III°
SEMINARIO EUROPEO SUL TIBET
PIENA AUTONOMIA PER IL TIBET ENTRO TRE ANNI O RICONOSCIMENTO
INTERNAZIONALE DEL GOVERNO TIBETANO IN ESILIO
Parlamento europeo,
Bruxelles, 7 e 8 dicembre 2000
Intervento
di Benedetto Della Vedova
Io ringrazio molto Olivier per l'invito e non posso che complimentarmi
con lui per questo incontro, questo appuntamento, per le iniziative
sue e di tutti gli amici del Tibet.
D'altra parte io credo che chi abbia avuto l'occasione anche solo da
turista un po' interessato, di stare in Tibet, non sia riuscito ad andare
via da lì senza un amore profondo per il Tibet, per il suo popolo e
senza un fastidio, un odio immediato per quello che ancora si vede dell'occupazione
cinese di Lhasa e di tutto il resto del Tibet.
Olivier mi ha invitato a fare alcune riflessioni su uno degli aspetti
più delicati, più spinosi della questione tibetana o comunque della
questione cinese in generale, come da liberali da libertari, da radicali
noi la possiamo vedere e questo aspetto è quello delle relazioni
economiche tra i Paesi occidentali, l'Europa e la Cina.
Schematicamente ci sono due opzioni, due approcci: da una parte c'è
chi dice: bisogna smettere questo scandalo delle relazioni economiche
con la Cina, chi promuove investimenti, relazioni commerciali con la
Cina, di fatto aiuta il regime, e quindi in qualche modo spinge per
un embargo, per un boicottaggio e misure di questo tipo; dall'altra
parte, una visione forse un po' illuministica è quella invece di chi
dice che proprio le relazioni economiche, le relazioni commerciali che
poi non sono solo mai relazioni economiche e commerciali, in realtà
finiranno per minare le basi stesse del regime, perché le relazioni
economiche implicano necessariamente apertura, scambi, implicano modelli
di consumo diversi, implicano l'emergere necessariamente di nuovi ceti
economici e commerciali e quindi spingono alla richiesta di una maggiore
libertà e poi anche di elementi di democrazia.
Viste così sono due esasperazioni. Io personalmente ritengo comunque
che l'apertura economica della Cina, le relazioni economiche dei
Paesi occidentali, dei Paesi europei siano utili, perché io credo che
una economia di mercato è una condizione necessaria per uno Stato di
diritto e per una democrazia e probabilmente anche viceversa.
Io sono convinto che vendere prodotti europei in Cina o portare investimenti
industriali, crescita economica, lavoro in Cina, cosa che le aziende
fanno non per beneficenza naturalmente ma per il proprio interesse o
vendere prodotti cinesi in Europa, di per se sia negativo per la libertà
dei cinesi o per la libertà dei tibetani.
Io credo che le relazioni economiche siano sempre e comunque un veicolo
anche di idee, un veicolo di informazioni su quello che succede all'estero
e di informazioni su quello che dall'estero si vede del Paese coinvolto,
in questo caso la Cina.
Ciò detto credo che la vera questione quindi, non sia una questione
economica, la questione è e resta una questione politica. La falsa idea
che si propaga casomai, è quella che una apertura commerciale, delle
relazioni economiche, la libertà delle imprese europee di investire
in Cina, implichi necessariamente, un silenzio politico totale su tutto
quello che poi succede in Cina, implichi le denunce del comportamento
violento, totalitario del regime comunista cinese, implichi, per esempio
di chiudere gli occhi sulla vicenda tibetana.
Sembra che non si possa sfuggire a un dogma: se le imprese fanno affari
con le imprese cinesi io, a quel punto, devo abdicare a qualsiasi forza
di pressione politica, devo tacere, devo rinunciare a immischiarmi in
qualche modo con le vicende dei cittadini e del popolo cinese e tibetano.
Io credo che
questo sia un falso modo di porre la questione e quello di cui discutiamo
e discutete oggi, l'attività di Olivier, la risoluzione del Parlamento
europeo che rischia, lo sappiamo bene, di essere lettera morta, ma che
potenzialmente potrebbe essere un elemento, un veicolo di pressione
formidabile, sono la testimonianza che si possa continuare con le pressioni
politiche, si possa continuare ad occuparsi della libertà, dello stato
di diritto che non c'è, della democrazia che non c'è in Cina, anche
in un quadro che contempli relazioni economiche.
Io credo che la responsabilità della politica europea e occidentale
in generale, quindi, non sia quella di aver consentito alle proprie
imprese di avere relazioni economiche, io credo che la responsabilità
prima sia quella di avallare, nell'opinione pubblica occidentale, alcuni
miti e questi miti sono molto più pericolosi, secondo me, per i cinesi,
che non le relazioni economiche.
