|
Pannella,
la pillola, Braibanti e il divorzio
di
Filippo Ceccarelli
SOMMARIO:
Lunghissima, interessantissima ricostruzione storico-giornalistica - non
priva di umorismo e ironia, ma anche di sensibilità e partecipazione
- delle campagne radicali degli anni '60 in tema di libertà sessuale,
dal divorzio alla pillola, ecc. Impossibile sintetizzare la narrazione,
ricchissima di spunti biografici, di coloriti e vivaci bozzetti dei protagonisti
(da Marco Pannella a Luigi De Marchi, da Enzo Sabàto, il direttore
del settimanale pornografico-divorzista ABC, a Mauro Mellini e persino
ad Aldo Braibanti, il filosofo omosessuale attorno al quale venne inscenato
uno dei processi più incredibili degli anni '70). Accanto alle
efficaci descrizioni degli ambienti radicali, dalla sede di Via XXIV Maggio
alla stessa abitazione di Pannella, vengono registrati i giudizi dei protagonisti
e dei giornalisti su di essi e rievocati episodi famosi, come l'esposizione
dei cartelli inneggianti alla pillola durante la cerimonia pasquale in
Piazza San Pietro, o le campagne contro la Sacra Rota e gli "annullamenti
facili" condotta dallo stesso Mellini, ecc. In sostanza, una valida,
colorita, simpatetica riesumazione di temi e soggetti del primo radicalismo,
quello dei "diritti civili", accompagnata da un'ottima bibliografia,
assai utile da consultare.
(Filippo Ceccarelli, IL LETTO E IL POTERE, ed. Longanesi e c., gennaio
1994)
[...]
7. Pannella, la pillola, Braibanti e il divorzio. I demoni della liberazione
sessuale
Marco Pannella,
invece, se ne fregava. Dei ricatti, delle spiate, delle soffiate morbose
ai giornali, e di tutto il resto. Se ne fregava così tanto, e così
platealmente, da aver fatto togliere la serratura della porta di casa
sua, "sua" oltretutto per modo di dire: il Pannella degli anni
'60, ritornato dalla Francia, ospitava con allegra, curiosa naturalezza.
E quando ritornava a casa la sera, la notte, chissà a che ora,
e con chi, non l'attendeva una mogliettina premurosa, né pantofole,
né tv, né vivande da riscaldare nel forno. C'erano corpi,
semmai, nel buio, corpi anche di sconosciuti e sconosciute, involtolati
nei sacchi a pelo, sul pavimento, da mezza Europa.
Apparentemente non c'era nulla, in quella soffitta addormentata, che potesse
minacciare l'ordine, o "i tenutari di quel casino", come già
preferiva Pannella, "che chiamiamo l'Ordine". In realtà,
quando la mattina si aprivano le finestre della sua casa dietro Fontana
di Trevi, con un po' di poesia e di buon umore si sarebbe anche potuto
pensare che la luce del sole, oltre che a svegliare ospiti, amici e amanti
più o meno rintronati, e rintronate, era destinata a illuminare
pure una simbolica oscurità, un'ombra nevrotica di paure, oppressioni
e speculazioni.
Adesso "liberazione
sessuale" suona un po' enfatico, fa sorridere, oppure immalinconisce
per l'infuocata ingenuità del proposito. Eppure, se qualche passo
avanti s'è fatto, se il costume civile di questo Paese è
riuscito a ridurre il peso di qualche infelicità, è giusto
ritornare a Pannella. O meglio: al Pannella di quegli anni di passaggio,
anche per l'Italia, tra l'avvio del centrosinistra (1963) e la "vampata
di socialità convulsa, caotica e informale" che, secondo Ernesto
Galli della Loggia, segna l'inizio della contestazione, il fatidico Sessantotto
(e dintorni). (1)
Ecco, un Pannella che fisicamente assomiglia ancora al ricordo quasi di
Arrigo Benedetti: "Alto, tutto spalle, esile, gli occhi vellutati,
la voce calda, i capelli lisci e lunghi ricadenti sulla fronte...".
(2) Ancora in giacca e cravatta, eterno goliardo fuoricorso (in realtà
s'è laureato, voto 66, il minimo, ha già fatto il giornalista
a Parigi...), povero in canna, mezzo italiano e mezzo francese. Ma di
lì a poco non si vestirà più in quel modo, è
quasi pronto il maglione dolcevita nero destinato a celebrare tanti pallori
e poi a essere addirittura venduto all'asta per una raccolta fondi del
Partito radicalel (3). Al collo, sul nero della nuova uniforme penzolerà
a lungo l'orrido, indimenticabile medaglione pacifista: "Fate l'amore,
non la guerra".
L'amore, appunto. La scoperta - semplice, quindi rivoluzionaria - è
che c'è modo di farlo senza vergognarsi, senza temere, senza sacramentarlo,
l'amore, senza dedicarlo necessariamente a Dio, alla Patria, alla Rivoluzione,
alla Famiglia.
E se Pannella se ne frega, con tanto di porte e finestre spalancate -
"Io non ho mai tenuto segreto nulla, vivere alla luce del sole è
il sistema migliore per non essere visto" (4) - questa sua spensieratezza
è una ribellione molto più efficace e dirompente di quanto
si possa immaginare. E' come uscire dalla clandestinità, colmare
un vuoto ansioso, annullare un abisso di lontananza, mettendo le basi
per quell'altra formula - "Il personale è politico" -
che oggi appare anch'essa vaniloquente, e tuttavia nel Paese del SIFAR
e dei ricatti, che riusciva a stracciarsi le vesti da La Zanzara del liceo
Parini, beh, doveva suonare come una benedizione laica. Un barlume di
libertà.
Come ci arriva, Pannella, a questa speranza per lui e per tanti, dopo
quali scoperte, dubbi, esperienze, emozioni e travagli esistenziali, è
questione troppo complicata. E poi oggi non è nemmeno più
tanto vero che il "personale" debba essere necessariamente pubblico.
Quel che importa, semmai, è il ruolo che Marco Pannella gioca in
questo frangente e che lo porta a essere tra i primi, in Italia, a sfasciare
il giocattoletto ipocrita, e di potere, del "si fa ma non si dice".
Forse perché nel suo caso l'uomo coincide davvero con il politico.
Più o meno disordinato, incasinato, felice o infelice come tutti,
certo difficile da comprimere dentro schemi di normalità benpensante
- ma non solo per quel che riguarda le inclinazioni sessuali - alla metà
degli anni '60 Marco Pannella vive (e teorizza) ciò di cui lascia
testimonianza scritta solo qualche tempo dopo, quando ormai viaggia su
e giù per l'Italia vestito come Amleto: "...E raccontavo quel
che per altri dovrebbe necessariamente arrestarsi alla soglia della politica
per nutrire invece il tempo dei dialoghi 'privati' di amicizia e di amore".(5)
Oltre la soglia: là dove s'incontrano "i problemi essenziali
della vita e della felicità della persona". (6) Di nuovo l'amore,
i sentimenti, il letto, le corna, moltitudini di cornuti che fra poco
riscatteranno quella loro umiliante condizione diventando divorzisti.
La ricerca
di questa "verità più scarna, più essenziale,
più privata" ricorre in un'ideale summa pannelliana per tutti
gli anni '70: "Non ci può essere distanza tra vita pubblica
e privata...i fatti della vita privata diventano occasione per fare politica.
E' sempre l'esperienza personale che ti dà la forza per combattere
le battaglie". (7)
In un congresso di partito, a Napoli, Pannella, questo scapolo che digiuna
per il divorzio, incanta e coinvolge la platea in un'autocoscienza prima
del tempo: "Io, alle tre di notte, esco per la città perché
ho voglia di piangere e di amare..."(8) Oppure disconosce lo stesso
concetto di privacy: "Che vuol dire? Non vedo dove essa cominci e
dove finisca".(9) Così come "l'eterna polemica tra amore
e amicizia: che grosso equivoco!" Qui - è un'intervista su
Playboy - Pannella si fa seminatore di scandali anche dal punto di vista
del linguaggio: "Dire che con la ragazza puoi chiavare e con l'amico
devi parlare, vuol dire dividere in due la propria vita. Un'assurdità".(10)
"Credo", scrive (più controllato) nell'introduzione al
libro di Andrea Valcarenghi "Underground - a pugno chiuso",
"credo sopra ogni cosa al dialogo e non solo a quello 'spirituale':
alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente
d'evasione o individualistici: e tanto più 'privati' mi appaiono,
tanto più pubblici e politici, quali sono, m'ingegno che siano
riconosciuti..."(11) Al di là degli incisi, tipici della prosa
di Pannella, e della disseminazione di virgolette, pure queste si direbbero
mirate a suscitare moti di complicità; che nel repertorio di un
uomo politico entrassero vagheggiamenti notturni, carezze e amplessi è
una novità che spiazza un po' tutti, un'altra sfida all'ambiguità
della politica.
Inarrestabile nella sua trasgressione solare, alla metà degli anni
'60, il leader radicale anticipa e si prepara a intercettare quell'afflato
libertario (sociologicamente benestante e giovanile) che l'autoritarismo
e l'ipocrisia sessuofobica non riusciranno più a soffocare. Di
suo, in una cultura politica che si nutre quasi esclusivamente di encicliche,
marxismo e testi crociani, il Pannella di quelle prime lotte per i diritti
civili porta la rivoluzione freudiana e le analisi di Reich. Ma non sarà
mai un teorico, Pannella, anzi non lascia nessuno scritto organico o sistematico,
neppure alla lontana, e quel che rimane sulle pagine di qualche libro
lo si deve a un'editoria pirata che arraffa articoli qui e là,
rimedia qualche foto e pubblica il tutto secondo criteri assai discutibili.
