A Mosca, a Mosca

di Angelo Pezzana

SOMMARIO: Racconto di un'iniziativa di protesta a Mosca - condotta nel 1977 da Pezzana, leader del FUORI! e membro della segreteria del gruppo parlamentare radicale - contro la condanna a lavori forzati del regista Serghei Paradjanov, accusato di omosessualità. Il brano costituisce un capitolo del libro: "Dentro & Fuori. Una autobiografia omosessuale", edito nel 1996 da Sperling & Kupfer.

 

SERGHEI Paradjanov era una delle classiche spine nel fianco del potere comunista sovietico. Nato nel 1924 in Georgia da genitori armeni, aveva esordito nella cinematografia a metà degli anni Cinquanta raccontando con immagini visionarie di grande originalità artistica i miti e le leggende georgiane, armene e ucraine.
Il potere brezneviano - al pari di quelli che lo avevano preceduto - mal digeriva quell'autore indipendente e amaro difficilmente piegabile al piattume del realismo socialista.
Nel 1974 Paradjanov - che era, anche, apprezzato pittore e sceneggiatore - fu arrestato secondo il dettato dell'articolo 121 del Codice Penale sovietico, accusato di "incitamento al suicidio, traffico di valuta estera, diffusione di malattie veneree, omosessualità e traffico di oggetti d'arte" e condannato a cinque anni di lavori forzati.
Era, del resto, consuetudine del KGB utilizzare l'articolo 121 per eliminare i dissidenti. L'accusa di essere un omosessuale calava come una mannaia sulla testa di migliaia di cittadini, il cui destino si perdeva in
qualche prigione sconosciuta dell'impero sovietico, senza che nessuna voce si
alzasse mai in loro difesa, senza che nessuna protesta si facesse sentire. Nel 1977, al congresso che l'International Gay Association tenne ad Arbus in Danimarca, proposi un'azione dimostrativa a favore del regista armeno. Non era accettabile che la comunità omosessuale occidentale facesse passare sotto silenzio una persecuzione così vergognosa. Certo, scendere in piazza a New York o a Parigi era più divertente e non comportava alcun rischio, mentre protestare sulla piazza Rossa sarebbe stato un gesto pericoloso, che però, almeno, avrebbe avuto un notevole valore simbolico. Io ero deciso a sfruttare sino in fondo la mia funzione di deputato supplente che mi permetteva di disporre di un tesserino di riconoscimento di Montecitorio e della carta intestata della Camera dei Deputati. L'IGA, dopo averci pensato e ripensato, decise di inviare, al posto di una delegazione, un bel telegramma di solidarietà a Paradjanov (con gli straordinari risultati che tutti ci potevamo aspettare da quel gesto eroico!). Deluso ma pur sempre detemminato a proseguire per la mia strada, decisi che a Mosca ci sarei andato da solo.
In quello stesso periodo Carlo Ripa di Meana, allora uno dei garofani all'occhiello di Bettino Craxi, presiedeva la Biennale del Dissenso di Venezia che aveva in programma i film di Paradjanov. Ripa di Meana, che professava una feroce ostilità per i comunisti, mostrò di apprezzare la mia proposta e mi autorizzò a parlare a nome della manifestazione veneziana. Ancora oggi mi rimprovero di essere stato così ingenuo da non chiedergli di mettere tutto nero su bianco. Cominciai così a preparare il viaggio. Per non rischiare un rifiuto del visto, pensai che il modo migliore per non dare nell'occhio era partire con un viaggio organizzato e ne trovai uno che prevedeva otto giorni a Mosca e Leningrado per 365.000 lire. Ma commisi un'imprudenza: telefonai a Piero Ostellino, allora corrispondente a Mosca per il Corriere della Sera e vecchio amico degli anni di scuola (avevamo frequentato
lo stesso liceo), annunciandogli il viaggio e i miei propositi e chiedendogli l'elenco dei corrispondenti esteri
nella capitale sovietica. Alla fine della conversazione Piero mi fece: "Dimenticavo di dirti che, qui a Mosca,
abbiamo tutti il telefono sotto controllo. Credo che a questo punto le autorità sovietiche conoscano le tue intenzioni". Caddi dalle nuvole. Non ero mai stato in URSS e non immaginavo nemmeno lontanamente il clima di sospetto e cautela in cui vivevano i giornalisti stranieri, le cui case e uffici erano tenuti costantemente sotto controllo. Se volevano, sia pure per poco, sfuggire al Grande Fratello e parlare liberamente non avevano altra possibilità che scendere per strada.
