DALLA SOCIETA' CORPORATIVA AI MOVIMENTI COLLETTIVI: NATURA E RUOLO DEL PARTITO RADICALE (1a parte)
1. "Partito politico, gruppo di pressione, movimento: l'atipicità del Pr"
Le elezioni del 20 giugno 1976 hanno sciolto, agli occhi di commentatori, di politici e anche di molti fra gli stessi simpatizzanti del Partito Radicale, almeno un dubbio che è stato a lungo presente nel dibattito su questa formazione politica: se il Pr dovesse essere considerato un partito politico vero e proprio oppure un semplice gruppo di pressione, sia pure di tipo un po' speciale rispetto alla maggior parte delle associazioni di questo genere che operano sulla scena politica italiana. La partecipazione alla campagna elettorale e l'ingresso di quattro radicali in parlamento hanno reso "di fatto" questo interrogativo superato, essendo ormai a tutti evidente che il Pr è un vero e proprio partito, se per tale si intende un'associazione volontaria che entra in competizione con altre associazioni con un suo specifico progetto e con questo progetto chiede il consenso della comunità politica. (1) Questo interrogativo era sì spesso sollevato ad arte e utilizzato strumentalmente contro la presenza, in chiave concorrenziale, del Pr nella società politica ("I Radicali facciano il loro mestiere, raccogliendo la domanda in tema di libertà civili, noi penseremo alla necessaria mediazione politica") ma non era per questo del tutto priva di fondamento, essendo il Pr un partito politico "sui generis" che ha operato per lungo tempo (e che tutt'oggi una buona parte opera) con modalità di azione proprie di un gruppo di pressione.
Le caratteristiche specifiche del Pr, partito difficilmente inquadrabile in una qualsiasi tipologia dei partiti (o dei gruppi di pressione) (2) possono essere rintracciate ad almeno tre distinti livelli:
a) l'organizzazione interna; b) il metodo di lotta politica; c) il rapporto con la "società civile" e con la "società politica". (3)
In generale, la distinzione comunemente accettata fra gruppo di pressione e partito politico è, all'apparenza, molto chiara: il primo è un'associazione che si costituisce con il fine di esercitare un'"influenza" sui detentori del potere (o sugli oppositori del potere esistente) mentre il secondo è una associazione la cui ragione d'essere consiste nella conquista e nell'esercizio del potere stesso. Questa definizione, a ben guardare, non è però molto soddisfacente: in primo luogo, perché i confini fra influenza e potere non sono così netti; appare debole la tesi secondo cui il potere si distingue dall'influenza perché, a differenza della seconda, dispone di "sanzioni" da applicare contro gli inadempimenti. Questo criterio non è infatti sufficiente a distinguere i due tipi di azione sociale e gli attori che ne sono portatori; anche un gruppo di pressione è spesso in grado di esercitare sanzioni: ad esempio, un'associazione di imprenditori, che è sicuramente un gruppo di pressione, dispone di molte armi contro un governo recalcitrante di fronte alle sue richieste. Né, in secondo luogo, la lotta in prima persona per il potere secondo "le regole del gioco" consolidate in un certo sistema politico (ad esempio, nel caso dei regimi democratico-rappresentativi, la competizione elettorale) può aiutare a distinguere chi concorre per l'esercizio del potere e chi tende a esercitare una semplice influenza. Per fare un solo esempio, tratto dalla storia politica europea degli ultimi anni, sarebbe difficile catalogare come "gruppi di pressione" (o all'opposto come "partiti politici") i movimenti politici di contestazione sorti dopo il 1968 utilizzando come unico criterio discriminante la partecipazione o meno alla competizione elettorale.
In realtà, la distinzione fra partito e gruppo di pressione non può essere fondata né sulla differenza fra potere e influenza né sulla volontà o meno di esercitare il potere direttamente. Ciò che distingue un partito da un gruppo di pressione sembra invece consistere nella "globalità" o, all'opposto, nella "settorialità" dei loro fini politici: mentre il gruppo di pressione rappresenta interessi particolari e opera per ottenere provvedimenti in loro favore, il partito, anche quando rappresenta ristretti interessi sociali, opera deliberatamente (quando governa) o mira ad operare (quando è all'opposizione) sull'organizzazione ed il funzionamento della società intera. (4) Occorre quindi guardare ai "fini politici" di ciascuna singola associazione e non è sempre possibile né facile dare una risposta univoca. Il caso del Pr è, da questo punto di vista, emblematico:
se si ritiene settoriale la "lotta per i diritti civili" (come a lungo la sinistra italiana ha ritenuto), importante ai fini della democratizzazione della società ma, da sola, non sufficiente a un processo di profonda riorganizzazione, allora il Pr va considerato (anche oggi che siede in Parlamento) un gruppo di pressione che cerca, con le sue iniziative politiche, di imporre al resto della sinistra italiana la lotta su specifiche battaglie civili (come, a suo tempo, riuscì a fare con successo sul tema del divorzio). Se, invece, secondo gli orientamenti degli stessi radicali, la lotta per i diritti civili viene intesa come uno strumento, una leva per innestare una trasformazione generale dei rapporti sociali sullo sfondo di uno specifico modello di società (il "socialismo libertario"), allora il Pr deve essere considerato un partito politico (e le profonde differenze - che vedremo - rispetto agli altri partiti non sono sufficienti a farlo cadere al di fuori di questa categoria).
E' ormai opinione diffusa che i partiti non possono essere studiati e classificati sulla base di un singolo e globale criterio; le funzioni che svolgono nel sistema politico, l'ideologia, l'organizzazione interna, gli interessi di classe o di gruppo che rappresentano ecc., ma che questi e altri criteri ancora vadano combinati insieme. L'indagine sulla "natura" dei partiti va comunque tenuta distinta, da un punto di vista teorico, da quella sul loro "ruolo" all'interno di un sistema politico. (5) Per il primo aspetto, occorre considerare due specifiche dimensioni: il tipo di "organizzazione" interna (partito elettorale, di quadri, di notabili ecc.) e il rapporto con l'ambiente sociale esterno ("insediamento" sociale e caratteristiche della "delega" politica). Per il secondo, conta invece l'analisi di altre due dimensioni: la natura del "progetto politico" e il "metodo" di azione politica. E' chiaro che ciascuna di queste quattro dimensioni è legata a tutte quante le altre: che l'organizzazione interna dipende da e esercita un'influenza sull'insediamento sociale del partito, che progetto politico e metodo di azione sono tra loro strettamente legati e che entrambi retroagiscono sull'organizzazione e sull'insediamento.
Organizzazione Insediamento
Metodo Progetto
La scomposizione precedente ha fini puramente analitici, ci consente un discorso sistematico e ordinato sul partito, non sta ad indicare quattro aspetti o caratteristiche dei partiti distinguibili empiricamente. Queste quattro dimensioni non sono separabili se non con un artificio teorico.
Nella prima parte di queste note considereremo soprattutto le caratteristiche del Pr dal punto di vista della organizzazione e dell'insediamento sociale. Nella seconda, si metterà a fuoco la relazione che intercorre fra il metodo di azione, il progetto politico e il più generale contesto socio-politico nel quale e sul quale il Partito Radicale agisce.