Vero è anche, però, che il carattere, il fiuto, la vitalità
e perfino una certa carica seduttiva fanno di Pannella, più di
chiunque altro, un politico d'azione (lui preferisce "da marciapiede"),
d'istinto, da "giorno per giorno". Un politico comprensibile
a partire dai risultati, più che da compiute elaborazioni teoriche.
(12)
Nessuno più di lui scaglia la politica in una dimensione fisica,
addirittura sensuale: "Le raisonnable dérèglement de
tous les sens", il ragionevole sregolamento dei sensi. E si trova
spesso questo verso di Rimbaud nelle interviste di quegli anni. (13) Giacché
"le leggi non devono affondare solo nei giorni, ma anche nelle notti".(14)
E "non esistono dei 'perversi'" - ancora le virgolette - "ma
dei 'diversi'". (15) In nome di questa diversità Pannella
sceglie di difendere le speranze dei più deboli, dei più
poveri, dal momento che "le Istituzioni producono, in serie industriale,
a centinaia di migliaia, 'puttane' non di lusso; 'omosessuali' non presidenti
del Consiglio, costretti a subire la violenza della prostituzione contro
se stessi; 'travestiti' che non possono offrirsi il lusso di acquistare
un po' di ragazzi fuggiti per una notte dal carcere..."(16)
Ardente e lirico provocatore, a tratti schiavo del proprio fascino e comunque
oggetto di desideri plurimi, scheletrico per i digiuni - ancora il corpo:
offre di farsi fotografare nudo - o massiccio com'è quando non
fa lo sciopero della fame, dopo aver vinto la campagna del divorzio e
prima di essere rincorso da fotografi e giornalisti di Novella 2000, che
gli attribuiscono flirt di tutti i tipi, sembra caricarsi sulle spalle
un esercito di reietti e pare quasi che ce la faccia a traghettarli verso
un'indistinta liberazione: "Dobbiamo prepararci, banda di avanzi
di galera, di drogati, di facitori di angeli, di omosessuali, di giudei
di ogni tipo, di mezzi fascisti, di ex pazzi, di marciatori e di digiunatori,
di piccoli borghesi esasperati e avventuristi, esibizionisti come me..."(17)
Come lui, che tocca corde delicatissime nella psicologia collettiva. E
c'è chi perde la testa e farebbe tutto, per Pannella, e chi molto
semplicemente lo scambia per il diavolo.
Don Francesco Fuschini, per esempio, un parroco romagnolo, collaboratore
dell'"Osservatore romano", consegna alle stampe un pregevole
saggetto che si intitola, appunto, "Pannella, il diavolo" e
comincia così: "La struttura su cui si è fabbricato
è di derivazione cristiana, cattolica e vetero-testamentaria. Il
Pannella è un cattolico all'opposizione in vitam aeternam amen.
Come Lucifero non riuscirà mai a slacciarsi le ali di angelo bruciato..."
Naturalmente, l'assunto di base, che don Fuschini articola anche con ironica
levitas, ha parecchio a che fare con il sesto e nono comandamento, con
quell'altra questione degli omosessuali che, nella Genesi, "sono
sepolti dentro la fornace del fuoco e dello zolfo perché il loro
peccato 'grida contro Dio'". Pannella - è la conclusione -
"fa da etichetta a una stagione balorda e forsennata. In principio
c'era Dio, Pannella è venuto dopo. E chi l'ha mandato è
stato il diavolo".(18) Il che, con tutto il rispetto per il sacerdote-libellista,
e anche per Pannella, pare davvero un po' eccessivo.
Sulla stagione
"balorda e forsennata" dei radicali, e ancora di più
sugli eventi e sui personaggi che l'hanno ora sommessamente, ora rumorosamente
preannunciata, vale piuttosto la pena di gettare un occhio.
Nel silenzio di una domenica mattina, il sole filtra dalle finestre e
solleva un leggero pulviscolo: chiunque voglia farsi un'idea di come il
sesso, sotto forma di pillola, divorzio, aborto, movimento di liberazione
della donna e diritti delle minoranze, si sia rovesciato nella vita pubblica
cambiandone i connotati deve per forza venire in cima a questo antico
palazzo. Passare qualche ora nello studio-archivio di uno dei pochissimi
radicali conservazionisti, perdersi tra i ciclostilati ingialliti, le
rilegature irregolari - Notizie radicali cambiava formato ogni due-tre
numeri - le raccolte di carte introvabili e i cimeli di Massimo Teodori.
Collezionista febbrile e benemerito, storico della nuova sinistra europea
e americana oltre che del nuovo radicalismo italiano.
Quello vecchio e un po' aristocratico degli anni '50, di liberazione sessuale
se ne occupa quasi per nulla. E comunque sarebbe stato un azzardo anche
solo aspettarselo, o peggio pretenderlo da quei radicali ai quali nel
1958 Pier Paolo Pasolini aveva dedicato questa sua acida, ma davvero vivida
rappresentazione:
Lo spirito,
la dignità mondana,
l'intelligente arrivismo, l'eleganza,
l'abito inglese e la battuta francese,
il giudizio tanto più duro quanto più liberale,
la sostituzione della ragione alla pietà,
la vita come scommessa da perdere da signori,
vi hanno impedito di sapere chi siete:
coscienze serve della norma e del capitale. (19)
Nel 1975,
diciassette anni dopo l'epigramma "Ad alcuni radicali" e a pochi
giorni dalla sua morte, è ancora Pasolini a riconoscere, stavolta
con una generosità e un'enfasi perfino evangelica, l'avvenuta mutazione
politica e antropologica del radicalismo: "Siete riusciti a trovare
forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro delle città
e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili:
non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e
non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né
di meretrici né di pubblicani e neanche - ed è tutto dire
- di fascisti..." (20)
Dice in sostanza Pasolini: non avete avuto paura dello scandalo. Ciò
che il potere utilizza come arma, il nuovo radicalismo lo assume su di
sé e lo annulla in nome della libertà. In altre parole rovescia
lo strumento della vergogna, ritorce la contraddizione sugli avversari,
e per farlo accetta anche di insudiciarsi. Rinasce perciò sporcandosi,
il Partito radicale, ormai in mano a questi giovani progressisti che le
foto d'epoca mostrano vestiti con decoro borghese dietro palchi sovrastati
da un anacronistico capoccione con il berretto frigio.
Marco Pannella, Mauro Mellini, Silvio Pergameno, Massimo Teodori, Angiolo
Bandinelli, Alma Sabatini, Gianfranco Spadaccia, Franco Roccella, Peppino
Loteta, Adele Faccio, Mario Signorino, Sergino Stanzani, i fratelli Strik
Lievers, Roberto Cicciomessere, poco più che adolescente: quasi
tutti reduci della politica universitaria, alcuni ancora un po' legati
ai moduli della normalità: fidanzati, ammogliati, impiegati. Altri
che invece, come stile di vita, pencolano verso l'esistenzialismo: convivenze,
rapporti liberi, lavori precari. Ebbene, già impegnati nella campagna
divorzista, ma un paio di anni prima che cominci a soffiare il vento della
contestazione, scelgono di farsi contaminare da quanto di più strano
e colorato va già smuovendosi nel mondo giovanile: anarchici, beatnik,
hippy, provos, ribelli e mattacchioni vari sparsi per l'Italia, quasi
tutti con foglio di via in dotazione.
I radicali si mischiano con i capelloni. Quelli dei primi giornali come
Mondo Beat, diretto da quel Melchiorre Gerbino (quello stesso che adesso
compare, pelatissimo, come ospite-animatore al Maurizio Costanzo Show):
"Non ci vanno le autorità, la famiglia, la repressione sessuale,
l'economia dei consumi, la guerra e gli eserciti, i preti, i poliziotti,
i culturali, i pedagoghi e demagoghi".(21)
Così, il filone laico-positivista, europeo, ottocentesco dei diritti
civili, quello di cui i radicali si sentono figli più o meno legittimi,
entra in contatto con la rivolta spontanea e generazionale che proprio
sul sesso, anzi sull'"amore libero", comincia a produrre slogan
provocatori: "Conosci te sesso", "L'amore everte, l'astinenza
perverte".
S'incontrano, questi trentenni venuti su alla scuola dell'UGI, con i gruppetti
di Onda verde, gli abitanti della tendopoli milanese di via Ripamonti,
quelli di Urlo Beat, Aligi Taschera, Carlo Silvestro, e sempre a Milano
Andrea Valcarenghi, ieri ispiratore di Re Nudo, oggi arancione con il
nome di Majid. Poi anche con la galassia situazionista che vive di fantasia
e anche di trovate bislacche e che, nel quadro della sopravvivenza metropolitana,
quale metodo anticoncezionale arriva a consigliare - con bislacche e complicatissime
manipolazioni - "le comuni bibite gassate, come la Coca-Cola".(22)
Ed è ancora un fatto di ospitalità, di porte senza lucchetti:
la fusione fra questi due mondi è completa dopo che i nuovi radicali
avranno lasciato aperte le loro sedi. "Le rare sedi del prestigioso
partito dei Pannunzio e dei Carandini, dei Benedetti e dei Piccardi",
così Pannella qualche anno dopo, "divengono il ritrovo di
bande sottoproletarie e capellute." (23) E a partire dal 1970 anche
delle femministe del MLD e nel 1972 dei primi omosessuali organizzati
nel FUORI.