Prevedendo che a Mosca, se mai fossi riuscito ad arrivarci, non mi sarebbe stato agevole procurarmi il materiale necessario per la protesta, mi organizzai per tempo. Dal corredo che mi aveva dato mia madre presi e misi in valigia un asciugamano di lino bianco.
In cartoleria comprai un pennarello, non troppo grande, cioè di dimensioni tali da non destare sospetto. Appena sbarcati all'aeroporto Seremetevo di Mosca, con tutto il gruppo di turisti mi diressi verso gli uffici della
dogana. Mentre gli altri sbrigarono le formalità rapidamente e furono lasciati passare, io venni trattenuto.
Sospettosi agenti di frontiera presero a controllare il mio passaporto e il mio bagaglio e a farmi infinite
domande: dove andavo, perché ero in URSS, se ero in rapporti con cittadini sovietici eccetera. Opposi risposte banali e innocenti: ero in URSS per una vacanza, mi interessava l'arte russa, no, non conoscevo nessun cittadino sovietico. Dopo qualche ora, non essendo riusciti a trovare nulla di compromettente, mi restituirono la valigia che era stata passata ai raggi X tanto che dovettero sostituirmi il tubetto della pasta dentifricia che avevano svuotato immaginando di trovare al suo interno chissà quale marchingegno imperialista. Potei così raggiungere l'hotel Nazional, un edificio di fine Ottocento con aggiornamenti liberty, dove i miei compagni di viaggio mi accolsero con qualche domanda circa il mio ritardo e il fermo in dogana. Risposi in modo evasivo e attribuii l'episodio all'insensatezza della burocrazia sovietica.
Per evitare che nella peggiore delle ipotesi si potessero perdere le mie tracce avevo chiesto di dividere la stanza con un'altra persona: così avrei avuto almeno la certezza che il mio compagno di stanza sarebbe stato sempre al corrente delle mie mosse. Mentre gli altri appartenenti al gruppo se ne andavano in giro a visitare le bellezze della Mosca imperiale, io cominciai a contattare tutti i giornalisti i cui nomi mi erano stati suggeriti da Ostellino. Il mio scopo era quello di fare più rumore possibile sui media occidentali e portare così alla luce l'indegna persecuzione degli omosessuali nell'Unione Sovietica.
Mentre i giornalisti italiani si dimostrarono imbattibili per indifferenza, altri come il corrispondente di Le Monde parvero autenticamente interessati e sensibili al problema. Due giornaliste amencane soprattutto la prima dell'UPI (United Press Internátional), l'altra dell'AP (Associated Press) mi garantirono il loro appoggio e la copertura delle rispettive agenzie di stampa.
Eravamo a novembre e l'inverno moscovita arrivò come sempre con grande anticipo. La tensione non mi permetteva di mandar giù nemmeno una mollica di pane. Riuscii a bere solo acqua, tanta acqua. Alla
fine di quel viaggio di cinque giorni, tornai a casa alleggerito di altrettanti chili. Ero teso, preoccupato e -
per dirla tutta - avevo una gran paura. Del resto non conoscevo nulla di Mosca, che mi appariva gelida e
inquietante. Ero come su un altro pianeta e faticavo a mantenere il mio ruolino di marcia. Tra le altre cose
avevo pensato di chiedere l'appoggio di Andrei Sakharov, in quel tempo il dissidente più conosciuto in Occidente. Fu sempre grazie a Ostellino che riuscii ad avere il suo numero di telefono. Così, poche ore dopo
iI mio arrivo, lo chiamai chiedendogli un appuntamento.
"Perché mi vuole vedere?" Dall'altro capo del telefono mi rispose una voce stanca, in inglese lentissimo.
