbe avuto soltanto l'effetto
di alienarli dalle loro radici culturali. Un funzionario tibetano della
"TAR" dice che lo scopo di mettere in opera "scuole medie superiori in
Cina è di assimilare la prossima generazione tibetana".
Nel 1994 c'erano 13.000 tibetani iscritti in 104 scuole sparse in ventisei
province cinesi. La maggior parte di queste sono normali scuole cinesi
con classi speciali designate per i tibetani. Tuttavia, 18 di queste sono
vere e proprie "Scuole secondarie tibetane"; tre delle quali - a Pechino,
Chengdu e Tianjin - hanno i programmi secondari inferiori e superiori,
mentre le restanti hanno soltanto programmi secondari inferiori. Il 75%
dei tibetani che si diplomano da queste scuole secondarie inferiori vengono
inviati a scuole secondarie tecniche.
Questo programma di formazione così elitario consuma una grande parte
del bilancio annuale di istruzione della "TAR", mentre l'assegnazione
al Tibet rurale non prevede neppure un'adeguata istruzione di base. Fra
1984 e 1991 la "TAR" ha speso 53 milioni di yuan per gli allievi secondari
tibetani in Cina. Nel solo 1994, la "TAR" ha fissato un bilancio di 1.050
yuan su ogni allievo secondario tibetano in Cina.
Nel 1988 il defunto Panchen Lama, nel parlare al primo meeting dell'istituto
di tibetologia di Pechino, ha commentato: "La terra, che si è gestita
bene per 1.300 anni, dal settimo secolo, ha perso il suo linguaggio dopo
che è stata liberata. Sia che siamo rimasti arretrati o abbiamo fatto
errori, abbiamo gestito la nostra vita sul più alto plateau del mondo
usando soltanto il tibetano. Abbiamo avuto tutto scritto nel nostro proprio
linguaggio, sia che si trattasse del Buddismo, dei mestieri, l'astronomia,
i poemi o la logica. Anche tutti i lavori amministrativi venivano svolti
in tibetano. Quando l'Istituto di tibetologia è stato fondato, ho parlato
nel Palazzo del popolo e ho detto che gli studi tibetani dovrebbero essere
basati sulle fondamenta della religione e della cultura tibetane. Finora
abbiamo sottovalutato queste materie. Forse non è l'obiettivo intenzionale
del Partito lasciare morire la cultura tibetana, ma mi domando se la lingua
tibetana sopravvivrà o sarà sradicata".
Nel 1992 il professor Dungkar Lobsang Trinley - una delle principali figure
culturali ed intellettuali del Tibet moderno, riconosciuto anche dalla
dirigenza cinese come un "tesoro nazionale", disse che "nonostante quella
tibetana venga dichiarata prima lingua da usare in tutte le riunioni e
funzioni governative e nella corrispondenza ufficiale, dappertutto si
usa il cinese come lingua di lavoro". Questa situazione, ha argomentato,
determina che i tibetani perdano il controllo sul loro destino. Aggiunge
il professor Dungkar: "Tutta la speranza in un nostro futuro, tutti gli
altri sviluppi, l'identità culturale e la protezione del nostra patrimonio
dipende da questa (la lingua tibetana). Senza persone istruite in tutti
i campi, in grado di esprimersi nel loro proprio linguaggio, i tibetani
sono in pericolo di essere assimilati. Abbiamo raggiunto questo punto".
Dherong Tsering Thondup, un altro erudito tibetano, ha sollevato una preoccupazione
simile dopo avere svolto una dettagliata indagine sulla condizione della
lingua tibetana in molte zone del Tibet orientale. Nel suo rapporto, pubblicato
all'inizio degli anni 90, Dherong scrive che dei 6.044 membri del Partito
e funzionari nella prefettura autonoma tibetana di Karze solo 991 conoscevano
il tibetano. Analogamente, la maggior parte dei 25 allievi tibetani in
una classe a Dhartsedo non parlava tibetano affatto. Dherong ha citato
tre motivi principali per questo: Il primo, egli disse, è la politica
sciovinista del governo cinese, che accelera il processo di sinicizzazione;
il secondo è la nozione del tibetano come di un linguaggio senza valore
nella società odierna; ed il terzo, il complesso di inferiorità sofferto
dai tibetani, che impedisce loro di prendere iniziative per proteggere
il loro proprio linguaggio.
Tutte queste prove suggeriscono che le occasioni educative create nel
Tibet tramite lo sconvolgente avanzamento cinese durante l'ultimo mezzo
secolo sono deplorevolmente inadeguate per i bisogni dei tibetani. Si
collocano molto indietro rispetto a quanto hanno realizzato in questo
campo i tibetani in esilio, che nel 1959 arrivarono in India a mani vuote.