A Roma, prima di approdare a via di Torre Argentina, l'osmosi ha luogo
nello storico appartamento di via XXIV Maggio. E qui, proprio quando sta
per nascere la LID, Lega italiana per il divorzio, accade che le pulsioni
libertarie vadano a sfogarsi in una stanza da bagno ormai trasfiguratasi
nella leggenda. Qui, poco romanticamente con i criteri di oggi, si pratica
l'amore libero, a porte chiuse, anche se non manca chi ricorda meno discreti
accoppiamenti pure in un non meglio identificato "camerone".
Ma tant'è.
Nell'autunno del 1967, in vista del congresso di Firenze, per la prima
volta, pur senza uscire dal bagno di via XXIV Maggio, il sesso entra ufficialmente
in un documento di partito. E' una relazione cicl. in prop. sui diritti
civili a cura dei milanesi Luca Boneschi e Carlo Oliva. Vi si legge che
"la società spinge il suo autoritarismo fino a sindacare sul
diritto dell'individuo a disporre liberamente del proprio corpo, a godere
del piacere dei sensi...Una politica che non si ripromettesse di spazzar
via questi odiosi soprusi sarebbe veramente qualcosa di assurdo, di monco,
di contraddittorio".(24)
Al congresso vero e proprio, 3-5 novembre, con tre voti contrari e tre
astensioni è approvata una mozione che, oltre a proclamare la libertà
sessuale "strumento non esclusivo ma certamente indispensabile per
il perseguimento della felicità dell'individuo", riconosce
l'esistenza di "una correlazione evidente fra tutte le forme di oppressione
sociale e repressione sessuale". Di qui la necessità di individuare
e combattere "i centri di repressione sessuale, quali ad esempio
le grandi organizzazioni di massa cattoliche, in particolare quelle giovanili..."
(25)
Sempre in quello stesso 1967, dichiarato "anno anticlericale",
i radicali tengono un convegno su "Sessuofobia e clericalismo".
Nel gennaio dell'anno seguente ne organizzano un altro, al teatro Parioli
di Roma, su "Repressione sessuale e oppressione sociale". Questo
secondo appuntamento è preannunciato da un'iniziativa di Luca Bracci
e Marcello Baraghini (il futuro editore dei libri a mille lire) che vanno
a spasso per la città con un cartellone sandwich su cui hanno incollato
foto di guerra, di torture, di stragi e nudi femminili ritagliati da riviste
"per soli uomini" sequestrate nei giorni precedenti dalla Polizia.
Sotto le immagini è scritto: "Dov'è l'osceno?"
Baraghini e Bracci sono fermati e denunciati. (26)
E' anche questa dei "giornaletti", allora, una battaglia di
libertà. Mauro Mellini difende il direttore di King, che è
stato arrestato: "Non cadremo nell'errore di lasciare, per ragioni
di "gusto", per perbenismo borghese o per falso moralismo, la
strada libera ai clericali". (27)
Fuori delle sedi radicali la soglia del pudore è ancora piuttosto
alta, la tolleranza minima. Anche se oggi risultano un po' buffi, con
frasi fatte che sembrano prese da una commedia all'italiana, i censori
interpretano la mentalità della grande maggioranza della popolazione.
Davvero pochissimi, allora, sorridono di fronte all'intemerata antiporno
del Pubblico Ministero Pedote: "Siamo un popolo di lavoratori e non
vogliamo essere infastiditi da donnine e champagne!" (28)
Sulle questioni del buon costume si costruisce una certa fama sopratutto
l'onorevole dc Agostino Greggi che contro i primi nudi si tira appresso
ben 186 deputati del suo partito. "Abc", giornale nemico, gli
attribuisce parole e concetti così stentorei da sembrar finti:
"Lo sappiamo! L'Italia ha una quantità di problemi da risolvere,
sul piano economico e sociale, problemi gravi e urgenti. Ma nessuno, in
questo momento, è più grave e urgente di quello morale!
Bisogna moralizzare gli italiani! Bisogna riportarli ai loro sani principi!"
(29)
Un concitato parlottio di monsignori, alle spalle del Papa.
Paolo VI ha appena annunciato la prossima enciclica Populorum progressio
e sta per dare la benedizione pasquale "Urbi et orbi". Improvvisamente,
le telecamere delle TV straniere ruotano di novanta gradi e puntano in
mezzo alla folla, oltre alle transenne e agli elmetti.
Sui giornali del "Fondo Teodori", le fotografie di quella Pasqua
radicale in piazza San Pietro si fermano agli istanti in cui culmina la
clamorosa, simbolica "azione diretta" a favore della contraccezione.
Confusi nella folla si vedono giganteschi striscioni e cartelloni con
su scritto "Birth control", "Più figli, più
fame", "Sì alla pillola". Vessilli fino a qualche
attimo prima mascherati, impacchettati con scritte inneggianti al Santo
Padre. Poi, a un dato segnale, scartati velocemente e messi in mostra.
(30)
Non danno conto, quelle foto, né dei laboriosi preparativi - sensibilizzazione
preventiva di giornalisti stranieri, sacrificio (la PS sospetta qualcosa)
di tre provos-civetta spediti a manifestare sempre a favore della pillola
a via Veneto - né della fuga precipitosa, dopo neanche due minuti
di esibizione, in mezzo alla calca, con un militante, la Marcellotta,
"scoperta da un gruppo di suore che la volevano cristianamente linciare,
e che", nella ricostruzione un po' epica e un po' comica di uno dei
raiders, Carlo Silvestrini, "fu salvata con decisione da Pannellik"
(sono i tempi di Dorellik, e anche i più gagliardi libertari si
lasciano influenzare dalla TV). (31)
Azione diretta e certo provocatoria. Anche se, per la verità, nel
marzo 1967 sulla pillola la Chiesa non ha ancora una posizione di condanna,
anzi. Così, in quella domenica c'è chi può scambiare
tranquillamente i radicali per "gruppi cattolici".(32)
Con grave scorno, si può immaginare, di uno degli ispiratori del
commando pasqualino: il professor Luigi De Marchi, psicologo, saggista
e divulgatore, fondatore della Scuola reichiana in Italia e dell'AIED,
Associazione italiana per l'educazione demografica.
A manifestare a piazza San Pietro, più tardi De Marchi ci torna
addirittura da solo, con una enorme pillola di polistirolo espanso che
viene scaricata da un camioncino e quindi rotolata con aria indifferente
fin sotto l'obelisco. Qui ci sono i fotografi che scattano prima che il
professore venga, come previsto, fermato dai carabinieri e il pillolone
sequestrato dalla gendarmeria vaticana.
Dopo tanti anni ancora ridacchia, al ricordo di quella sua quasi solitaria
incursione in partibus infidelium. Non più giovanissimo, De Marchi
ha l'orgoglio del pioniere e la malinconia di chi, forse, ha avuto ragione
troppo presto. Un altro demonio del sesso, per la cultura cattolica ,
e non solo. Uno sperimentatore-corruttore forse anche con risvolti stregoneschi,
oppure un agente della CIA...
In realtà, a vederlo adesso, è un signore distinto e curioso,
piccolino, occhi azzurri dietro grandi lenti. Con piena consapevolezza
dell'idiozia della definizione è un tipo perfettamente "normale",
solo con il berrettone in testa - se proprio bisogna trovare qualche anomalia
- è un po' buffo.
Si attribuisce quel che Aldous Huxley diceva di D.H.Lawrence: "Un
puritano della trasgressione". Con onestà e semplicità
spiega che molti degli esperimenti sessuali ed esistenziali intrapresi
in prima persona negli anni '60, coppia aperta e tutto il resto, sono
falliti perché era stata sottovalutata la gelosia. Senza averne
eccessive responsabilità, ha ispirato un filmaccio, "La rivoluzione
sessuale", ove la parte del professore sporcaccione è stata
eseguita, con la consueta, sofferta diligenza, dall'attore Riccardo Cucciolla.
In compenso, riconoscibilissimo come Marco De Luigi, fa un'ottima figura
in un racconto di Luciano Bianciardi. In un mondo fantastico dove tutti
sono obbligati a mangiare sempre e solo semolino, c'è un professore
gastronomicamente antiproibizionista che si batte perché ognuno
possa gustare ciò che più gli aggrada.
Con i radicali ha rotto quando Pannella, ai tempi della lotta contro lo
sterminio per fame, ha del tutto trascurato l'antica battaglia per il
controllo delle nascite ed è ritornato a piazza San Pietro, questa
volta a omaggiarlo sul serio, il Papa.
Oggi scrive su "L'Indipendente" e si è presentato alle
elezioni per la Lega, "senza la quale", sostiene, "il teatrino
dei pupi della partitocrazia sarebbe durata ancora un altro mezzo secolo".
E' la Lega, insiste, il movimento che ha più donne, movimento né
misogino né maschilista, l'unico ad aver attaccato frontalmente
le gerarchie cattoliche.