"Perché mi occupo di diritti civili, Mr Sakharov."
"Quali dintti civili?"
"Quelli degli omosessuali."
"E' un problema complesso..."
.
Sentivo da parte sua una forte e inaspettata resistenza. Alla fine concluse che no, non era disponibile.
Tentai allora l'ultima carta che mi rimaneva. Gli dissi, forzando un poco la verità, che ero un deputato del
Parlamento Italiano. Quella dichiarazione dovette sortire un certo effetto, tanto che Sakharov ci ripensò e mi invitò ad andarlo a trovare.
Quel simbolo della resistenza all'orrore sovietico abitava al secondo piano di un modestissimo palazzo
della circonvallazione. L'appartamento era minuscolo; alle pareti scrostate di umidità si appoggiavano pile di libri in equllibrio precario. In casa il gelo era insopportabile: il nscaldamento era in funzione solo poche ore al giorno. Le sue mani erano piagate dai geloni, lo sguardo fiero ma stanco. Mi fece un'impressione di estrema nobiltà e di infinita pena. Proprio in quei giorni sua moglie Yelena Bonner che aveva seri problemi di vista, era a Firenze per úna visita specialistica. Sakharov cominciò a chiedermi se conoscevo questo e quello, elencando una serie di nomi di oculisti toscani a me del tutto ignoti. Era profondamente preoccupato per la malattia della moglie e mi pregò, una volta tornato in Italia, di portare il suo ringraziamento a quanti l'avevano aiutata.
Volle quindi sapere la ragione della mia presenza a Mosca e io gli spiegai che ero lì per protestare contro
la condizione degli omosessuali in Unione Sovietica, vittime dell'articolo 121. Sakharov si diresse verso uno scaffale, ne estrasse il volume del Codice Penale e lesse tra sé e sé il fatidico articolo. Poi alzò lo sguar- do verso di me: "Ha ragione", disse. "Ha proprio ragione. È una cosa orribile e si presta a infiniti ricatti. Ma vede io non potrò aiutarla. Se lo facessi, se mi esprimessi su un argomento come l'omosessualità, ciò screditerebbe la mia immagine. Mi accuserebbero subito di essere omosessuale e io, che da tutta la vita mi batto per i diritti civili in questo disgraziato e sfortunato Paese, perderei di credibilità".
Fui sinceramente deluso da quella risposta. Ma bisogna tener conto che negli anni Settanta anche in Occidente l'omosessualità era vista come qualcosa di orrendo, anche da noi un politico che fosse stato accusato di omosessualità avrebbe visto disintegrata ìa propria carriera. E Sakharov viveva a Mosca in una situazione di oppressione e pericolo mille volte superiore. Io mi ero aspettato da lui una presa di posizione forte, da cavaliere senza paura, ma così non andò. Alla fine aggiunse: "Tutto quello che posso offrirle sono i miei complimenti per quello che sta facendo. Ma, mi raccomando, stia attento". Raccomandazione che ebbe l'effetto di moltiplicare lo stato d'ansia che da qualche giorno si era impossessato di me.
Non appena lasciai Sakharov mi accorsi che i mastini del KGB non mi mollavano un attimo. Mi sembrava di stare in un film di spionaggio. I taxi su cui salivo erano perennemente seguiti da macchinoni neri con dentro dei figuri senza collo, faccia da pugili, vestiti scuri e camicie bianche.


L'ultima sera, prima che il mio gruppo partisse per Leningrado, comunicai a tutti i giornalisti che il mattino dopo avrei tenuto una conferenza stampa nella hall del mio albergo. Avvisai anche il mio compagno di camera di non preoccuparsi se non avessi raggiunto il gruppo, dato che avevo in mente altri programmi.