2. "Norme, strutture, carisma: le contraddizioni"
Sul piano strettamente genetico, il Partito Radicale è un partito di "creazione interna", nato cioè all'interno della società politica, secondo la formulazione di Maurice Duverger. (6) Il Partito Radicale nacque e si sviluppò su iniziativa e per volontà di membri della società politica (l'ala scissionista del Partito Liberale, gli universitari dell'Unuri) senza intervento di forze sociali esterne: fu un "ceto politico", di varia estrazione culturale, a dargli vita. E in tutta la prima fase della sua esistenza mantenne le caratteristiche di espressione di una esigua minoranza "illuminata" di intellettuali. Agli inizi degli anni sessanta, quando la "sinistra radicale" ereditò tutto il partito, il Pr subì la sua trasformazione più importante, diventando, almeno in parte, un "movimento politico di contestazione". (7) Ma la società italiana dell'epoca, rigidamente controllata dal sistema dei partiti, segmentata e incapsulata entro subculture compatte e tra loro non comunicanti, non era ancora in grado di rispondere positivamente alla proposta di una politica "diversa". Occorreva per questo che intervenissero mutamenti profondi nella sfera della società civile e nei suoi rapporti con il sistema politico. Questo avviene alla fine degli anni sessanta con l'esplosione dei primi movimenti collettivi. La rinascita, in forma autonoma e parzialmente sganciata dalla mediazione delle forze politiche tradizionali, della società civile, la crescita di aree consistenti di autonomia sociale, avranno effetti decisivi (anche se misurabili soltanto alla distanza) (8) sul Partito Radicale e sulle possibilità di successo del suo appello politico. I processi di "autonomizzazione" del sociale sono alla radice della crescente capacità del Pr ad agire come un movimento politico che "senza operare mediazioni" (distinguendosi in questo, e soprattutto in questo, dalle altre formazioni di sinistra) trasmette direttamente nel sistema politico le domande sociali emergenti. Su questo aspetto, il più importante, ritorneremo in seguito.
Consideriamo, per ora, l'organizzazione interna. Una distinzione classica, in tema di partiti politici, è quella fra il "partito di comitato" e il "partito di apparato". (9) Il primo fece la sua comparsa in Europa nel secolo scorso in un'epoca di suffragio ristretto, con il fine di rappresentare in parlamento gli interessi borghesi e aristocratici. Era composto da un'insieme di comitati ristretti di notabili locali, ciascuno raccolto intorno ad un proprio candidato, disseminati sul territorio nazionale. Non esistevano né disciplina di partito né una struttura centralizzata. Ciascun comitato finanziava direttamente la campagna elettorale per eleggere il proprio rappresentante. Gli organi centrali si limitavano a coordinare le attività dei comitati, senza impartire direttive. Non c'erano momenti di verifica collettiva della linea politica. Questo tipo di partito, in disarmo ovunque in Europa dopo l'introduzione del suffragio universale è però rimasto, in alcuni casi, come espressione organizzata degli interessi delle classi superiori. In generale però queste classi hanno scelto, nel corso del XX secolo, la strada dell'imitazione dei partiti organizzati del movimento operaio.
I partiti socialisti e poi comunisti avevano, e hanno, una struttura completamente diversa da quella dei partiti di comitato. Erano partiti di apparato, centralizzati, con una (più o meno) rigida disciplina di partito e un'ideologia coerente. La spina dorsale del partito di apparato era composta da una quota rilevante di "professionisti della politica", funzionari, membri degli organi centrali, parlamentari, tutti regolarmente retribuiti. Poiché questo partito doveva organizzare e rappresentare le classi subalterne della società e non poteva contare sulle elargizioni di membri e simpatizzanti facoltosi, si introdusse la Pratica del finanziamento regolare e obbligatorio degli iscritti. Il denaro ricavato contribuiva a finanziare tutte le principali attività del partito, dalla stampa agli stipendi dei funzionari alle molteplici attività. Queste ultime erano numerose perché il partito di apparato, a differenza del partito dei notabili, non entrava in attività soltanto nei periodi elettorali, (non era una semplice "macchina elettorale") ma svolgeva una intensa e continua azione di propaganda e indottrinamento; al di là delle scadenze elettorali il suo principale obiettivo consisteva nell'educazione e nell'inquadramento politico di massa. I legami "verticali" (fra vertice e periferia) erano rigidi e forti, la periferia doveva seguire fedelmente le direttive del vertice (ma questo avveniva, e avviene, più marcatamente nei partiti comunisti che non nei partiti socialisti). Il partito di apparato, è il prototipo del moderno "partito di mobilitazione". La sua nascita costrinse gli avversari politici, i partiti di destra, a riorganizzarsi. Questi partiti svilupparono così una burocrazia centrale, instaurarono legami più stretti fra vertice e periferia, cercarono di darsi una disciplina di partito. Ma, naturalmente, le diverse "finalità" politiche e il diverso tipo di "insediamento sociale" impedirono una reale omogeneizzazione interna rispetto ai partiti di sinistra e i tentativi del genere fallirono nella quasi totalità dei casi.
Partiti notabili e di apparato rappresentano i principali "tipi" ma non esauriscono certo la infinita gamma di possibilità organizzative manifestate dai moderni partiti politici. Le trasformazioni sociali e politiche dei sistemi politici occidentali hanno indotto considerevoli mutamenti strutturali nella maggior parte dei partiti. Oggi prevalgono, in generale, le soluzioni miste: alcuni partiti di apparato sono regrediti verso forme più arcaiche di organizzazione (clientelare o di notabili), altri hanno subito un'evoluzione che li ha trasformati in "macchine elettorali" quanto ad attività politica e in "partiti pigliatutto" (10) quanto a rappresentanza sociale, altri ancora hanno mantenuto inalterati dei caratteri delle origini pur mostrando i sintomi di una progressiva elettoralizzazione. (11)
Nel partito di apparato delle origini troviamo una sostanziale "omogeneità" fra il progetto politico e l'organizzazione. Centralizzazione, monolitismo, rigida disciplina interna erano tratti organizzativi perfettamente rispondenti agli scopi del partito: l'abbattimento del capitalismo e la riorganizzazione della società attraverso la statalizzazione dei mezzi di produzione e nel caso del partito leninista, la dittatura del proletariato. Questo tipo di partito non si prestava, organizzativamente, a un diverso progetto politico, a una proposta di socialismo "autogestionario" che rompesse con gli schemi leninisti contrapponendo il decentramento all'accentramento, la socializzazione, alla stabilizzazione, l'espansione degli ambiti di libertà al dispotismo burocratico. Per buona parte, la scarsa credibilità di molti partiti socialisti, compreso quello italiano, (12) dipende dal fatto che una volta rifiutata l'ipotesi di un socialismo centralizzato e burocratico, non sono stati capaci di adeguare le strutture interne a una mutata proposta politica. (13)
Se questo è il quadro generale entro il quale va collocato un'analisi non superficiale dell'organizzazione radicale, occorre però un'ulteriore specificazione: occorre distinguere fra le "norme" che regolano la vita di un'organizzazione e i comportamenti effettivi che sempre mostrano una più o meno marcata distanza dalle prime. Sul piano delle norme, della "costituzione formale" (lo Statuto del partito entrato in vigore nel 1967) non sembrano esserci dubbi che il Pr è una delle poche formazioni "socialiste" che più ha cercato di avvicinarsi all'obiettivo sopra indicato (adeguamento dell'organizzazione al progetto). Sul piano della struttura normativa il Pr rappresenta il caso di un partito modernizzante fondato sul massimo di decentramento organizzativo consentito a una formazione politica unitaria. Si differenzia, sotto questo profilo, tanto, ovviamente, dai grandi partiti della sinistra storica, quanto dai piccoli partiti della "nuova sinistra" che dei primi hanno sostanzialmente ricalcato il modello (si pensi a formazioni come il Pdup per il Comunismo o Avanguardia Operaia). L'equazione partito di apparato partito modernizzante, generalmente valida, non lo è per il Partito Radicale. Manca nel Pr una burocrazia, e per conseguenza quel nucleo di funzionari professionisti che caratterizza le formazioni di ispirazione leninista (come le due sopra ricordate). Il rifiuto del professionismo è in questo caso - come si legge nello Statuto - (14) una scelta politica deliberata che discende dalle opzioni ideologiche generali del partito.