Convinto che "le ideologie sono maschere e le economie macchine"
è iniziatore della psicopolitica, metodo di analisi psicologica
dei grandi fenomeni sociali. Richiesto di esprimere una valutazione sullo
slogan priapistico di Bossi -"La Lega ce l'ha duro"-, De Marchi
risponde però in modo piuttosto deludente, vago, riduttivo. Spiega
infatti, il professore, che è solo un modo di dire un po' rozzo.
Tipo: "Ha due palle così". Stop.
Personaggio chiave, comunque, di quei primi anni '60, la dimostrazione
vivente di come allora bastasse mettersi a scherzare con i tabù
per attirarsi l'odio imperituro di tre-quattro ideologie, di tre-quattro
schieramenti politici, un paio di Chiese, un intero apparato statale di
repressione, senza che quasi nessuno spendesse una parola per difendere
lui e quei pochissimi altri che oggi De Marchi ha il piacere di definire,
con allegro protagonismo, "una combriccola di utopisti". Figure
curiose, forse anche bizzarre, sicuramente un po' fissate con questa storia
della "catastrofe demografica", dell'"oscura tragedia della
prolificità coatta", della cieca casualità procreativa".
(33)
E tuttavia adesso, nell'Italia crescita zero, viene pure da chiedersi
se non sia stato un piccolo miracolo caritativo (e organizzativo) l'avventurosa
sopravvivenza dell'AIED, nella foresta di paure e nel deserto di conoscenze
di quell'Italia inutilmente perbenista, anzi un po' doppia, se non del
tutto falsa.
Lui era un professorino milanese con barbetta, papillon e strane letture
da verificare nel concreto. Doveva sembrare uno scandinavo che aveva sbagliato
barzelletta, ma intanto cercava disperatamente di affibbiare la presidenza
onoraria dell'AIED (organizzazione con cui oggi non ha più nulla
a che fare) a politici che funzionassero in qualche modo da rete di protezione.
Alla fine trovava solo quell'altro dolcissimo, generoso eccentrico che
era, che è l'onorevole Giancarlo Matteotti, misteriosamente socialdemocratico
e libertario: uno che a quei tempi - ricorda De Marchi - aveva paura in
egual misura delle esplosioni termonucleari e degli effetti delle mutande,
per cui si era costruito un sistema di aerazione e di spacchi sul cavallo
dei pantaloni, e andava tutto bene finché non accavallava le gambe
perché a quel punto, plòk, usciva fuori un testicolo.
Tenuto d'occhio, il professor De Marchi, dalla destra neofascista fin
dall'inizio, come si deduce da un terribile resoconto di Gianna Preda
sul "Borghese": "La faccia esangue...gli occhi verdastri...individuo
squallido e sgradevole. Questo giovanotto dalle labbra insalivate ispira
una incontrollata e irragionevole sensazione di repugnanza". (34)
Dei preti s'è detto, forse val la pena di aggiungere che negli
anni '60 "L'Osservatore romano" ne chiede l'arresto, e che i
responsabili di un'opera di assistenza ecclesiastica che sentono l'AIED
"concorrenziale" fanno la posta sotto casa sua, fotografano
la moglie, Maria Luisa Zardini, impegnata anche lei nella propaganda e
nell'assistenza contraccettiva nelle borgate. (35)
Si becca la bellezza di sei processi, De Marchi, per conferenze scientifiche
a favore della regolamentazione delle nascite: tutte ipotetiche violazioni
del famigerato articolo 553 del codice penale, quell'insensato divieto
di divulgazione dei mezzi anticoncezionali che contribuiva a rendere l'aborto
un reato di massa, così di massa che in certe zone, le più
abbandonate a se stesse, le donne non lo sapevano nemmeno che era un reato.
Con un fardello giudiziario già piuttosto nutrito e una certa fama
di precursore iperminoritario, incontra i nuovi radicali ai quali porta
in dote quel suo scomodo credo: "Dove c'è sessuofobia, lì
c'è autoritaritarismo".(36)
Per la verità anche De Marchi si sforza di dimostrarlo in modo
piuttosto hard, pure lui si diverte soprattutto a spese dei cattolici.
Il suo pezzo forte, da recitarsi in modo incalzante e ripetitivo, prevede
l'esposizione di come alcuni santi, o comunque figure della tradizione
cattolica, respingevano le tentazioni di natura sessuale: "Macario
si spinse nudo in una palude e vi restò fino a che il suo volto
non fu sfigurato e il corpo non fu gonfio per le punture. San Simeone
si ulcerò inguaribilmente le carni con una cintura ferrea. Ammonio
si marchiò..." e così via. (37)
Predestinato, si direbbe, all'isolamento politico. Anche con la sinistra,
infatti, il professore è sin da allora piuttosto pungente: "E'
necessario che impari a spuritanizzarsi, perché la sinistra stessa
ha sofferto e soffre delle stesse tare sessuofobiche che abbiamo rimproverato
al clericalismo". E anche pungente: "Attenti a quei rivoluzionari
che tuonano nei termini più estremisti, o addirittura sono pronti
a tirare le bombe, e poi viceversa, quando si tratta di tematiche sessuali,
si comportano come l'ultimo dei barbieri siciliani". (38)
Per il momento i "barbieri" prendono tempo, poi lo scavalcano
a sinistra. Nel 1970, l'anno del divorzio e della nascita del Movimento
per la liberazione della donna, all'interno dello stesso gruppo reichiano
che ruota intorno al mondo radicale c'è già chi sostiene
"la necessità di un momento rivoluzionario violento che fa
rinviare al dopo i temi della libertà sessuale".(39) Più
tardi anche una certa sinistra dogmatica si scatenerà addosso a
questo strano profeta additandolo come "agente dell'imperialismo"
e "neomalthusiano fautore della guerra atomica preventiva".(40)
Intanto,
per misteriose, anche contraddittorie congiunzioni di uomini, tempi e
interessi, la liberazione sessuale - o qualcosa del genere - si poteva
acquistare in edicola a cento lire. Per i radicali "Abc" non
era solo graditissimo motivo di scandalo. Era, a suo modo, pedagogia,
speranza, sperimentazione. Era orgogliosa e insieme umile manifestazione
di "diversità", la prova provata, per certi versi machiavellica,
che se i fini sono giusti "tutto fa brodo".
Tutto, anche "Antonella Lualdi vi insegna come si seduce d'inverno",
anche "le geishe-party" raccontate da Tony Dallara, "Aloisia,
schiava bionda con troppa fantasia", "Il fantasma sexy che insidia
tre donne", addirittura, per non dire della strepitosa - oggi - pubblicità
di Bang!, "fotogiallo dell'amore violento", in cui si vede uno
con le basette, in mutande, tutto peloso, la catenona al collo, lei in
reggipetto, rinforzatissimo, l'aria annoiata, e il fumetto: "Le tratti
così tutte le donne? Ecco perché sei un tipo desiderato..."
Eppure se tra il 1965 e il 1967 il divorzio riesce a diventare una questione
di massa, lo si deve più di quanto sembrerebbe a prima vista a
questo ibrido giornalistico su cui possono scatenarsi in simultanea la
fantasia politica di Pannella e la smania di riscatto, di successo e di
quattrini di un editore genialoide, Enzo Sabàto.
Dopo una ventina d'anni, la storiografia radicale ha riconosciuto ad "Abc"
tutti i meriti dell'ircocervo pornolibertario, primo fra tutti quello
di aver veicolato il divorzio in un nuovo ambiente, "nel piccolo
ceto medio estraneo all'impegno politico".(41) Così come,
sempre a proposito del caso "Abc", Umberto Eco e Patrizia Violi
hanno notato come "i radicali si mostrano capaci di occupare spazi
originariamente non alternativi per farli diventare luogo di un'informazione
provocatoria".(42)
Anche Sabàto, è ovvio, ha il suo tornaconto. Personaggio
curioso, vitalista, generoso, un po' avventuriero. Proprietario di una
tipografia, ha rilevato il giornale da Gaetano Baldacci e dalle iniziali
50.000 copie in qualche anno lo porta a mezzo milione. E' quel signore
con gli occhiali da sole che si vede in foto, accanto a Loris Fortuna,
al primo congresso della LID. Quello che in un'altra immagine sta parlando
al microfono, e sotto il palco c'è una montagna, ma davvero una
montagna di cartoline, a pacchi, tenute con lo spago. "Il sottoscritto",
era il testo, "chiede che la Camera dei deputati si pronunci quanto
prima, nel corso di questa legislatura, sulla proposta di legge dell'onorevole
Fortuna..."
Dura tre, al massimo quattro anni la stagione più felice del settimanale,
forse anche quella del suo editore. Così almeno fa capire oggi
Pannella, passeggiando su e giù per il Transatlantico, e il ricordo
di Abc, di quell'ormai lontana amicizia e di un uomo che non c'è
più sfumano in un giudizio affettuoso, malinconico, eppure agrodolce:
"Alla fine Enzo non beveva più vino, ma whisky. Non si spostava
più in treno, ma con l'aeroplanino privato..." Insomma, l'ex
tipografo si era montato la testa. Ma questo non ha annullato, in Pannella,
un sentimento anche profondo di riconoscenza.