Il primo mito che viene propagandato, che viene avallato è ad esempio
quello che la Cina sia un esempio di economia di mercato senza democrazia.
Questo mito è falso, è falso perché è vero che in Cina non c'è democrazia,
in Cina c'è la dittatura, ma in Cina soprattutto non c'è affatto una
economia di mercato. C'è quella che viene chiamata economia socialista
del mercato, a me già viene l'orticaria quando nel Parlamento europeo
sento parlare di economia sociale, di mercato, figuriamoci quanto possa
dar credito a uno stimolo a una contraddizione in termini di mercato.
Non esistono terze vie, una economia è socialista o è una economia di
mercato.
In Cina non c'è affatto una economia di mercato, non c'è il capitalismo
come lo intendiamo noi. Ci sono probabilmente delle oligarchie colluse
con il regime che hanno un potere economico forte, e c'è un tessuto
di imprese, in qualche modo private, che vivono però sotto il tallone
di un governo invasivo nell'economia, dirigista, burocratico e corrotto.
Ci sono alcuni segnali di questo, per esempio in una economia di mercato
uno degli aspetti fondamentali è il mercato del credito, sono le banche,
la possibilità di prestare soldi o di avere soldi a credito per investire,
rischiare eccetera, tutto questo in Cina non c'è.
Il 70% del credito
erogato dalle banche cinesi finisce sostanzialmente a fondo perduto
a finanziare le imprese pubbliche che poi non restituiscono più nulla
semplicemente finanziano le proprie inefficienze.
Non c'è una economia di mercato perché l'interscambio commerciale
e gli investimenti stranieri non sono liberi. Le imprese cinesi
che commerciano con l'estero, lo fanno in virtù di una acquisizione
dei "foreign trading rights" che vengono concessi dal regime
quindi l'impresa non ha il diritto alle relazioni commerciali internazionali,
può ottenere la possibilità di farlo, ma questo chiaramente è un elemento
che va contro qualsiasi regola di una economia di mercato.
In Cina, lo sappiamo bene, non esiste un sistema giudiziario, un
sistema di regole di diritto forte e autonomo che possa garantire le
relazioni economiche e le transazioni economiche internazionali. Il
sistema giudiziario cinese è asservito agli interessi del Partito.
Io per esempio continuo a pensare che da questo punto di vista l'adesione
della Cina al WTO - Organizzazione Mondiale del Commercio - forzerà,
forse sono un illuso, quanto meno ad avere un segmento di giurisdizione,
quella che sovrintende le relazioni commerciali internazionali e dia
garanzie agli operatori, tanto quelli internazionali quanto quelli cinesi.
Portare la Cina in questo settore, quanto meno, entro un quadro di
regole internazionali con la capacità e gli strumenti di ritorsione
che il WTO consente, credo che sia sicuramente un passo importante,
insufficiente e inadeguato rispetto a tutte le cose di cui stiamo discutendo,
ma sicuramente lo è.
Del resto io credo che la mancanza di riforme economiche vere, che non
potranno venire, ne sono convinto, non potranno venire in un quadro
istituzionale come quello attuale cinese, la mancanza di vere riforme
economiche e di liberalizzazioni sta rallentando quella che all'inizio
degli anni 90 sembrava una poderosa e inarrestabile crescita dell'economia
cinese. Ricordiamo che l'economia cinese, in termini di prodotto interno
lordo, vale quanto l'economia italiana; questo significa che poi il
reddito pro capite dei cinesi è, grosso modo, un ventesimo del reddito
pro capite dei cittadini dei Paesi avanzati. Questo
è gravissimo. La caduta nel tasso di crescita che resta poderoso se
confrontato con il tasso di crescita delle economie europee, italiana
ma non solo, resta poderoso, ma la caduta di questo tasso di crescita
è un fatto gravissimo ed i primi ad accorgersi del fatto che in Cina
non vi è economia di mercato e quindi non vi sono le potenzialità di
crescita economica che l'economia di mercato ha dimostrato di assicurare
ovunque si sia affermata, i primi ad accorgersi di questo sono proprio
le imprese.
Se noi andiamo a vedere quello che sta succedendo, i fenomeni sono sempre
contraddittori, ci sono ondate che si susseguono eccetera, ma ci sono
alcune multinazionali importanti che più o meno in silenzio, stanno
cominciando a ridimensionare la propria presenza in Cina; la la Daimler-Chrisler,
l'Unilever, la Katerpillar, la Walfur eccetera, stanno cominciando a
ridimensionare la propria presenza in Cina.
Un altro elemento importante riguarda gli investimenti diretti, dall'estero
in Cina. Almeno, dai dati che io ho potuto vedere, nei primi 6 mesi
del 2000, a fronte di promesse di investimenti crescenti rispetto all'anno
precedente, gli investimenti sono in realtà calati di quasi l'8%.