La notte, mentre lui dormiva, mi sedetti in un angolo della camera e con il pennarello, sull'asciugamano di lino di mia madre, scrissi in inglese: "Abbasso l'articolo 121 del Codice Penale Libertà per Paradjanov". Poi, con ago e filo portati dall'Italia, attaccai una fettuccia a un lato in modo da potermelo mettere al collo e il mattino successivo, con l'asciugamano nascosto sotto il giaccone di montone, scesi nella hall dell'albergo Nazional dove mi aspettavano una quindicina di giornalisti (tra i quali, manco a dirlo, nessun italiano) e molti fotografi. Qualificandomi come un rappresentante della Biennale del Dissenso e del gruppo parlamentare del Partito Radicale, spiegai i motivi della mia presenza a Mosca, dell'infamia della persecuzione degli omosessuali e del caso Paradjanov.

La conferenza stampa si chiuse rapidamente quando, dal fondo della sala, vidi venirmi incontro due
funzionari dei servizi segreti che, con tono alterato, cominciarono a chiedermi che cosa stessi facendo. Spiegai che stavo parlando con degli amici giornalisti, cosa del tutto legale persino in Unione Sovietica. La tensione cominciò a crescere e capii che mi restava a disposizione solo una manciata di minuti, se non di secondi. Chiesi ai giornalisti di seguirmi in strada e, come varcai la porta girevole dell'albergo, vidi due macchine nere che stazionavano lì davanti, mentre i funzionari del KGB, che mi stavano sempre attorno, presero a strattonarmi. Non avevo più tempo.
Con uno scatto aprii il giaccone e mostrai il panno con la scritta di protesta. Fu un attimo di panico. Gli "angeli custodi" dei servizi segreti non si aspettavano quella mossa e reagirono con ritardo dando così tempo ai fotografi di immortalarmi. Solo dopo il primo attimo di stupore, mi strapparono l'asciugamano di lino dal collo e mi spintonarono dentro una delle due autovetture partendo a gran velocità. Ma quello che dovevo e volevo fare l'avevo fatto. In quel momento mi pareva l'unica cosa che davvero importasse.
La macchina dove mi avevano fatto salire procedeva verso una direzione per me del tutto ignota. Alla fine del viaggio, ci fermammo davanti a un palazzone orribile che seppi poi essere la sede del KGB. Ad attendermi c'era un'interprete, una donna molto gentile che parlava un ottimo italiano. Fui portato con lei in una stanza. "Adesso sarà interrogato dai servizi segreti per sapere perché si è comportato in questo modo", mi annunciò la donna, che mostrò di conoscere molto bene il nostro Paese. Alla fine, incuriosita, mi chiese: "Ma perché è qui?"
"Chi la rnanda?"
"Nessuno. Sono membro di un partito rappresentato nel Parlamento italiano."
"Per quali scopi è venuto a provocare l'Unione Sovietica?"
"Io sono qui con intenti pacifici. Ho dimostrato in favore di un uomo di cultura che voi avete imprigionato e condannato con l'accusa di omosessualità, come se l'omosessualità fosse un'arma da usare contro
un dissidente."
"Queste sono le sue idee e già le conosciamo", fece il funzionario mostrando una certa insofferenza. "Ci
dica di quale gruppo fa parte e quali sono i suoi collegamenti."
Mi venne da ridere. "Non ho nessun collegamento. Ho solo parlato con i corrispondenti stranieri perché
volevo informarli di quello che stavo facendo. È la stessa attività politica che svolgo abitualmente nel
mio Paese, dove c'è un sistema democratico che mi protegge."
Se avevo esagerato un poco, lo avevo fatto per una giusta causa.
"Lo sa che con il suo gesto si è giocato la possibilità di tornare in Unione Sovietica?"
"Questo lo dice lei. Quando le forme repressive saranno abolite e quando l'Unione Sovietica diventerà un vero Paese democratico tornerò, stia sicuro. Eccome se tornerò!" Alla fine dell'interrogatorio, fui fatto uscire e caricato su una macchina. Di nuovo neve e nebbia. Di nuovo nel vuoto. La campagna che scorreva tutt'attorno mi pareva infinita e minacciosa. Viaggiavo con un autista e un altro uomo che masticava un po' di italiano e al quale chiesi dove mi stessero portando.