Sentimento neanche troppo diverso da quello che, al momento della rottura,
proprio Pannella esprime su "Notizie radicali", nel luglio del
1968: "Presentato come un giornale pornografico 'Abc' è stato
invece (in modo certo contraddittorio, a volte inadeguato) un grande giornale
popolare democratico. Per il gusto prevalente della borghesia, certamente,
era volgare. Ma i silenzi dei suoi concorrenti, tanto più 'prestigiosi'
e 'stilé', ci appaiono sul piano morale e del costume infinitamente
più gravi delle mancanze di gusto e delle compiacenze pseudopornografiche
imputate ad Abc".(43)
Oltre che sul divorzio, finché dura il rapporto con i radicali,
il giornale s'è impegnato sulla pillola, la maggiore età
a diciotto anni, le spese e le servitù militari, i reati d'opinione.
A risfogliare la raccolta, tra pagine e pagine che traboccano di donne
spogliate - diversamente da Lo Specchio, qui le terribili strisce nere
nascondono seni, pubi, sederi - si trovano già, tra il 1966 e il
1967, articoletti sulla legalizzazione delle droghe leggere e perfino
una piccola campagna per l'installazione di distributori automatici di
preservativi nella metropolitana di Milano.
Forse anche per questo, oltre che per le foto, è comunque una vita
editoriale piuttosto agitata. Poliziotti che stracciano le locandine,
sequestri (24 su 43 numeri, nel 1965), roghi in piazza (accade a Udine,
da parte dell'Azione Cattolica) e innumerevoli processi per oscenità,
dopo i quali Sabàto fa ripubblicare le immagini incriminate e,
sotto, le sentenze assolutorie: "Giulia Sievert, la modella, appare
di fianco, accovacciata sulle ginocchia, con il busto eretto leggermente
girato, in modo che risulta in evidenza la schiena: questa appare scoperta,
presentandosi slacciato il reggiseno, che peraltro è sostenuto
da spallini non molto sottili..."(44)
L'Abc su cui, almeno in quella fase, scrivono De Marchi, con foto e papillon,
e talvolta lo stesso Pannella, con pseudonimo. Altre firme, più
o meno saltuarie, sono Giuseppe Berto, Alberto Bevilacqua, Luciano Bianciardi,
Calisto Cosulich, Giancarlo Fusco, Fulvio Grimaldi, Marcello Marchesi,
Massimo Pini. La moglie di quest'ultimo, il futuro ministro Margherita
Boniver, tiene una rubrica intitolata "Snob" nella quale indica,
anzitempo, ciò che è "in" e "out": "Molto
'In' è il tentativo di certi novaresi di sfuggire alla noia marcescente
della provincia corrompendo graziose lolite con madri particolarmente
distratte..." Ci sono anche dei brutti fumetti con i politici del
centrosinistra "Domor" e "Pietrik", Moro e Nenni,
che in genere fanno la figura dei fessi e sono consolati da donnine con
farfalle sui capezzoli che li chiamano "Tesorucci!", "Amorini!".
Pubblicazione corsara, esuberante, sempre a caccia di avversari. Al Ministro
dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro si mette nel conto la non ammissione
agli esami di guida di un'anonima ragazza che s'è presentata in
minigonna. "Evidentemente non siete molto assidui in Chiesa",
si attribuisce poi, con ardita equiparazione, a Scalfaro. "Sulla
porta di ogni Chiesa c'è la tabella che prescrive come ci si deve
vestire per non dare scandalo". Quindi si racconta come dopo questo
episodio l'esponente dc abbia ricevuto, in busta chiusa, la foto di Claudia
Cardinale accolta in minigonna dal Papa. Foto accompagnata da un biglietto:
"Signor ministro, invece che ai parroci, non si potrebbe ispirare
al Santo Padre?"(45) Sarà.
Un certo gusto giornalistico per gli "effettacci", la consapevolezza
di essere un grande strumento di pressione spingono a volte "Abc"
sulla strada degli attacchi personali, un po' selvaggi, con colpi bassi.
Al futuro presidente della Commissione Inquirente Alessandro Reggiani,
per esempio, che pur essendo socialista si oppone al divorzio, o non vuole
che a Treviso venga proiettato il film "Bella di giorno", si
rinfacciano la fama di playboy, "una carriera prematrimoniale molto
movimentata", il matrimonio tardivo, "si fa vedere poco con
la moglie..."(46)
Più o meno con lo stesso malanimo è trattato un altro onorevole
socialista, Giuseppe Averardi, che "coinvolto in un processo per
adulterio", così lo espone il giornale, "si trincera
dietro l'immunità parlamentare invece di mettere in discussione
l'iniquità della legge" e, sottinteso, sposare la causa divorzista.(47)
In qualche caso, però, l'imboscata ad personam sembra prescindere
da motivazioni ideali, o comunque di parte. E' quindi più sospetta,
obliqua, insinuante, tanto più quando va a colpire, ancora, la
sfera privata degli individui.
Ha tutta l'aria di essere un messaggio, un avvertimento, comunque qualcosa
di poco simpatico quella strana foto, ad esempio, di ragazza seminuda,
con due curiose coppe di cartone sul seno, presentata come "La cugina
dell'onorevole Michelini". Nel suo genere il testo è un capolavoro:
"Come di frequente accade, la natura ha ripartito i propri doni tra
cugini con singolare unilateralità: le virtù dell'intelligenza
all'uomo politico, gli attributi della grazia e della bellezza alla cuginetta..."(48)
Allo stesso modo ha davvero poco a che vedere con il divorzio, i diritti
civili, e neppure con la liberazione sessuale,un lungo servizio illustrato
sull'ex presidente della Repubblica Gronchi, della cui vita privata s'era
pure a lungo favoleggiato.(49)
Sospetta è la ricchezza dei dettagli, come del resto colpiscono
verbi al presente, soprattutto se si pensa che Gronchi non era più
al Quirinale da cinque anni. Comunque: "I romani parlano spesso della
porticina che Gronchi ha fatto aprire su un lato del Quirinale, in via
dei Giardini. Si mormora che dalla romantica porta passino le amicizie
femminili del Presidente, che non potrebbero introdursi per il portone
principale senza dar adito a pettegolezzi". Insinuante il tono, accurata
la confezione fotografica del servizio: "Gronchi è di larghe
vedute e di temperamento giovanile. Fra le sue amicizie fanno spicco Anna
Maria Gambineri (ritratta in costume da bagno, cuffia, pinne), Giorgia
Moll (anche lei in bikini che maneggia un grongo infiocinato), Tina De
Mola (si asciuga accanto a una vasca da bagno), Sandra Milo (occhi chiusi
e lingua fuori) e le signore Ciucci e Mugelli. Compagnie che servono a
distrarre un po' il Presidente dalle fatiche della carica e consentono
a Gronchi-uomo di trascorrere qualche ora serena in libertà, senza
le costrizioni del cerimoniale..." (50)
E anche qui la qualità della prosa, oltre al particolarissimo momento
in cui l'articolo è pubblicato, maggio 1967, esplosione del caso
SIFAR, rendono più che fondato il dubbio che ABC abbia pubblicato
pari pari un fondo di magazzino dei servizi segreti e che comunque possa
essere utilizzata come buca delle lettere per giochetti poco chiari, anzi
decisamente sporchi. Più sporchi dello "spogliarello western"
o di altre scemenze tipo "O la borsa o lo slip".
Con la malizia di questi anni '90 si intuisce che le "mancanze di
gusto e le compiacenze pseudopornografiche" cui faceva cenno Pannella
nel suo cavalleresco congedo da Sabàto corrispondevano più
o meno all'immaginario erotico della post Italietta. Rigorosamente eterosessuale,
maschile e un po' piccolo borghese con i suoi stereotipi e le sue manie
classificatorie: le "lolite", le "sbarbine", le "tigri"
(varianti: "rosa" e "alla dinamite"), le "tardone".
C'è semmai da notare che tra una variazione esotica ("Le orge
pagane degli Orinahuas") e un'inchiesta rassicurante "alla ricerca
del vizio genuino" nella provincia, tra un brivido tecnologico ("L'ormone
miracolo"), un pretesto per mostrare una mezza poppa ("Ecco
le fantavergini!") o mettere in pagina quattro etti di sedere ("E'
in arrivo la 'filigonna'!"), ABC punta parecchio sui desideri che
ispirano le donne dei capelloni, le "yè yè", le
figlie dei fiori, quelle dell'amore libero e così via. E qui la
tentazione sarebbe di chiudere in qualche modo il cerchio, l'esplosione
antiautoritaria riassorbita e commercializzata da un giornale che scaricava
i radicali per buttarsi nelle braccia di chi sa chi.
Niente omosessualità,
comunque, nemmeno su ABC. e anche questo dà l'idea di quanto apparisse
intatto e inviolabile il tabù, di quanto fosse facile, allora,
massacrare un omosessuale dentro un'aula di tribunale. Nel caso del professor
Aldo Braibanti, poi, pareva ancora più facile.
A tanti anni di distanza dall'estate del 1968, dalla notte del 17 luglio
in cui lo condannano a nove anni di carcere - nove! poco più ne
toccano, per intendersi, ai responsabili del disastro del Vajont che si
portano sulla coscienza 2OOO morti - viene da pensare: se l'erano scelti
proprio giusto, l'omosessuale.
Bruttino, certo, come tanti. No, peggio: "Piccolo, stortignaccolo,
fisicamente disgraziato", lo dipinge un avvocato di parte civile,
"solo cervello, solo sesso..." Porta anche la barba, che allora
è vissuta come orrendo segno di ribellione. I barbudos..... alla
larga!