La Comunità tibetana in esilio oggi ha 87 scuole con 30.000 studenti iscritti,
pari al 85 per cento dei bambini in età scolare. Oggi la formazione in
esilio produce medici, amministratori, ingegneri, insegnanti laureati,
giornalisti, assistenti sociali, avvocati, programmatori, etc. Questo
è principalmente grazie al governo dell'India, che contrariamente a quello
di Pechino non vanta meriti per il suo ruolo.
In più, ci sono oltre 200 monasteri e conventi in esilio con circa 20.000
monaci e monache. Non c'è da meravigliarsi che i giovani tibetani rischino
la vita attraversando le montagne dell'Himalaya per ricevere un'istruzione
decente in India.
Il servizio sanitario
Fra il 1959 e il 1979, la campagna comunista contro i "quattro vecchiumi"
designò come bersaglio anche il tradizionale sistema curativo tibetano.
Gli istituti medici tibetani furono chiusi. I professionisti medici tradizionali,
che avevano appreso le loro abilità nel corso delle loro intere vite,
furono sostituiti dai "medici a piedi nudi", che hanno avuti soltanto
sei mesi - un anno di addestramento. La maggior parte di questi paramedici
- di età tra i 15 e i 19 anni - non aveva avuto educazione scolastica
prima del loro addestramento. Gli ospiti stranieri nel Tibet durante quel
periodo registrarono un aumento nell'incidenza di cancro, dissenteria
e diarrea.
Dopo la liberalizzazione economica del 1979 ci fu un notevole miglioramento
delle strutture sanitarie, almeno nelle aree urbane. Tuttavia, gli standard
sanitari sono rimasti molto più bassi che nel resto della Cina. Dawa Tsering
- un giovane tibetano ritornato in Tibet dall'esilio per studiare all'Istituto
nazionale delle minoranze di Siling, in Amdo, fra il 1979 e il 1981 -
disse che gli ospedali di Siling fornivano trattamento gratuito agli studenti
e ai quadri, ma la gente comune doveva pagare. "Tranne i casi di emergenza,
il trattamento dei tibetani comuni in questi ospedali è casuale", disse.
Un dipendente del British Voluntary Service Overseas che ha trascorso
un anno, il 1987, all'università di Lhasa, ha detto che il servizio medico
nella città di Lhasa era così terribile che "i cinesi preferivano volare
a casa piuttosto di essere ricoverati a Lhasa". Ricordando la sua visita
ad un ospedale di Lhasa, ha detto: "Non ho mai visto un'infermiera nei
tre giorni che ci sono stata. I visitatori vagavano in gran numero in
qualunque momento. Il medico che mi ha visitata fumava. Non c'erano tende
per fare i propri bisogni proteggendo la privacy, né dagli altri pazienti
e loro parenti, né dal mondo esterno attraverso la finestra. C'era d'avere
paura a bere l'acqua o mangiare il cibo fornito e si vive di quello portato
dagli amici".
La tubercolosi è ampiamente diffusa in Tibet. Un giornale dell'Unione
internazionale contro la tubercolosi e le malattie polmonari ha segnalato
all'inizio del 1988 che la diffusione della tubercolosi era più alta nello
Xinjiang e nel Tibet. Il rapporto segnalava che il tasso di diffusione
nella "TAR" di 1,26 per cento e un tasso positivo post-primario di 0,316
per cento erano il doppio rispetto a quelli dell'intera Cina, rispettivamente
lo 0,72 per cento e 0,19 per cento.
Le condizioni sanitarie in Tibet, specialmente fra i bambini, è rivelata
chiaramente nei risultati dell'indagine eseguita fra 1993 e 1996 dal Progetto
di collaborazione sanitaria e nutrizione infantile nel Tibet (TCNP). Il
TCNP ha trovato prove di malnutrizione cronica e condizioni di salute
severamente compromesse. "Il 52% dei bambini esaminati mostra segni di
arresto della crescita e bassa statura rispetto all'età; oltre il 40 per
cento dei bambini mostra segni di malnutrizione di energia proteica; e
il 67 per cento sono stati diagnosticati con il rachitismo clinico (una
malattia delle ossa frequentemente causata dalla mancanza di vitamina
D)".
Malgrado questi rapporti, le pubblicazioni ufficiali cinesi continuano
a vantare grandi miglioramenti nel sistema sanitario. Secondo le autorità
cinesi, nel 1998 c'erano nella "TAR" 1.300 strutture mediche e 6.700 letti
d'ospedale. Le autorità sostengono anche che "le istituzioni mediche possono
essere trovate dappertutto" nel Tibet. Ma la realtà è che il servizio
medico-sanitario nel Tibet è altamente deviato verso i residenti urbani,
che sono principalmente cinesi. Gli abitanti delle zone agricole e pastorali
devono viaggiare a cavallo o yak anche per un giorno intero per raggiungere
i capoluoghi provinciali o i grandi agglomerati urbani per il trattamento.