I legami verticali sono deboli come conseguenza della struttura decentrata. I gruppi locali si organizzano autonomamente in unità-base (le associazioni) e in organismi più ampi di collegamento (i partiti regionali). Il massimo di autonomia politica compatibile con il mantenimento dell'unità è espressamente garantito dallo Statuto. (15) Il Congresso nazionale fissa gli obiettivi politici ed elegge gli organi centrali ma ciascuna associazione locale ha facoltà di sviluppare, in modo autonomo e svincolato da qualsiasi direttiva centrale, la propria azione politica. In concreto, questo significa che gli interessi dei militanti delle singole associazioni sono molto più importanti, ai fini dell'azione politica locale, delle direttive congressuali o di segreteria. Obiettivi politici specifici (anticlericalismo, antimilitarismo, difesa delle minoranze ecc.) e forme e modalità di azione restano così a discrezione delle singole associazioni, e possono dare, a seconda delle zone, "immagini" esterne diverse del Pr. Uniche eccezioni, ovviamente, le campagne per i referendum e, in genere, le iniziative che richiedono un contemporaneo sforzo comune di tutto il partito.
Il Congresso è aperto a tutti gli iscritti che vi partecipano con diritto di voto (anche se, in questo caso, si tratta di una prassi consolidata, non di una disposizione statuaria). E' questo uno degli aspetti che delinea, meglio di altri, la struttura aperta del Pr. I meccanismi di formazione delle decisioni congressuali si formano sul principio della democrazia diretta, del rifiuto della delega. Ancora una volta non è una scelta imposta dalle necessità (piccole dimensioni, debolezza organizzativa ecc.) come è provato dal fatto che le altre piccole organizzazioni, Pdup, Ao, Lc, per esempio, muovendo da diversi presupposti politici, hanno rigorosamente mantenuto il principio della delega e della struttura "chiusa" anche in sede congressuale.
I pochi tratti organizzativi richiamati testimoniano a sufficienza della atipicità del Pr: persegue la mobilitazione di massa su obiettivi politici specifici ma è privo di strutture burocratiche mantiene una struttura "aperta" ove strumenti di rappresentanza diretta si mescolano ai meccanismi, più tradizionali, della delega politica, ( mescolanza, come vedremo, omogenea rispetto al tipo di azione politica sviluppata) e legami verticali "deboli" come conseguenza della sua struttura federativa e decentrata.
Tutti i caratteri organizzativi del Pr stanno ad indicare il tentativo di costruire un veicolo omogeneo rispetto ad un progetto politico di socialismo libertario, fondato sul rifiuto del professionismo burocratico e della centralizzazione (che, del primo, è la probabile se non inevitabile conseguenza), sullo sviluppo autonomo delle associazioni locali, sul rifiuto della delega in tutti i casi ove questo è possibile. Si tratta, quindi, dal punto di vista della "struttura normativa", di un esperimento politico nuovo poiché strutture decentrate e federative hanno fino ad oggi contraddistinto sopratutto i partiti di notabili orientati alla difesa dello status quo e solo raramente i partiti innovatori o modernizzati.
Ma naturalmente esiste sempre una sfasatura fra la "costituzione formale" e la "costituzione materiale", fra le norme e le strutture di potere effettive. Le strutture reali di un partito, infatti, dipendono, oltre che dalle norme, dalle costruzioni dell'ambiente sociale e politico in cui il partito opera. Va notato che la distanza, o sfasatura, fra le norme e le strutture reali non è un dato fisso e immutabile; la sua ampiezza è una "variabile" e, date certe condizioni, è possibile ridurla fino ad ottenere, se non una perfetta coincidenza, almeno un notevole avvicinamento fra i comportamenti previsti dalle norme e i comportamenti effettivi. Questa osservazione è importante perché nel caso del Pr, come in molti altri casi, è facile rilevare una difformità fra la struttura normativa e l'effettiva distribuzione del potere decisionale.
Anche dopo il 1967 (quando, al Congresso di Bologna, venne approvato lo Statuto in vigore e fino a tempi recentissimi, il Pr ha mantenuto una scarsa consistenza e una presenza politica non omogeneamente distribuita sul territorio nazionale. Lo squilibrio
nella distribuzione geografica, la relativamente massiccia presenza nella Capitale e la debolezza organizzativa delle altre
associazioni (con l'eccezione di Milano dal 1972 e di poche altre sedi) hanno avuto conseguenze negative sul funzionamento interno della organizzazione. Da qui certe tendenze, rimproverate, di solito, al gruppo dirigente "romano", ma imputabili, più probabilmente, alla debolezza del partito nelle altre zone, alla gestione centralizzata delle campagne di risonanza nazionale; da qui la "discontinuità" nelle comunicazioni interne; da qui, infine, il carattere "carismatico", o supposto tale, della "leadership" radicale.
Dagli inizi degli anni settanta - quando cominciano a consolidarsi le prime realtà periferiche - e prima della più recente crescita organizzativa che sembra avere oggi se non eliminato, certo affievolito lo squilibrio fra vertice e periferia (ma ancora moltissimo resta da fare), la "costituzione materiale" del Pr era tale che, per debolezza organizzativa, il massimo del potere decisionale si concentrava al "centro" (nel gruppo dirigente "storico") anche se questa tendenza obiettiva era contrastata parzialmente dai meccanismi di tutela della democrazia di base predisposti dallo Statuto del '67.
E' noto che le grandi organizzazioni complesse, la tendenza alla burocratizzazione e la scarsa partecipazione di base, provocano generalmente una spinta pressoché inarrestabile alla costituzione di oligarchie di vertice che annullano la democrazia interna. (16)
In una piccola organizzazione, priva di "diaframmi" burocratici, la democrazia interna può avere ugualmente, ma per motivi opposti, una vita difficile. Si tratta però in molti casi di un "effetto ottico": il gruppo dirigente ha effettivamente un potere decisionale sproporzionato rispetto alla periferia del partito (come nella grande organizzazione) ma semplicemente perché quest'ultima è troppo debole e disorganizzata. Sembrano esistere delle "soglie" organizzative "al di sopra" e "al di sotto" delle quali la democrazia interna non può essere resa pienamente funzionante. A una struttura organizzativa "debole" corrisponde necessariamente un centro "forte" (perché la periferia è disorganizzata e politicamente fragile, le comunicazioni interne sono difficili ecc.).
Quando, in una fase successiva, migliora lo stato organizzativo del partito si accrescono le possibilità del dibattito interno, aumenta la partecipazione della base al processo decisionale. Al di là di una certa soglia organizzativa, infine, ogni ulteriore crescita si traduce in "burocratizzazione", la democrazia interna è di nuovo soffocata, le tendenze oligarchiche riprendono il sopravvento.