"Qui vicino, in un posto dove verrà trattenuto", fece quello dimostrandosi poco incline a entrare nei dettagli. Mi vedevo già in qualche gulag siberiano mentre affollati cortei di protesta percorrevano le strade di Torino e di Roma chiedendo la mia liberazione. Per fortuna le cose andarono diversamente. Durante il tragitto, tra un carattere cirillico e l'altro, intravidi la sagoma di un aereo disegnata su un cartello stradale, che mi fece pensare che ci stavamo dirigendo verso I'aeroporto e che quindi ero prossimo all'espulsione.
Così fu. Appena arrivati mi chiusero in una stanza della prigione di Seremetevo, mi diedero qualcosa da mangiare e il mattino dopo mi imbarcarono su un aereo dell'Aeroflot diretto alla Malpensa, non prima di aver saccheggiato la mia valigia di tutte le cose di un qualche valore: una camicia di seta, un paio di scarpe. Pazienza, mi dissi, poteva andare peggio!
A Milano c'era ad aspettarmi mia madre, molto emozionata e partecipe. La notizia della mia protesta era uscita su tutti i giornali del mondo e la Repubblica l'aveva messa addirittura in prima pagina. Invece, come c'era da aspettarsi, nessun giornale sovietico pubblicò una riga. Unica eccezione, la Literaturnaja Cazeta che, nella pagina dei commenti politici, uscì con un attacco feroce contro di me. Si trattava del foglio ufficiale della cultura sovietica ed era - ed è ancora oggi -un giornale politicamente molto influente. Era su quelle pagine che si decretava l'approvazione o la distruzione degli scrittori.
Nell'articolo si ridicolizzava l'omosessualità scherzando volgarmente e definendo il mio gesto una provocazione occidentale. Per rispondere chiesi ospitalità al giornale di Eugenio Scalfari che pubblicò il mio articolo nella parte centrale della pagina dei commenti. Ringraziavo il giornalista sovietico che, probabilmente, era un simpatizzante della causa dei dintti civili degli omosessuali. In modo molto furbo, infatti, aveva raccontato per filo e per segno non solo la cronaca della mia avventura ma anche dell'articolo 121, della condanna a Paradjanov, della condizione dell'omosessualità in URSS. Attaccandomi, aveva informato tutta l'Unione Sovietica.
Appena tornato in Italia, mi recai alla Biennale del Dissenso di Venezia per portare la mia testimonianza.
Le cose erano cambiate. Carlo Ripa di Meana, forse temendo che la sua immagine potesse essere - sia pu-
re per poco - oscurata mi accolse con fastidio e cominciò a dire in giro che la mia era stata un'iniziativa
del tutto personale che con la Biennale non aveva nulla a che vedere.
La sera in cui furono presentati i film di Paradjanov mi fu impedito di parlare con il pretesto che non ero
un critico cinematografico. Era chiaro che Ripa di Meana non voleva avere problemi con l'ala comunista della critica che aveva curato l'avvenimento Ci mancò poco che mi cacciassero anche dalla platea. E nessuno dal palco della Biennale del Dissenso di Venezia, quella sera, volle ricordare che Paradjanov era un cittadino sovietico in prigione perché omosessuale.
Lo facemmo noi, radicali veneziani omosessuali, il giorno dopo in piazza San Marco con l'acqua alta, dove, tra striscioni e volantini, gridammo forte quello che la dirigenza della Biennale ci aveva impedito di comunicare.
L'avventura sovietica ebbe un seguito con l'affaire L'Espresso. Affaire che sarebbe più corretto chiamare furto con destrezza, perché nella redazione del settimanale di via Po fui derubato del reportage che avevo
scritto sulla condizione degli omosessuali in URSS e che avevo offerto in esclusiva al settimanale romano.
Naturalmente, dietro compenso. Un compenso che non ho mai visto: per rendere più interessante il servizio, infatti, era stata concordata anche un'intervista. A questo scopo rimasi per un'ora in un'altra stanza con due giornalisti. Approfittando della mia assenza, un solerte redattore si premurò di fotocopiare tutti i miei documenti, che costituirono l'ossatura dello speciale "Omosessuali in URSS" pubblicato con importante ribevo nel numero successivo. Non pensando di essere fra gentiluomini di tal fatta, non mi ero accorto di nulla.