Un intellettuale, laureato in filosofia. No: "Un professorucolo",
secondo il Pubblico Ministero Lojacono, in una requisitoria così
sessuofobicamente violenta e fuori dell'ordinario da ispirare un bel racconto
sarcastico-surreale di Dacia Maraini, felice eccezione di impegno civile,
a quei tempi.
Tempi in cui un articolo, una presa di posizione, una raccolta di firme
autorevoli - è giusto ricordare, tra i pochi che difendono Braibanti,
Guido Calogero - sono ancora gesti di coraggio, e ancora servono a qualcosa.
Come serve del resto la presenza di Amnesty International al processo
di appello, ove, da nove che erano, la pena viene ridotta a quattro anni.
La mobilitazione radicale, probabilmente, arriva tardi. Ma forse è
proprio in quell'ansia di recuperare tempo, in quella gratuita e perfino
vana concitazione che se ne coglie la nobiltà, alla memoria e per
il futuro.
Peppino Loteta, oggi giornalista de "Il Messaggero", ieri fervente
direttore di "Notizie Radicali", vecchio amico di Pannella fin
dai tempi della goliardia, ricorda bene che "a Marco, capitato al
Palazzo di Giustizia quasi per caso, bastano appena venti minuti nell'aula
di quel processo per capire, subito, che lì dentro si sta distruggendo
un 'diverso'."
"Diverso", non c'è dubbio, è il professor Braibanti.
"Diverso", però anche nel capo d'accusa che gli rifilano,
dopo averlo scovato nei più oscuri meandri del codice penale: l'articolo
603, che si trova subito dopo quelli relativi al commercio degli schiavi.
Braibanti, insomma, è accusato di aver soggiogato, sottomesso,
schiavizzato due giovani maggiorenni. Il reato di plagio.
Mesi prima gli avvocati di casa Savoia hanno cercato di appiopparlo -
invano - a Maurizio Arena durante la tempestosa love story con Maria Beatrice
di Savoia che ha destato terribile scandalo a destra e grande divertimento
a sinistra. Ma qui non c'è davvero niente di spassoso. A differenza
del dotatissimo fusto della "dolce vita", Braibanti è
un uomo triste, introverso. A suo tempo partigiano, per giunta torturato
dai fascisti sadici della banda Carità, ex comunista, ora si dichiara
anarchico. Scrive cose che nessuno legge, fa bellissime ceramiche che
non vende (Gio Ponti, che ha chiesto di poterle acquistare, si è
sentito rispondere no). Non ha relazioni di comodo e di potere, non ha
incarichi accademici.
E tuttavia è intellettuale e artista quanto basta perché
per suo tramite, meglio a sue spese, si possano fare i conti con tante
altre cose: la filosofia indiana, la psicoanalisi, l'avanguardia, in fondo
la complessità di una società che sta cambiando. Sotto processo
c'è però soprattutto l'omosessualità. Un'omosessualità
ingigantita, "un'idea dell'omosessualità", protesta Alberto
Moravia, "travestita da cultura". (52)
Anche qui c'entra - come ti sbagli - il diavolo. "Pervertimento demoniaco",
accusa il pubblico ministero Lojacono. "Diabolico invasore di spiriti",
secondo l'avvocato Taddei, "reincarnazione del demonio". "Un
demone", questo è l'avvocato Alfredo De Marsico, principe
dei penalisti, "che deve essere respinto agli Inferi".
Braibanti. Un essere senza patria, senza casa, senza famiglia, senza fissa
dimora, tra Fiorenzuola d'Arda e Roma. Una cattiva condotta esemplare:
"Praticamente un fallito", scrive il giudice Orlando Falco,
"che vive una vita fatta di miseria, di panini imbottiti, di panni
lavati da sé, di carità degli amici..." (53)
Se non bastasse c'è anche questa storia che studia le formiche.
Anch'esse non piacciono al giudice: "Orribili vermini neri",
le definisce Falco. Indizio di pericolosità sociale come se quelle
cassette piene di insetti che Braibanti si porta sempre appresso fossero
" il segreto laboratorio in cui sperimenta le sue utopie filosofiche
sull'annientamento della volontà dei discepoli". (54)
I discepoli: due giovani con cui ha avuto rapporti, anche sessuali. Uno,
ormai sposato, sostiene di essersi liberato della sua schiavitù
mentale, al suono di campane, di chiesa. L'altro ha una storia complicata
alle spalle, fughe, rapimenti, ospedali psichiatrici, elettroshock. E'
soprattutto la famiglia del secondo ragazzo, straziata, a intentare il
processo e a chiedere la punizione esemplare. Invano Leopoldo Piccardi,
che ha reindossato la toga, ricorda ai giudici che l'ultimo processo famosi
per omosessualità fu celebrato settantatrè anni prima in
Gran Bretagna contro Oscar Wilde. (55)
Quando arriva la condanna, davvero esemplare, un bel pezzo d'Italia si
mette l'anima in pace: "I giurati hanno coraggiosamente difeso e
tutelato", questo il giudizio del giornalista Franco Salomone, sul
"Tempo", "il tradizionale bagaglio ideologico e morale
di tutti noi".(56)
Ma "noi" chi, ormai? E anche sui contenuto del bagaglio, nell'estate
1968, è lecito e ragionevole nutrire qualche dubbio.
Intanto Braibanti torna in carcere: a quel punto, per Pannella, l'unica
strada è salire lui, lucidamente, sul bando degli accusati, ancora
una volta caricarsi addosso lo scandalo, per poi rovesciarlo su chi si
scandalizza, aprendo il varco alla contraddizione: "Non c'è
che da colpire i potenti, se si vuol davvero difendere le loro vittime.
C'è da tirar fuori il condannato, ma ancora di più da portar
dentro chi ha abusato delle leggi per realizzare un ignobile linciaggio..."
(57)
Insieme con Loteta perciò attacca a freddo i giudici Falco e Lojacono
e la maxisentenza presentata, con parecchio ritardo, nella primavera del
1969. Scrive della "cupa vocazione a rovistare con la lama dell'Inquisizione
e della persecuzione nelle coscienze di ciascuno"; dell'"ossessivo
e allucinante bisogno del sessuofobico e dell'impotente a parlar di sesso
e a vederlo ovunque".
Braibanti - e qui di nuovo Pannella con quel suo stile un po' criptico
fa un'uscita a sorpresa, non accusa i "giudici cattivi", ma
ne denuncia le paure, le proiezioni che li hanno spinti a sceglierselo
come vittima - Braibanti "è il nome dato ad autobiografie
più o meno interiori che non osano confessarsi". Braibanti
sono "i demoni interiori di questo nostro tempo, di ceti dominati
dalla cattiva e spaurita coscienza; d'una società medusata dalla
follia, dalla violenza, dalla perversione che essa stessa produce e diffonde....
Speravano di decapitare o bruciare con Braibanti uno dei loro volti..."
(58)
Braibanti esce da Regina Coeli il 5 dicembre di quello stesso 1969. "In
una mano", scrive Gigi Ghirotti, "ha una borsa con gli effetti
personali e nell'altra un formicaio di gesso di sua invenzione, che s'è
costruito in cella." Dice solo: "Voglio togliermi subito di
dosso questi panni che puzzano di galera". (59) Un demone smagrito
e senza barba.
Otto giorni prima la Camera ha approvato la legge istitutiva del divorzio.
Anche sul
divorzio, circa tre anni dopo, sesso e politica si incrociano con allegra,
impudica crudeltà.
C'entrano ancora i radicali, più esattamente l'arguzia non solo
giudiziaria di Mauro Mellini, l'anti-Andreotti, un avvocato romano sottile
e combattivo, una specie di vate dello spirito anticlericale, nel caso
specifico il più spaventoso rompiscatole e scopritore di altarini
che i reverendi padri della Sacra Rota si potessero mai trovare fra i
piedi.
La vicenda è, per parecchi versi, grottesca, e non solo per i laici.
Lo "scandalo" degli annullamenti rotali, le bugie più
smaccate, la rapida naturalezza - nei fatti, non nelle chiacchiere, ché
anzi quei procedimenti paiono particolarmente verbosi - con cui si cancellano
matrimoni eccellenti, la stessa escalation della concorrenza che il "divorzio
vaticano" aveva cominciato a fare a quello italiano spiegano il clima,
nei primissimi anni '70, in cui matura questo appostamento beffardo, una
sorta di pasquinata ai danni del fronte andidivorzista in vista del referendum.
E tuttavia, a onor del vero, in questo caso l'intento polemico oscura
un ideale codice di convivenza civile. Perché comunque di agguato
si tratta, di persone riconoscibilissime nonostante le iniziali con cui
compaiono in quel raro numero della "Prova radicale" del marzo
1973. (60) Personaggi di rilievo, pubblicamente impegnati contro il divorzio,
ma pur sempre beccati nella loro più intima dimensione, quindi
divulgati, esposti al pubblico ludibrio, messi alla berlina, peggio al
"cavalletto": "Specie di supplizio, creduto necessario
alle natiche del nostro volgo", come spiegava il Belli, poeta supremamente
anticlericale che Mellini di sicuro conosce e sa apprezzare. (61)
A dare un tocco di ridicola, solenne stravaganza all'affare delle "onorevoli
nullità" non era comunque la lingua romanesca del Belli -
tra l'altro la stessa usata in quegli anni dal comunista Maurizio Ferrara
per dare una poetica ripassata ai radicali e ai loro costumi sessuali:
"'na manica de gente assai lasciva/finocchi e vacche ignude alla
Godiva" (62) - ma il latino delle sentenze di annullamento della
Sacra Rota.