Tutti i dati a disposizione sembrano indicare che il Pr è entrato, di recente, in una fase di crescita che, se la ipotesi prospettata è corretta, dovrebbe sostanzialmente rafforzare la democrazia interna. Questo significa che il nuovo stato organizzativo del partito dovrebbe consentire un maggiore adeguamento della vita interna alle "norme statutarie" ma anche che un diverso "modus vivendi" dovrà probabilmente instaurarsi nel rapporto fra vertice e base del partito con le probabili, se non inevitabili tensioni e conflitti interni dei momenti di transizione.
Tanto minore è la forza della sua organizzazione tanto più le "chances" di successo di un partito dipendono della "qualità della leadership". "Carisma", come è noto, è un termine entrato ormai nell'uso comune e utilizzato, per lo più a sproposito, per indicare qualsiasi "leader" di successo dotato di "charme". Nella letteratura sociologica, da Weber in poi, indica invece una relazione psicologica fondata sull'attribuzione al leader da parte dei seguaci di "qualità eroiche". (17)
Ma al di là del fatto che il "carisma" è un fenomeno di difficilissima individuazione empirica, (18) resta che le capacità di "conversione-mobilitazione" della "leadership" supposta carismatica non possono in nessun caso essere sopravvalutate. E' stato osservato acutamente che "... a meno di non credere nel miracolo di un'origine assoluta (come porterebbe a fare la teoria weberiana del carisma) bisogna porre che il profeta che riesce è quello che formula a uso dei gruppi o delle classi alle quali si rivolge un messaggio che le condizioni oggettive determinanti gli interessi, materiali e simbolici, di questi gruppi o classi li predisponevano ad ascoltare e a intendere. Altrimenti detto, bisogna invertire la relazione apparente tra la profezia e la sua udienza; il profeta religioso o politico predica sempre a dei convertiti e segue i suoi discepoli almeno tanto quanto i suoi discepoli lo seguono, poiché i soli ad ascoltare e a intendere le sue lezioni sono quelli che, per tutto ciò che essi sono, gli hanno oggettivamente dato mandato di far loro la lezione". (19)
Il rapporto leader-seguaci è, anche in quei casi in cui l'apparenza indica la presenza del carisma nel senso weberiano, molto più plausibilmente, di tipo "transitivo". L'adesione alla "leadership" si fonda su basi "razionali", non emotive (non nel senso che queste manchino del tutto, ma nel senso che non rappresentano che molto raramente il fondamento principale della "leadership"). Ciò significa che : "In una prospettiva in termini di transizione, coloro che seguono il "leader" fanno coscientemente un bilancio dei costi e delle ricompense tra un certo numero di opzioni percepite, e di conseguenza si conformano a quelle iniziative del "leader" che offrono i maggiori vantaggi". (20) Naturalmente, in una piccola organizzazione, priva di controllo su risorse materiali, l'adesione alla "leadership", sarà collegata esclusivamente al soddisfacimento di benefici e alla distribuzione di ricompense simboliche.
Tuttavia, poiché qualsiasi gruppo politico richiede, sia per difendere la propria "identità", sia per operare efficacemente sull'ambiente esterno, un coinvolgimento dei seguaci, quando manca o è comunque insufficiente la rete dei legami organizzativi interni, è più probabile la presenza di tratti carismatici della "leadership" - riflesso del maggiore attivismo del vertice - che hanno la funzione di colmare il "vuoto" organizzativo e di impedire la disgregazione del gruppo. In ogni caso, le componenti carismatiche appariranno più visibili che non nelle grandi organizzazioni burocratiche. (21)
3. "Aggregazioni degli interessi, controllo sociale e movimenti spontanei"
La collocazione di un partito all'interno di un sistema politico, oltre che dalle scelte del suo gruppo dirigente, dalle costrizioni ambientali e dalle caratteristiche organizzative, dipende dal rapporto specifico che il partito intrattiene con la società esterna. Ritorniamo per un momento alla distinzione precedentemente introdotta, fra partito e gruppo di pressione. Il primo di distingue dal secondo, abbiamo detto, per la diversa natura della domanda politica che organizza, "generale" l'uno, "particolare" l'altro. Ciò significa che, nella maggioranza dei casi, il partito "aggrega" le domande "particolari" dei diversi gruppi sociali, svolge cioè un'opera di "mediazione" fra domande diverse e, a volte, anche divergenti inquadrandole in un programma politico generale. Che questa sia la principale funzione dei partiti è provato, "a contrario", dagli effetti disgregativi che si producono nel sistema politico quando i partiti perdono la capacità di aggregare la domanda e diventano portatori di interessi settoriali o particolari. (22) Dire che il partito aggrega la domanda politica significa che esso svolge una attività di mediazione fra la società civile e gli apparati decisionali dello Stato: il partito raccoglie molteplici domande, ne respinge altre, facilita o blocca l'accesso ai canali politici di altre domande. La società politica (l'insieme dei partiti e dei gruppi di interesse), a un tempo sede privilegiata della lotta per il potere e della contrattazione fra rappresentanti di domande sociali differenziate, opera come un "diaframma" fra società civile e Stato, con una azione di filtraggio e di selezione.
La principale differenza fra il Pr e gli altri partiti sembra consistere in questo: il Pr traduce "direttamente" in azione politica, senza un previo processo di aggregazione e di mediazione, le specifiche domande dei settori della società di cui si pone portavoce.
Chiariamo meglio questo aspetto. Ogni partito politico ha una molteplicità di legami e di canali di collegamento con la società. Il Partito Comunista, ad esempio, è sicuramente il principale rappresentante politico, nella società italiana, dei lavoratori dell'industria ma esprime anche le aspirazioni e gli interessi di frange consistenti di ceto medio, è collegato, attraverso le sue organizzazioni collaterali, all'elettorato giovanile, alle donne ecc. Queste diverse frange e settori sono portatori di domande politiche specifiche, spesso (e sempre più, man mano che si allarga l'insediamento sociale del partito) in contrasto fra loro e, a volte, in contrasto con la stessa strategia scelta dal gruppo dirigente. L'opera del partito si esplica così in buona parte in una mediazione che ha lo scopo di incanalare le diverse domande verso obiettivi politici unitari. (23) Al suo vertice si verificano quindi contrattazioni (compromessi) fra linee politiche spesso divergenti. Il caso dell'aborto è , da questo punto di vista, esemplare. La strategia del compromesso storico impone, di per sé, di evitare lo scontro con la Dc e con la Chiesa. D'altra parte, il partito subisce la pressione della donne comuniste oltre che dell'opinione pubblica progressista che chiede la liberalizzazione dell'aborto. Da qui il tentativo costante di compromesso con il Vaticano e la Dc da una parte, con i settori abortisti del partito dall'altra, e quindi l'oscillazione fra posizioni sensibilmente più avanzate e posizioni più arretrate, oscillazione che non è il prodotto di incertezze o di insufficienze soggettive del gruppo dirigente ma è invece il prodotto di una contraddizione strutturale.
In questa stessa chiave può ancora essere letto l'atteggiamento oscillante fra chiusura (le accuse di "fascismo" al movimento degli studenti) e i tentativi di parziale recezione della domanda e di raccolta nell'alveo della propria strategia politica delle "minoranze intense", cioè quel particolare rapporto di "mediazione istituzionale" che il Pci intrattiene con le avanguardie sociali. (24) Da quanto detto, deriva che il partito politico, anche d'opposizione, nella società contemporanea, è sempre, ad un tempo, una "struttura di rappresentanza" e una "struttura di controllo sociale". Espressioni come "aggregazione degli interessi" o "mediazione istituzionale" stanno a indicare questa costante, ambivalenza del rapporto fra partito e società civile.