Tutto questo per dire appunto che ripeto, con fenomeni assolutamente
contraddittori, investimenti che si aprono, altri che si chiudono eccetera,
già si comincia a vedere, da parte delle imprese, una diminuzione della
fiducia nella possibilità dell'economia cinese e della profittabilità
degli investimenti dall'estero in Cina.
Questo anche per dire che è del tutto fuori luogo pur partendo, come
dicevo all'inizio, da un giudizio che non è sicuramente negativo sull'apertura
di relazioni economiche e l'intensificarsi delle relazioni economiche
tra occidente e Cina, questo per dire che l'innamoramento di cui sembrano
preda i principali governi occidentali e anche europei per la Cina,
innamoramento che è testimoniato dal fiume inarrestabile di finanziamenti
da parte della Banca Centrale verso la Cina a fronte dei quali in realtà
il governo cinese sta accumulando sempre più ingenti risorse in dollari
e valuta straniera, questo innamoramento è, come minimo, fuori misura
anche da un punto di vista economico.
Si crea, ripeto, il mito della Cina, dell'economia cinese,
di questa strana cosa con cui dovremo fare i conti, cioè di una economia
di mercato che accompagna una dittatura, ma si crea un mito che è un
mito pericolosissimo.
A fronte di questo e termino queste brevi considerazioni, a fronte di
questo mito e di questo falso mito che viene propagandato, noi assistiamo
a un altro fenomeno speculare, e specularmente incomprensibile, che
è quello della freddezza che i Paesi occidentali, tutto sommato, nonostante
qualcosa sia stato fatto negli ultimi anni, anche dall'Europa, nei confronti
dell'India.
L'India presenta una economia tutto sommato paragonabile, in tutto comparabile,
come dimensioni e anche come mercato, a quello cinese.
Eppure gli investimenti diretti dall'estero, dai Paesi occidentali in
India, nonostante l'India con tutte le sue contraddizioni dia sicuramente
alcune garanzie in più di tutela degli investimenti, offra in alcuni
settori una disponibilità abbondante di personale qualificato non solo
nei settori maturi, obsoleti della produzione manifatturiera ma anche
nei settori tanto in voga giustamente della "new economy", nonostante
questo gli investimenti diretti dall'estero in India, sono un decimo
di quelli che vengono effettuati, anno dopo anno, anche se abbiamo visto
che forse si comincia a ripensarci in Cina.
Io credo che questo sia uno dei gravi errori che l'Occidente compie
in Asia; da una parte avallare la Cina, avallare l'idea che non si possa
che proseguire così in Cina, dall'altra, non sostenere un Paese con
tutte le sue contraddizioni, democratico come l'India, spingendolo,
come di fatto sta succedendo, nelle braccia dell'amico-nemico, più nemico
che amico, ma poi si sa che la forza delle cose a volte può superare
anche inimicizie secolari, nelle braccia della Cina e della Russia.
C'è il rischio che si crei un triangolo potentissimo tra Cina, Russia
e India che avrebbe come suo elemento di cementificazione sicuramente
il nazionalismo e la repressione di qualsiasi spinta autonomista in
Cecenia, in Kashmir o appunto in Tibet.
E' un rischio che noi stiamo percorrendo, è una via pericolosissima
sulla quale ci stiamo incamminando, che non ha, ripeto, alcuna giustificazione
di natura economica. Non c'è alcuna a mio avviso e ad avviso di moltissimi
osservatori che seguono queste questioni da decenni, non c'è alcuna
ragione per cui ci sia questo innamoramento, questa spinta nei confronti
della Cina per quanto riguarda le relazioni economiche e invece ci sia
questa freddezza nei confronti dell'India.
Quindi io credo che si debba stare attenti a lanciare anatemi, a richiedere
boicottaggi, a richiedere embarghi sulle relazioni economiche tra Paesi
occidentali e Cina, credo che comunque sarebbe un errore, credo che
finiremmo per lasciare ancora più soli i cinesi con la loro lotta per
la libertà e poi anche per la democrazia, credo però che si debba
lanciare un monito forte alla politica europea e alla politica statunitense,
miopi su questo, giacché nell'Asia c'è un partner sicuramente più affidabile
che è l'India e c'è un partner invece che se lasciato solo come sta
succedendo, finirà per agganciarsi, ripeto, come ultimo vagone al treno
della Cina e dell'India, a quel punto avremo un monolite fortissimo
sotto tutti i punti di vista, dagli armamenti all'economia della numerosità
delle popolazioni e a questo punto credo che si creerebbero guai ancora
più grossi, non solo per gli equilibri internazionali ma anche per le
popolazioni che in tutti e tre i Paesi lottano per la libertà e per
la democrazia.