Per anni e anni quelle carte l'avevano, come dire, fatta franca: nessuno,
nel registrare gli annullamenti, aveva mai perso tempo a tradurli. Fino
a quando, disgraziatamente per onorevoli, sottosegretari ed ex presidenti
del Consiglio antidivorzisti, nell'ufficio Affari Civili della Corte d'Appello
di Roma non s'era insediato il giudice Gambino, gagliardo latinista. (63)
"Una specie di maledizione biblica sembra pesare sulle famiglie dei
notabili democristiani e missini, dei parlamentari che in nome dei princìpi
cristiani si sono strenuamente battuti...": così, con maliziosa
ingenuità, Mellini comincia il suo truce e bizzarro viaggio tra
vaginismi, impotenze, frigidità, verghe, semi buttati di qua e
di là, in un mortificante campionario di infelicità sessuali
(fortunatamente più finte che vere), tutte comunque tese alla conquista
del sospirato annullamento.
Una sfilata di umilianti e fantasiose ammissioni-invenzioni da parte di
protagonisti, amici e parenti. Come il senatore G.P., pover'uomo, chiamato
a testimoniare sulla "virilis impotentia" del genero, "che
poi, tutto sommato, era la più ardua a sostenere, dato che questi",
come fa osservare Mellini, "gli aveva dato una bella nipotina".
Oppure il vecchio senatore G.B., che risulta informatissimo sui rapporti
sessuali del figlio, anch'egli parlamentare: "In coscienza, sotto
la santità del giuramento prestato, dirò che il matrimonio
di mio figlio non è stato consumato. Perché egli stesso
mi ha sempre detto di non aver potuto penetrare, neppure parzialmente,
in vagina".
Tutto così. Dell'on. missino L.T. si viene a sapere di come fosse
stato scelto, invece che dalla sposa, dalla madre di lei. La futura moglie,
anzi, l'aveva trovato "un bamboccio... fatuo, vuoto, effeminato.
Si presentava con modi e parole ampollosi, che mi urtavano. Prese a mandare
fiori a mia madre, e quando si presentava si prostrava a baciarle la mano
tutto scivoloso: anche questo mi dava ai nervi". Matrimonio annullato.
Mentre per quello del figlio del sottosegretario F.M.D. tutta la colpa
è evidentissima, della giovane nuora, di rinomata famiglia socialista
("puella e notoria socialistarum familia"), inchiodata da una
testimonianza che Mellini giustamente definisce "colorita e incisiva".
Eccola: "Ella non crede assolutamente a niente, ha sempre fatto vita
libera. Diceva che un figlio l'avrebbe fatto 'col fischio', e aggiungeva
un gesto volgare".
Di tutte le disavventure coniugali, anche per i risvolti pubblici che
aulicamente si dispiegano nella lingua degli antichi romani, il perfido
Mellini si accanisce su quella, complicatissima, dell'onorevole, sempre
democristiano, M.B. Qui le cose erano prese alla lontana, giacché
"Quod negotia thalami, usque ab initio, recte non processerint, id
est, ad normam expleri non potuerint, imprimis patet e depositione actoris":
che l'affare del letto, fin dall'inizio, non procedesse bene, cioè
non potesse essere espletato a dovere risulta anzi tutto dalla deposizione
dell'attore. Infatti: "Ad primum conatum copulae quod ille perfecit...
eidem impossibile fuit penetrare in vaginam mulieris et in eam semem effundere",
al primo tentativo di copula che fece... gli fu impossibile penetrare
nella vagina della moglie e versare in essa il seme, "ob reactiones
repentinas atque acerrimas a muliere oppositas, quibus ipsa viri potentia
pessumdabatur, cum effusione seminis super corpus ipsius viri", per
le reazioni repentine e violente opposte dalla donna, davanti alle quali
la stessa potenza virile andava in malora, con effusione del seme sul
corpo dello stesso uomo.
Come diretta conseguenza di tale situazione - ecco le ripercussioni politiche
- "vir, qui, uti asseritur, numquam potuit perficere carnalem copulam
cum uxore, exacerbatus, totum se profundit ad vitam publicam", l'uomo,
che come si sostiene non potè mai realizzare la copula carnale
con la moglie, esacerbato, si dedicò tutto alla vita pubblica.
E qui, quasi a rendere la vicenda personale e politica ancora più
scabrosa e complicata di quel che già fosse, si inserisce la testimonianza
dell'onorevole Giovanni Galloni, secondo il quale proprio l'impossibilità
di consumare il matrimonio aveva spinto M.B. a rifiutare in passato candidature
di prestigio come quella a sindaco (munus Syndici) e a deputato (legatus
Populi). Sosteneva infatti l'illustre amico e collega: "Quapropter
verebatur ne ex instauranda forte causa ad nullitatem obtinendam admiratio
in vulgo orietur, cum detrimento suae activitatis admninistrativae et
politicae", per cui temeva che dall'eventuale instaurazione di una
causa per ottenere la nullità del matrimonio sorgesse clamore nel
volgo, con detrimento dell'attività amministrativa e politica dello
sfortunato M.B. (64)
In compenso,
anche sull'altro fronte, non è che poi si andasse tanto per il
sottile. E passi per le omelie elettorali antidivorziste e per i suggerimenti
da confessionale; passi per la campagna lacrimevole sulle prodigiose virtù
del matrimonio indissolubile; passi pure per l'inaugurazione, a pochi
giorni dal referendum del 12 maggio 1974, di un monumento a Caprese, paese
di Michelangelo, un gruppo scultoreo che l'allora segretario democristiano
Amintore Fanfani aveva voluto personalmente dedicare: "Dai figli
riconoscenti ai genitori uniti".
Fanfani non era tipo da fermarsi a questo. Perciò anche lui, trascinato
dal clima e intuita l'estrema risorsa propagandistica, si catapultava
sul sesso e la agganciava alle paure, esagerando. Eccolo, il 26 aprile
1974, in un cinema di Caltanissetta: "Se il divorzio passerà,
in Italia sarà persino possibile il matrimonio tra omosessuali..."
E scrutata quella platea di coppole, totalmente maschile, non solo si
faceva venire strane idee in testa, ma le esprimeva con l'aria di chi
la sa lunga: "Vi piacerebbe, gentili ascoltatori, se vostra moglie
vi lasciasse per sposarsi con la moglie del vostro amico, e magari per
scappare con la donna di servizio, diventeremo tutti degli scimuniti dello
stesso sesso e magari vostra moglie vi lascerà per scappare con
qualche ragazzina..." (66)
E questa delle mogli di Caltanissetta che convolavano verso il tiaso di
Lesbo con la giovane cameriera rimaneva lì, piccola perla di un'antologia
per un'Italia che avrebbe dovuto aver paura e invece se la cominciava
a ridere.
---------------
NOTE
1 Ernesto
Galli della Loggia, "E l'Italia cambiò", in "Storia
dei giovani, prima durante e dopo il Settantotto", Panorama,
1988, p.17
2 Gigi Moncalvo, "Pannella, il potere della parola", Sperling
and Kupfer, Milano, 1983, p. 40
3 "All'asta il giubbino di Enzo Tortora", La Repubblica, 27
marzo 1986. L'articolo dà conto dei cimeli radicali venduti all'asta:
530.000 lire per il giubbino, appunto, indossato da Tortora al momento
dell'arresto; 350.000 per il "dolcevita" di Pannella; 120.000
per un disegno di Mauro Mellini; 100.000 per i jeans di Emma Bonino (su
cui era scritto: "Ne hanno viste di tutti i colori"); 50.000
per un quadro di Gianluigi Melega. L'iniziativa di autofinanziamento dei
radicali suscitò un corsivo da parte de L'Osservatore romano, "Il
Vaticano ironizza sull'asta dei radicali", La Repubblica, 28 marzo
1986. Quanto al maglione girocollo di Pannella, scriveva L'Osservatore
romano, "farà bella figura di sé, forse a mo' di natura
morta, sulla parete di casa del suo acquirente. Un divorziato? Chissà?
Forse una persona che spezzando la propria realtà matrimoniale
ha abbandonato lungo la strada della propria vita quella verità
sull'amore che si fonda sull'autentica donazione di sé...."