Il Partito Radicale sembra differenziarsi proprio in questo: che assume la rappresentanza degli interessi (bisogni) di settori della società civile ma non esercita alcuna forma di controllo su di essi, non aggrega la domanda, la raccoglie e la propone direttamente alla società politica. Questa sembra la conseguenza del particolare rapporto che il Pr intrattiene con i movimenti collettivi. La sua struttura decentrata e federativa consente questo rapporto. Più ancora, lo consente il legame istituzionale fra "partito, movimenti federati" e "movimenti collettivi". Il Pr si trova infatti al centro di un rapporto complesso con la società civile che gli consente di ricevere, senza mediazioni burocratiche, le domande dei movimenti collettivi. I movimenti federati al Pr e gli altri gruppi politici che a questo partito fanno riferimento mantengono un legame privilegiato - anche se non tutti con la stessa forza e intensità - con i movimenti collettivi (con le lotte dei soldati, delle donne, delle minoranze etniche e sessuali, con le varie forme di emarginazioni e di esclusione). La sintonia del Pr con questi movimenti federati (Movimento di Liberazione della Donna, Lega degli obiettori di Coscienza, Fuori ecc.) radicati a loro volta nei diversi movimenti di contestazione. (25) Ciò spiega anche, in parte, la capacità del Pr di anticipare, nella sue azioni politiche, i temi che, di lì a poco, diventeranno obiettivi di movimenti di massa: la lotta antimilitarista che precede la contestazione nelle caserme nelle sue forme più generalizzate, la battaglia per l'aborto impostata "prima" che divenisse il fulcro della lotta e della crescita del movimento femminista. Certo, in politica la capacità di anticipare i problemi, implica anche doti di intuizione, rimanda quindi alle capacità politiche dei "leaders", cioè a un elemento squisitamente "soggettivo". Tuttavia, la principale causa sembra essere, verosimilmente, di ordine strutturale (oggettivo). Visivamente, il rapporto sopra descritto può essere rappresentato come a pag. 305.
Da questo particolare rapporto discendono poi rilevanti conseguenze: il Pr mantiene i caratteri di un partito politico anomalo, a metà strada fra il partito vero e proprio, da cui lo separa l'assenza di strutture di controllo sociale e di ricomposizione unitaria (aggregazione) delle diverse domande politiche, e il "movimento politico di contestazione" con cui ha in comune un legame non mediato burocraticamente con la società civile.
Questo particolare rapporto si riflette nell'azione politica caratteristica di questa formazione che si risolve nella costante "violazione" delle "regole del gioco" della competizione politica cui sottostanno gli altri partiti. Non aggregando la domanda ma facendola rimbalzare, e talvolta innescandola direttamente nel sistema politico, grazie alla sua particolare struttura, il Partito Radicale mantiene alla sua azione un carattere di "imprevedibilità" che discende dal fatto che essa si dispiega secondo una logica che non è quella dei rapporti inter-partitici ma delle mutevoli e continue eruzioni di domande sociali di cui sono portatori, con i loro alti e bassi, i movimenti collettivi.
Soprattutto in ciò sembra consistere la differenza fra il Pr e gli altri partiti: quali che siano (di conservazione o di mutamento) i loro obiettivi, i pertiti puntano sempre, per definizione, ad esercitare una "egemonia" sulla società civile, alla direzione unitaria dei settori che organizzano e/o rappresentano. il progetto politico del Pr, quale appare non tanto dalle affermazioni dei radicali, quanto dalle caratteristiche della sua organizzazione, del suo legame con l'ambiente sociale e della sua azione politica, è invece quello si ridare alla società civile un'espressione politica autonoma, facendo "saltare" almeno in parte la mediazione della società politica: è l'autonoma espressione dei processi sociali, al di fuori e spesso contro la società politica, come dimostra la scelta dei referendum come strumento privilegiato di lotta, l'obiettivo principale del Pr. (26)
Cercheremo di valutare, in sede di conclusioni, le implicazioni e anche alcuni nodi irrisolti di questo progetto. Per ora osserviamo che esso appare comunque una risposta ai mutamenti sociali e politici in corso. Ma per capire questo aspetto è necessario collocarsi a un diverso livello di analisi, occorre disporre di alcune ipotesi interpretative attendibili sul funzionamento dei sistemi politici tardocapitalistici e di quello italiano in particolare.
DALLA SOCIETA' CORPORATIVA AI MOVIMENTI COLLETTIVI: NATURA E RUOLO DEL PARTITO RADICALE (2a parte)
4. "Sistema politico e società corporativa"
Organizzazione interna e insediamento sociale sono più un effetto (sia pure con una certa capacità di retroazione) che una causa del ruolo di una formazione politica in un sistema sociale. Questo è vero per i grandi partiti di integrazione come per i piccoli partiti di apparato. E' vero anche per il Partito Radicale. Né la natura della domanda sociale che questa formazione politica organizza né le caratteristiche della sua azione politica appaiono comprensibili se non nel quadro di una analisi - che qui può essere solo abbozzata - sulle condizioni generali che accomunano le società tardocapitalistiche e sulle condizioni specifiche che contraddistinguono il sistema politico italiano.
La società tardocapitalistica è una società "regolata dallo Stato". (27) Caduta l'antica "separatezza" fra società civile e Stato, la tendenza è all'interpretazione sempre più stretta fra le due sfere. La "regolazione statuale globale dei processi vitali della società" (28) produce la politicizzazione di tutti i rapporti sociali. il conflitto di classe che aveva il suo epicentro nell'industria è ancora importante, ma nuovi conflitti esplodono e si diffondono a macchia d'olio in tutti i settori del sistema sociale. Il ceto politico, i centri decisionali statali, gli apparati ideologici di controllo sono la controparte dei nuovi conflitti. Come ha scritto tempo addietro un sociologo che, fra i primi, ha avvertito il senso dei nuovi sviluppi: "il nostro passato economico e sociale è stato dominato dallo scontro centrale tra l'industria e il sindacato; oggi i due avversari continuano a opporsi ma la loro lotta non investe più tutti i livelli della vita sociale; si colloca agli scalini intermedi, cosa che lascia loro un'importanza considerevole. Ma bisogna riconoscere che comanda meno direttamente e meno completamente di prima la politica economica e sociale della società così come la vita privata dei lavoratori". (29)
L'intervento dello Stato nell'economia apre la strada a mutamenti interni alla classe dirigente (crescita della borghesia di Stato, rafforzamento del potere della classe politica che controlla gli apparati di Stato ecc.) e modificazioni in tutto il blocco sociale che questa classe organizza. Solo in un'ottica ottocentesca, incapace di cogliere i cambiamenti, lo Stato può essere concettualizzato come "sovrastruttura" rispetto ai rapporti di classe. Nella società contemporanea, invece, lo Stato è, adattando una espressione althusseriana, il "luogo di condensazione" delle relazioni di potere della società.