Anche nelle aree urbane, l'ammissione ad un reparto di degenza di un ospedale
governativo richiede un deposito iniziale di 500-3.000 yuan, somme irragionevoli
i comuni tibetani, di cui il reddito medio pro capite è attualmente di
1.258 yuan (circa 151,56 dollari).
Come conseguenza dello scadente servizio medico-sanitario per i tibetani
e delle cattive condizioni di igiene pubblica c'è un tasso di mortalità
più alto per i tibetani che per i cinesi. Nel 1981, secondo rapporti del
1984 della Banca mondiale in 1984 e del 1991 dello UNDP, i tassi di mortalità
grezzi erano 7,48 per mille nella "TAR" e 9,92 per mille in Amdo, contro
una media di 6,6 in Cina. Anche i tassi di mortalità infantile sono sproporzionatamente
alti: 150 per mille contro 43 per mille della Cina. Il tasso di morbilità
della tubercolosi, secondo la Banca mondiale, è del 120,2 per mille nella
"TAR" e del 647 per mille in Amdo.
Analogamente, nel 1995 il Tibet figurava per ultimo nell'indice di speranza
di vita e nell'indice di istruzione con lo 0,58 e lo 0,32 rispettivamente,
ben al di sotto della media nazionale della Cina di 0,73 e di 0,68 rispettivamente.
La situazione dei diritti umani
La fuga di Sua Santità il Dalai Lama, seguito in esilio nel 1959 da migliaia
di tibetani, e le successive misure repressive militari in Tibet divennero
titoli sulla stampa internazionale. La brutale repressione incontrata
dai tibetani coinvolti nell'insurrezione contro il dominio cinese e l'intolleranza
comunista cinese violentemente espressa contro il Buddismo tibetano spinse
l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a passare tre diverse risoluzioni
nel 1959, 1961 e 1965, condannando le violazioni da parte delle autorità
cinesi dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali della gente
tibetana, compreso il loro diritto all'auto-determinazione. Nella risoluzione
del 1961 sulla situazione nel Tibet, l'Assemblea generale rinnovò "la
sua richiesta per la cessazione di tutte le pratiche che privano il popolo
tibetano dei diritti umani e delle libertà fondamentali che hanno sempre
goduto".
Malgrado il documento governativo cinese sostenga che da allora ci sia
stato un miglioramento cumulativo della situazione dei diritti umani in
Tibet, la Sottocommissione delle Nazioni Unite sulla prevenzione della
discriminazione e protezione dei diritti delle minoranze, che ha sede
a Ginevra, nella sua risoluzione del 1991 sulla situazione in Tibet esprime
preoccupazione per "le continue violazioni delle libertà e dei diritti
umani fondamentali che minacciano la distinta identità culturale, religiosa
e nazionale del popolo tibetano", invitando la Cina a "rispettare pienamente
i fondamentali diritti umani e le libertà del popolo tibetano..."
Sollecitata dalle notizie di diffuse uccisioni e distruzioni nel Tibet,
la Commissione internazionale di giuristi pubblicò nel 1959 un rapporto
preliminare intitolato The Question of Tibet and the Rule of Law. Nel
1960 il Comitato di inchiesta legale della Commissione internazionale
di giuristi presentò i suoi risultati alla commissione denominata Il Tibet
e la Repubblica popolare cinese. Nel rapporto, il comitato di inchiesta
legale scrisse: "Le prove presentate al Comitato di inchiesta legale ci
persuadono che i cinesi nel Tibet hanno inteso distruggere questo gruppo
religioso, vale a dire i buddisti nel Tibet... Le prove indicano che numerose
figure religiose sono state uccise nel tentativo d'indurne altre a rinunciare
alla loro fede. Indicano anche che tantissimi tibetani della nuova generazione
vengono trasferiti con la forza in un ambiente dove non possono essere
raggiunti dalla vecchia religione. Questi atti fanno parte di un disegno
generale volto a sradicare la fede religiosa nel Tibet e così facendo
distruggere il gruppo religioso. In breve, atti condannati come di genocidio
sono stati commessi per distruggere il Buddismo in Tibet, e l'intento
è che non rimanga là nessun buddista".