4 "Il carisma è soltanto una lunga pazienza", intervista
a Marco Pannella di Adele Cambria, Il Giorno, 21 gennaio 1987
5 Pannella su Pannella, Magma, Roma, 1977, p 42
6 Discorso al congresso costitutivo del FUORI, aprile 1972, in Marco Pannella,
Scritti e discorsi. 1959-1980, Gammalibri, Milano, 1982, p. 76
7 Intervista a Playboy, in Marco Pannella, Scritti e discorsi. 1959-1980,
cit., p. 165
8 Intervento al congresso di Napoli, in aa.vv., Super Pannella, Matteo,
Treviso, 1977, p.149
9 Intervista a Playboy, in Marco Pannella, Scritti e discorsi. 1959-1980,
cit. p. 166
10 Ibidem
11 Prefazione ad Andrea Valcarenghi, Underground a pugno chiuso, Arcana,
Milano, 1974, in Pannella su Pannella, cit. p.7
12 "Due o tre cose che abbiamo scoperto di Marco" intervista
a Marco Pannella di Gian Antonio Stella, Sette-Corriere della Sera, 14
gennaio 1993. Oltre che per obiettiva mancanza di tempo, Pannella spiega
la sua ritrosia a scrivere libri "perché credo nell'importanza
della parola"
13 Intervento al XV congresso di Verona, novembre 1973. In Marco Pannella,
scritti e discorsi. 1959-1980, cit., p. 105
14 Intervista a Playboy, in Marco Pannella, Scritti e discorsi. 1959-1980,
cit., p. 166
15 Prefazione ad Andrea Valcarenghi, Underground a pugno chiuso, cit.
in Pannella su Pannella, cit., p. 8
16 Prefazione a Mario Appignani, Un ragazzo all'inferno, Napoleone, Roma,
1975, in Pannella su Pannella, cit., p. 7o
17 Intervista a Il Mondo prima del congresso di Firenze, novembre 1975,
in aa.vv., Super Pannella, cit., p. 58
18 IVI, Francesco Fuschini, "Pannella, il diavolo", pp.171-177
19 Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, Milano,
1961, p. 115
20 aa.vv. (Tanta gente), Il pugno e la rosa, a cura di Walter Vecellio,
Bertani, Verona, 1979, p, 325
21 Ma l'amor mio non muore. Origini documenti strategie della "cultura
alternativa e dell'underground" in Italia, Arcana, Roma, 1971, p.150
22 Ivi, pp. 248-249. Nel quadro di un manuale di sopravvivenza alternativa
e metropolitana vengono propagandate "le comuni bibite gassose come
appunto la Coca-Cola" in quanto dotate di "un notevole potere
anticoncezionale. Sono però necessari, per rendere efficace questa
operazione, alcuni accorgimenti. In sostanza bisogna procedere così:
agitare la bottiglia di bibita gassata tenendola tappata con il pollice
della mano destra, quindi introdurre nella vagina il collo della bottiglia
e contemporaneamente lasciare aperta la bocca della bottiglia. Allo stesso
modo con la mano sinistra tenere il più possibile unite le labbra
intorno al collo..." Aggiunge il "manuale": "Questo
metodo molto primitivo, se è applicato con attenzione e cura, permette
di ridurre fortemente i rischi di una gravidanza non voluta".
23 Prefazione ad Andrea Valcarenghi, Underground a pugno chiuso, cit.,
in Pannella su Pannella, cit., p.9.
24 Luca Boneschi e Carlo Oliva, "Relazione sui diritti civili",
presentata al VI congresso del Partito Radicale, Firenze, 4-5 novembre
1967
25 "Mozione sulla libertà sessuale", presentata e approvata
al VI Congresso del Partito Radicale, Firenze, 4-5 novembre 1967, in Agenzia
Radicale, 4 dicembre 1967
26 Notizie Radicali, 26 gennaio 1968. Il comitato di presidenza del convegno
su "Repressione sessuale e oppressione sociale" era composto
da Alberto Moravia, Cesare Zavattini, Marco Pannella, Loris Fortuna, Giancarlo
Matteotti, Gabriella Parca, Guido Calogero, Cesare Musatti e Marcello
Mancini (direttore editoriale di Men)
27 Notizie radicali, 3 gennaio 1968
28 Pietro Petrucci, "Il secondo fronte", L'Astrolabio, 3 novembre
1968
29 "I contrabbandieri di Cristo", ABC, 9 aprile 1967
30 "Pillola-strip in Piazza San Pietro", ABC, 31 dicembre 1967
31 Guido Aghina e Claudio Jaccarino, Storia del Partito Radicale, Gammalibri,
Milano, 1977, pp 41-42
32 I radicali furono scambiati per cattolici dal giornale del PSIUP Mondo
nuovo. A proposito della Chiesa e della pillola, vedi Orazio La Rocca,
"Così i vescovi bocciarono il Papa", La Repubblica, 23
luglio 1993. Nel giugno del 1966 la commissione preparatoria del documento-base
della futura enciclica "Humanae vitae" si espresse a grande
maggioranza contro l'illiceità della contraccezione, orientandosi
quindi verso un chiarissimo placet per l'uso della pillola. Ma Paolo VI
non tenne conto dell'esito dei lavori di quella commissione.
33 Luigi De Marchi, "Prolificità coatta", Il Radicale,
giugno 1962, e Ornella Avenati, "Relazione su situazione demografica
italiana e su problemi giuridici", in Agenzia radicale, 1o dicembre
1966
34 Il "Chi è" del Borghese, a cura di Gianna Preda, Edizioni
del Borghese, Milano, 1961, pp. 163-164
35 Maria Luisa Zardini De Marchi, Inumane vite, Sugar, Milano, 1969, pp.
12-13
36 Luigi De Marchi, "Sessuofobia e clericalismo", in Agenzia
radicale, 10 agosto 1967
37 Ibidem
38 Ibidem
39 "L'incontro reichiano del 5 e del 6 dicembre", Notizie radicali,
10 dicembre 1970
40 Maria Luisa Zardini De Marchi, Inumane vite, cit., pp. 8-9
41 Massimo Teodori, Pietro Ignazi e Angelo Panebianco, I nuovi radicali,
Mondadori, Milano, 1977, pp 72-79
42 Umberto Eco e Patrizia Violi,"La controinformazione", in
Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, La stampa italiana del neocapitalismo,
Laterza, Bari, 1976, p.142
43 Marco Pannella, "Saluto ad ABC e a Sabàto", Notizie
radicali, 16 luglio 1968. "Infine", scriveva Pannella, "chi
ha avuto per primo in Italia l'intelligenza, l'onestà e il coraggio
di scatenare l'ormai indilazionabile campagna divorzista?
Chi, in definitiva. ha popolarizzato in ceti che non l'avevano mai conosciuti,
certi valori laici e democratici? Chi raccolse la nostra campagna sui
gangster della carità, sui Petrucci, sull'INPS?"
44 "Facciamo il punto sul caso ABC", ABC, 6 febbraio 1966
45 "L'onorevole Scalfaro moralizza gli esami di guida", ABC,
25 giugno 1967
46 "Morale e moschetto social-clerofascista perfetto", Abc,
15 ottobre 1967
47 "L'onorevole preferisce l'immunità", ABC, 17 dicembre
1967
48 "La cugina dell'onorevole", Abc, 3 settembre 1967, Arturo
Michelini scrisse ad Abc per negare qualsiasi parentela con la modella.
49 In Corrado Pizzinelli, Scelba, Longanesi, Milano, 1982, p. 178, è
raccolta la testimonianza dell'ex direttore de L'Osservatore romano Valerio
Volpini: "Sapevamo che Gronchi faceva il galletto". Ne La Velina,
Mondadori, Milano 1988, pp 23-24, Vittorio Orefice racconta di complicatissimi
sforzi per far incontrare, naturalmente fuori del protocollo, il presidente
della Repubblica con una signora di Livorno. Sforzi che valsero all'allora
ministro dei Trasporti, Armando Angelini, il nomignolo di ministro dei
"Trasbordi". Della fama da dongiovanni di Gronchi, in particolare
di un provvedimento ribattezzato "legge Pompadour" perché
destinato a una delle favorite del presidente, ha anche scritto diffusamente
Guido Quaranta, Ritratto di presidenti con signora, SEI, Torino, 1978,
pp. 70-71
50 "Gronchi, Anonima Arricchimenti", Abc, 21 maggio 1967
51 "Il Papa buono approverebbe il divorzio", Abc, 6 novembre
1967
52 Andrea Barbato, "E' reato criticare una sentenza", Tempo
illustrato, 1 novembre 1969
53 Camilla Cederna, "Il peccato è sempre anarchico",
L'Espresso, 13 febbraio 1972
54 Gigi Ghirotti, "Braibanti davanti ai giudici d'appello. Un demone
smagrito e senza barba", La Stampa, 7 novembre 1969
55 Gianfranco Spadaccia, "L'inquisizione 1968", L'Astrolabio
21 luglio 1968
56 Ibidem
57 Giuseppe Loteta, "Braibanti, il demonio in Corte d'Appello",
L'Astrolabio, 30 marzo 1969
58 In Pannella su Pannella, cit., pp 21-23
59 Gigi Ghirotti, "Braibanti esce dal carcere con i suoi libri",
la Stampa, 6 dicembre 1969
60 Mauro Mellini, "Le onorevoli nullità", La prova radicale,
marzo 1973, pp. 81-90
61 Il sonetto con l'annotazione belliana sul "cavalletto" è
il celebre "Piazza Navona": "Cqua s'arza er cavalletto
che ddispenza/ sur culo a cchi le vo' ttrenta nerbate, / e ccinque poi
pe la bbonofiscenza". Nell'edizione classica, Mondadori, a cura di
Giorgio Vigolo, pp. 1165-1167
62 Anonimo Romano (Maurizio Ferrara), Er compromesso rivoluzzionario,
Garzanti, Milano, 1975, p. 208
63 Alessandro
Coletti, Il divorzio in Italia, Savelli, Roma, 1974, p.184
64 Indicati con le iniziali su La Prova radicale, i nomi del piccolo saggio
di Mellini sulle "Onorevoli nullità" sono segnalati in
"Come gira la ruota", Panorama, 2 agosto 1973
65 Aretino 75, Lo stile del professore, Sugar, Milano, 1975, pp.162-163
66 Ivi, p. 160, e Giorgio Galli, Fanfani, Feltrinelli, Milano, 1975, p.
6
|