Il mutato rapporto, rispetto all'epoca del capitalismo liberale, fra società civile e Stato, ha provocato quindi mutamenti nella fisionomia interna della classi superiori e subordinate e spostato dalla fabbrica alla società intera l'epicentro dei conflitti di classe. L'avvenuta istituzionalizzazione dei conflitti industriali comporta un aumento del peso politico del sindacato operaio ma, contemporaneamente, lo coinvolge nella contrattazione politica, lo trasforma da originaria espressione organizzata di un movimento sociale di contestazione, in gruppo di interesse fra gli altri, con funzioni di rappresentanza e di controllo sociale. (30)
La società politica, il sistema dei partiti e dei gruppi di pressione, struttura intermedia fra società civile e Stato, da strumento di mediazioni fra un ristretto "pubblico" borghese e le istituzioni statali, si trasforma in un "mercato politico", sede dello scambio e della contrattazione collettiva fra i rappresentanti dei molteplici gruppi sociali in cui si articola la struttura "pluralistica" della società. La "mediazione" fra una pluralità di interessi si svolge tanto all'interno dei singoli partiti tanto nei rapporti inter-partitici e fra i partiti e i gruppi di pressione. La "teoria economica" della democrazia (da Joseph Schumpeter a Robert Dahl) (31) ha, da tempo, indicato con precisione questo fenomeno. Naturalmente, l'immagine del "mercato" per indicare il funzionamento reale del sistema politico, non deve essere intesa nel senso che tutti i gruppi sociali che partecipano al "gioco politico" hanno le stesse "chances" iniziali di successo (di uscire cioè con posizioni vantaggiose dalla contrattazione). Il sistema è squilibrato a favore della classe dirigente - che controlla i processi di accumulazione e di impiego del surplus - e che, per definizione, non esce "mai" perdente alla distanza nel processo politico (anche, se può, naturalmente, risultare svantaggiata in singole contrattazioni). (32)
La contrattazione continua fra interessi settoriali che hanno per posta provvedimenti amministrativi dotati di autorità, come principale attività del sistema politico, giustifica che si parli di un ormai consolidato "neo-corporativismo" come tratto politico dominante della società occidentali. (33)
L'affermazione di interessi "di categoria", cioè corporativi, entro il sistema politico è direttamente proporzionale alla caduta di tensione ideologica, di tensione verso i fini-ultimi, non negoziabili, di riorganizzazione della società. I partiti perdono la "capacità di riforma", la capacità di lottare per fini generali, si trasformano in strumenti di mediazione fra interessi settoriali.
Questo sistema politico produce esclusione e emarginazione. Infatti, vengono valorizzati politicamente soltanto gli interessi delle categorie che hanno, nella espressione di Weber, una "capacità monopolistica sul mercato", (34) che possono scambiare prestazioni rilevanti per il sistema nel suo complesso con interventi statali. L'accesso al mercato politico è, per contro, precluso a chi manca di "capacità di contrattazione" (i carcerati, le casalinghe, i pensionati, i disoccupati ecc, ma anche i settori più deboli, "periferici", della stessa classe operaia), tutti i gruppi o le quasi-classi i cui bisogni non possono essere soddisfatti in forma compatibile con la perpetuazione e la riproduzione del sistema sociale: "... dal punto di vista della stabilità politica in sistemi avanzati di capitalismo regolato statualmente, il problema non è tanto quello del privilegio politico di una minoranza dominante anche economicamente... quanto della garanzia di escludere e reprimere articolazioni di bisogni che possono pregiudicare il sistema; il filtro e il controllo del processo di formazione della volontà non avviene più tramite diritti positivi associati a determinate categorie di persone, ma tramite meccanismi disciplinatori incorporati nelle istituzioni dell'articolazione politica dei bisogni". (35)
Il partito politico è, in questo sistema, come abbiamo già visto, una struttura di rappresentanza (di interessi settoriali che vengono difesi e tutelati nell'arena politica) e una struttura di controllo sociale che deve "filtrare" le domande politiche escludendo sistematicamente dal mercato la rappresentanza dei "bisogni" che il sistema non può soddisfare se non sperimentando mutamenti radicali. Questa esclusione si esercita in due modi: "direttamente", sopprimendo le domande delle categorie sociali prive di potere di contrattazione, "indirettamente" bloccando o rendendo difficoltoso l'ingresso nel sistema politico di nuove formazioni che potrebbero farsi carico di quelle domande (violando così le "regole" consolidate del gioco politico). Per conseguenza il sistema politico "... porta chiaramente tratti monopolistici, in quanto viene ostacolato l'accesso al mercato a gruppi concorrenti e viene esteso l'ambito del potere amministrativo in comune". (36)
Il finanziamento pubblico dei partiti è un indicatore eloquente della loro avvenuta mutazione da organizzazioni "private" per il raggiungimento di fini collettivi a strutture "pubbliche" di controllo sociale con un comune interesse al mantenimento di una posizione di privilegio quale è quella propria di un mercato (politico) oligopolistico.
Il quadro complessivo può essere riassunto ancora una volta con le parole di Offe: "Il sistema pluralistico di interessi organizzati esclude dal processo politico di formazione della volontà tutte le articolazioni dei bisogni che sono generali e non legate a gruppi di status; che non sono capaci di produrre conflitti, poiché non hanno un significato funzionale per il processo di valorizzazione del capitale e della forza-lavoro, e trascendono in quanto utopici i limiti storici del sistema, non attenendosi senz'altro alle norme della prudenza pragmatica nelle trattative". (37)
Due tendenze opposte si affermano a questo punto. La prima è la "spoliticizzazione" della domanda che trova accesso al sistema politico: la richiesta di benefici settoriali soffoca la proposta politica di mutamento generale. E poiché ogni nuovo processo sociale produce razionalizzazioni che tendono a legittimarlo, muta, con l'avvento della "società regolata" il concetto stesso di "democrazia": da insieme di condizioni e di procedure politiche che devono favorire il processo di auto-emancipazione della collettività e di espansione della sfere di libertà (38) a "tecnica di governo", strumento della contrattazione fra interessi settoriali e di risoluzione dei conflitti sociali. (E' la differenza che corre, per intenderci, fra la teoria democratica classica di J.J. Rousseau e la teoria dell'"elitismo democratico" di Joseph Schumpeter).
La seconda tendenza è quella all'esplosione di movimenti collettivi spontanei, come prodotto della "politicizzazione" di tutti i rapporti sociali (familiari, sessuali ecc.). Spoliticizzazione dei rapporti interni alla società politica e politicizzazione dei rapporti sociali sono le due facce della stessa medaglia. La crisi che investe il sistema sociale per effetto di queste opposte tendenze si risolve, come ha notato Habermas, (39) in un "deficit" permanente di legittimazione del sistema politico.
Il movimento collettivo, che con la sua stessa esistenza comporta il sorgere di una crisi di legittimità per il potere politico, implica una riappropriazione di "capacità ideologica", della capacità di lottare per fini non negoziabili perduta dal sistema politico. La sua esplosione è conseguenza dello "sbarramento" che il sistema politico opera nei confronti delle domande non-negoziabili di mutamento. L'andamento della crisi politica che segue l'esplosione di un movimento collettivo dipende poi tanto dalla logica interna di espansione del movimento (il ciclo nascita-espansione-decadenza) (40) quanto dalla capacità dei partiti di "riassorbire" la spinta eversiva dei movimenti collettivi trasformando la domanda ideologica e frantumandola in un insieme di domande negoziabili sul mercato.
C'è da aggiungere che la crisi della formazione sociale descritta per grandi linee non è soltanto prodotta dalla incapacità del sistema politico di rispondere ai bisogni emergenti (crisi di legittimità). E' anche il frutto della gestione inefficiente delle risorse - spreco "programmato", (41) "crisi fiscale", (42) "feudalizzazione" dell'economia (43) che questo sistema di organizzazione della società comporta (crisi di rendimento).