La ricerca di una soluzione durevole
Al contrario di quanto descrive il documento governativo cinese, il Tibet
consiste nella Cholka-sum, cioé le tre province di U-Tsang, Kham ed Amdo,
con un'area totale di 2,5 milioni di chilometri quadrati e una popolazione
di circa sei milioni di persone. Quando il governo cinese si riferisce
al Tibet si riferisce soltanto alla cosiddetta "Regione autonoma del Tibet"
(TAR) che pricipalmente consiste nell'U-Tsang e in alcune parti del Kham,
con una superficie di 1,2 milioni di chilometri quadrati e soltanto un
terzo della popolazione totale del Tibet. La maggior parte dell'Amdo e
piccole parti del Kham sono ora fuse nella nuova provincia di Qinghai
mentre il resto dell'Amdo e del Kham sono fusi nelle provincie cinesi
di Gansu, Sichuan e Yunnan.
Il Tibet era un paese indipendente de jure e de facto quando la Cina lo
invase nel 1949. Questa acquisizione di controllo militare costituisce
l'invasione di uno stato sovrano in chiara violazione del diritto interanzionale.
L'odierna, continuata occupazione illegale del Tibet da parte della Cina,
rinforzata da una forte presenza militare, costituisce una perdurante
violazione del diritto internazionale e del diritto fondamentale del popolo
tibetano alla auto-determinazione.
Per queste ragioni, invece di pubblicare documenti governativi a proprio
uso e consumo, è assolutamente necessario che la Cina smantelli la sua
struttura coloniale in Tibet. L'attuale politica di intensificazione della
repressione e le crescenti attività di sviluppo, dapprima messe in atto
dal terzo forum di lavoro sul Tibet e vivamente raccomandate dal quarto,
è una politica errata. Tutti nel mondo, tranne la dirigenza intransigente
di Pechino, considerano che questa politica sia miope e si dimostrerà
disastrosa a lungo termine. Melvyn C. Goldstein, un erudito del Tibet
che l'ultimo documento governativo cinese cita con approvazione per avere
sostenuto la sua pretesa che la vecchia società tibetana fosse feudale,
ha scritto della politica pechinese della linea dura in un articolo sul
Tibet pubblicato su Foreign Affairs del gennaio-febbraio 1998: "Molto
esperti e moderati cinesi si chiedono se l'attuale politica produrrà la
stabilità a lungo termine che la Cina desidera nel Tibet, perché essa
esacerba l'alienazione dei tibetani, persino dei giovani, intensifica
i loro sentimenti di odio etnico e disperazione politica, e inculca l'idea
che le aspirazioni nazionaliste dei tibetani non saranno soddisfatte finché
il Tibet sarà parte della Repubblica popolare cinese.
L'esperto del Tibet sostanzia la sua dichiarazione commentando: "Il nocciolo
della questione è che è improbabile che i tibetani restino seduti ancora
molto a lungo a guardare Pechino trasformare la loro patria impunemente.
Il sentimento nazionalistico combinato con la rabbia e la disperazione
fa un potente fermento e ci sono tibetani, all'interno ed all'esterno,
che favoriscono una campagna di violenza mirata".
Le vedute di Melvyn Goldstein sono echeggiate da eruditi cinesi che vivono
in Cina. Wang Lixiong, autore del bestseller cinese The Yellow Peril,
in un suo articolo intitolato Il Dalai Lama è la chiave alla questione
tibetana, scrive, "Dal punto di vista della Cina, queste ragioni rendono
la questione tibetana molto più delicata di quella dello Xinjiang. Le
caratteristiche della questione tibetana sono: incertezza storica per
quanto riguarda la sovranità della Cina, internazionalizzazione della
questione, supporto dalla società occidentale, un efficace governo in
esilio, e una guida spirituale che è riverita dai tibetani ed è influente
in tutto il mondo". Wang Lixiong scrive anche nello stesso articolo: "Di
conseguenza, se si considerano gli interessi di lunga durata della Cina,
non è saggio prevenire la questione. Ed è un errore persino più grande
aspettare che il Dalai Lama muoia. Questa politica è incauta". Wang Lixiong
suggerisce vivamente che la Cina "colga l'occasione attuale ed inizi il
processo di individuazione della soluzione alla questione tibetana mentre
il XIV Dalai Lama è vivo e in buona salute. È necessaria al più presto
un'iniziativa per realizzare la stabilità permanente con uno singolo sforzo.
Prendere tempo non è nell'interesse né del Dalai Lama né della Cina. Infatti,
è la Cina che ne uscirà peggio. La Cina non dovrebbe considerare il Dalai
Lama come un ostacolo alla soluzione della questione del Tibet, ma come
la chiave ad una soluzione duratura. Tuttavia, se il problema non viene
risolto bene, la chiave che può aprire la grande porta può anche bloccarla".
traduzione:
Michele Boselli
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