Se le rapide osservazioni precedenti consentono di mettere a fuoco alcune tendenze di fondo che paiono accomunare le società occidentali contemporanee, è però chiaro che ogni singolo sistema sociale presenta caratteristiche specifiche che lo differenziano da tutti gli altri. In Italia, alcuni "trends" si sono manifestati con particolare forza, altri invece non hanno operato affatto, altri ancora hanno operato ma molto più debolmente.
La presenza di un partito predominante nel sistema politico e il "congelamento" trentennale all'opposizione del Partito Comunista hanno determinato, rispetto al quadro generale precedente, alcune varianti che vanno attentamente considerate:
l'assenza di un "compromesso di classe" (socialdemocrazia) quale si è invece, da tempo, realizzato in quei paesi più presenti all'attenzione degli studiosi della formazione sociale tardocapitalistica, con la conseguente mancanza di strutture produttive che di sviluppi del tipo "welfare state"; (44)
una maggiore propensione al compromesso fra le "élites" in parte, per lungo tempo come conseguenza del basso livello di competitività interna al sistema politico (per l'esclusione permanente di una frazione rilevante della classe politica dai ruoli di governo) in parte come riconferma di alcune costanti della storia politica italiana (trasformismo); (45) una più difficile "lettura" del funzionamento del sistema politico italiano rispetto ad altri sistemi, perché questo "sistema" politico presenta contemporaneamente, e a forti tinte, i tratti del "mercato" precedentemente descritto (46) e, tuttavia, contiene più di altri potenzialità di mutamento politico generale.
Il funzionamento "contraddittorio" del sistema politico italiano comporta, per un verso, un ruolo più "espressivo" e meno "strumentale" dell'ideologia: la frammentazione ideologica, la presenza di subculture politiche radicate, hanno impedito la riduzione del sistema politico a puro e semplice mercato, a luogo di scambio fra interessi settoriali. Questo perché la subcultura socialista e il suo polo aggregante, il Pci, hanno per lungo tempo organizzato, oltre che una domanda "particolare", anche e soprattutto, una domanda "generale" di mutamento, cioè quella specifica domanda politica che sottintende un processo di scambio fra rappresentanti e rappresentati che "... si verifica con un minimo di negoziazione e con un massimo di identificazione ai fini generali del soggetto collettivo partito". (47) Per un altro verso, però, il basso grado di competitività del sistema ha agito come controtendenza allargando a dismisura la contrattazione e lo scambio in nome di interessi settoriali nell'area di governo, annullando la capacità di riforma (crisi di rendimento e di legittimità) del sistema politico. La stessa opposizione non è stata immune dal coinvolgimento nel processo di scambio (come dimostrano le ricerche sul comportamento parlamentare) (48) in parte sicuramente perché questo è stato per lungo tempo: "... uno dei pochi modi che ha l'opposizione di mantenere rapporti concreti con la domanda, seppur particolaristica, esistente nel paese, e non essere ridotto al dibattito intellettuale d'opinione privo di effetti", (49) ma in parte anche nel quadro di una strategia di avvicinamento all'area di governo e di legittimazione interna e internazionale (svolta di Salerno/compromesso storico) che, secondo tradizioni consolidate dell'opposizione politica in Italia, privilegia l'accordo e il compromesso rispetto allo scontro e al conflitto. Tra opposizione e compromesso, quindi, si sviluppa, nel periodo della stabilità del corpo elettorale (1948-1972), quell'"integrazione negativa" di cui si è parlato per definire il rapporto fra Pci e sistema politico. (50)
Da qui, quella caratteristica ambivalenza del sistema politico italiano che ne fa un mercato di interessi settoriali (neo-corporativismo) come e anche più di altri sistemi politici e contemporaneamente, meno "chiuso" all'irruzione della domanda "generale", non negoziabile.
La presenza di un partito predominante rafforza alcune tendenze di fondo che operano in tutti i sistemi occidentali ma con caratteristiche specifiche. Qui l'"occupazione dello Stato" da parte della classe politica di governo e l'espansione dello Stato nell'economia procedono più speditamente che altrove, ma non come conseguenza dello sviluppo di un "welfare state" (sviluppo che non c'è stato), come conseguenza invece dello stallo elettorale, della "inamovibilità" dai ruoli di governo del partito di maggioranza. Il sottogoverno, la possibilità di dispensare "posti" e "sinecure" come "misura" della forza politica, il clientelismo come metodo di governo si saldano alla tendenza - generale - all'interpenetrazione fra Stato e società civile, ma con esiti diversi rispetto agli altri sistemi occidentali. La classe politica di governo acquista maggiore forza rispetto a quei sistemi politici nei quali prevale l'"alternanza" (o l'"aspettativa" dell'alternanza). (51)
I movimenti collettivi esplodono con maggiore forza e tenacia in Italia rispetto ad altri sistemi sociali occidentali. Non solo perché il sistema dei partiti funziona escludendo alcuni bisogni dalla sfera politica. Questo è infatti vero per l'Italia come per tutti gli altri sistemi politici. Non ne consegue che ovunque i movimenti collettivi siano altrettanto forti e vitali. La completa chiusura del sistema politico alle domande non-negoziabili produce apatia, non rivolta, incapacità di relazione, non contestazione.
Piuttosto, sembra essere il funzionamento contraddittorio del sistema politico la causa principale della forza dei movimenti collettivi "esterni" al sistema politico in Italia, il suo essere a un tempo mercato di domande spoliticizzate, bloccato e privo di capacità riformatrice e, contemporaneamente, non totalmente chiuso alla domanda di mutamento, con possibilità represse, "latenti" ma comunque presenti, di mutamento generale. (52)
I movimenti collettivi, che sorgono periodicamente nella società italiana dal '68 in poi, si caratterizzano certamente "per il rifiuto della contrattualità e la riappropriazione dell'ideologia", e sono sicuramente collegati "... all'uso mancato (o sbagliato) di risorse istituzionali e alla sclerosi dei rapporti di rappresentanza". (53) Essi nascono certamente anche dall'imperfetto funzionamento della democrazia rappresentativa intesa come strumento di istituzionalizzazione dei conflitti sociali (che presuppone, per dispiegare completamente i suoi effetti "pacificatori" una periodica alternanza nei ruoli di governo). (54) Ma sono anche, e forse e soprattutto, collegati a quelle potenzialità di mutamento, che esistono nel sistema politico e che l'opposizione di sinistra, ricercando l'accordo con il blocco di potere dominante, o con alcuni suoi settori, non riesce ad esprimere.
La tendenza al compromesso, all'accorso fra le élites politiche - con il suo inevitabile corollario socio-economico, il corporativismo - non si esauriscono con le elezioni del 20 giugno 1976, con quella che nel linguaggio politico è stata definita "la fine della centralità democristiana" e che in sostanza significa il passaggio da un sistema a partito predominante a una nuova configurazione politica in cui il sistema "... non funziona come bipartito ma come un sistema con "due" partiti "dominanti e convergenti"". (55) L'aspetto della convergenza è essenziale. Infatti, con i nuovi rapporti di forza "ci sono ragioni intrinsecamente politiche (relative al sistema politico e dei partiti) che operano per rafforzare la stabilità...". Le ragioni politiche sono state esplicitate dal risultato elettorale.
Si parla giustamente di fine della centralità democristiana. Non solo per aritmetica parlamentare ma soprattutto per la necessità di stabilizzare un quadro politico entro cui possa riprendere l'accumulazione e ricostruirsi un blocco sociale: tale centralità può essere sostituita, "all'interno dei vincoli del sistema", solo da convergenze tra Pci e Dc. La convergenza è un surrogato di una "centralità scomparsa". (56) Altrimenti detto, la "polarizzazione" sperimentata dal sistema politico italiano non ha comportato una "radicalizzazione" del confronto politico. (57) Anzi ha imposto un allargamento dell'area della contrattazione (governo delle astensioni) e, ciò che forse ancora più conta, una maggiore "visibilità" dello scambio e delle caratteristiche del sistema dei partiti come "mercato politico".
Esistono contemporaneamente potenti forze sociali che tendono a destabilizzare il quadro politico, espressioni tanto di contraddizioni specifiche (ad esempio, la frattura fra mercato del lavoro e istituzioni scolastiche) (58) quanto dei bisogni dei gruppi sociali "deboli", politicamente emarginati o in via di emarginazione. L'esclusione non produce apatia ma rivolta, si è detto. E la contestazione di Lama all'Università di Roma è stata letta, simbolicamente, come la rivolta dei marginali e degli esclusi contro gli occupati della industria sindacalmente protetti, confermando anche per l'Italia, almeno come linea di tendenza, il giudizio prima richiamato sul mutato ruolo del sindacato nei sistemi politici occidentali.
Ricapitolando il sistema politico italiano presenta, esasperati, molti tratti "idealtipici" dei sistemi tardocapitalistici, ma con alcune significative differenze di fondo. Ai fini del nostro discorso appaiono rilevanti soprattutto due caratteristiche specifiche di questo sistema:
1) la non completa riduzione del sistema politico a mercato, secondo la formulazione della teoria economica della democrazia, e tuttavia una forte tendenza verso il neo-corporativismo facilitata, non scoraggiata, dalle scelte strategiche delle élites politiche di opposizione;
2) la presenza di movimenti collettivi che operano con più forza che altrove, esplodendo continuamente nei diversi punti del sistema sociale. Sembra, sotto questo profilo, adattarsi soprattutto all'Italia il giudizio di Touraine secondo cui: "Benché i movimenti di base e l'appello alla spontaneità vangano da altre cause e possano essere per questa ragione fenomeni di breve durata, essi sembrano rappresentare uno dei segni di una trasformazione più durevole: il riavvicinamento tra la base sociale di un'azione collettiva e i suoi mezzi di azione a livello societale. ... Questa situazione, che mette faccia a faccia il potere centrale e il movimento di base, non comporta in se stessa un indebolimento o un rafforzamento del sistema politico. E' importante in sé perché indica l'apparizione generalizzata di movimenti sociali che non prendono forma a livello di una collettività politica, ma a partire dai problemi sociali stessi". (59)
La contraddittorietà del sistema politico italiano fa sì che esista per i movimenti della società civile una "chances" di incidere politicamente che è loro negata nei sistemi politici più chiusi. Ma per esprimersi essi necessitano di strumenti e di canali politici che il sistema dei partiti tradizionali, per la logica della convergenza che presiede al suo funzionamento, deve negare e soffocare.
5. "Dalla contrattazione al conflitto"
Questa lunga digressione era necessaria per valutare, senza eccessive semplificazioni, il ruolo del Partito Radicale nel sistema politico, la natura della domanda sociale che questo partito rappresenta, le ragioni strutturali degli effetti dirompenti che il suo "metodo" di azione politica provoca regolarmente nei rapporti e negli equilibri interpartitici.
A questo punto può forse essere meglio compresa, nelle sue diverse articolazioni, l'azione politica dei radicali, soprattutto il suo carattere, che più colpisce l'osservatore, insieme "legalitario" e "eversivo", il rispetto letterale della Costituzione e, contemporaneamente, i connotati "rivoluzionari" delle iniziative radicali. Si può affermare, in prima istanza, che è lo iato fra la Costituzione (formale) e l'insieme dei poteri di fatto (il "regime", la costituzione materiale) che conferisce questo doppio carattere alle azioni radicali e che consente al Pr di combattere i poteri di fatto in nome delle stesse norme che essi utilizzano a fini di auto-legittimazione. (60)
Il carattere legalitario (il richiamo alla Costituzione) permette di contrapporre la democrazia come partecipazione alla democrazia come tecnica di governo, il potere decisionale del "cittadino" all'egemonia dei partiti. L'azione politica dei radicali è, allo stesso tempo eversiva (rispetto agli equilibri politici) perché:
è deliberata espressione delle domande che il sistema politico non può soddisfare;
introduce elementi di "conflitto" in un sistema dei partiti che tende alla convergenza a all'accordo;
contrappone all'egemonia dei partiti il "risveglio" della società civile, la riappropriazione dal basso (si pensi ai referendum) del potere decisionale contro il potere dei partiti in quanto strumenti di mediazione e di filtro. Il ché spiega la violenta opposizione dei partiti, in quanto strutture che tendono al monopolio assoluto della rappresentanza degli interessi, alla politica radicale e i loro sforzi per impedire una espressione "non mediata" delle domande politiche (ad esempio, i progetti di legge che tendono a rendere impossibile ai piccoli gruppi non sostenuti da potenti e ricche organizzazioni, la raccolta delle firme per indire i referendum).
Nella multiforme attività del Pr tre gruppi principali di azioni politiche sembrano chiaramente distinguibili: un'"attività tradizionale", conforme cioè alle "regole" della democrazia rappresentativa (dalla competizione elettorale all'attività parlamentare); le "azioni dirette nonviolente" (digiuni, auto-denunce, marce di protesta ecc.); "i referendum". L'eterogeneità degli strumenti di lotta politica adottati è il "pendant" della mescolanza, di cui si è detto analizzando l'organizzazione interna, fra democrazia diretta e indiretta, fra spontaneismo e delega politica. (61)
Di queste tre categorie di azione politica, certo l'organizzazione di referendum abrogativi e le azioni dirette sono i più tipici dell'attività radicale. Entrambi si adattano, sono omogenei rispetto a un partito che non aggrega la domanda né "contratta" con le altre formazioni politiche. Referendum e azioni dirette sono cioè la conseguenza del rapporto, già analizzato, fra Pr, società civile e società politica. Si tratta, infatti, in entrambi i casi, di azioni che introducono conflitto nel sistema politico, che non si prestano, costitutivamente, alla contrattazione e sono quindi l'opposto dei meccanismi principali di funzionamento del sistema politico italiano. La scelta di questi strumenti di lotta è la conseguenza della natura "eterodossa" del Partito Radicale.
"L'azione diretta". Si distingue dall'"atto dimostrativo" (ad esempio, i gesti esemplari degli anarchici all'inizio del secolo) che ha funzioni esclusivamente simboliche e di influenza generica sull'opinione pubblica. Consiste in un "braccio di ferro" che viene intrapreso contro un avversario politico identificabile e, per questo, si risolve sempre o in una sconfitta (immediata) o in una vittoria (altrettanto immediata) dell'uno o dell'altro contendente, ha quindi una incidenza diretta sul sistema politico, sposta in un senso o nell'altro i rapporti di forza: "L'azione diretta tende ad ottenere un effetto sul sistema politico. Non è un'azione espressiva, ma strumentale, anche se può avere dimensioni simboliche e espressive. In questo senso l'azione diretta ha sempre una dimensione strategica, implica una scelta dei mezzi e degli interlocutori, un calcolo degli effetti sul pubblico e del rapporto tra costi e benefici dell'azione". (62)
A differenza dell'atto dimostrativo, l'azione diretta non ha come oggetto o destinatario il pubblico, chiama invece il pubblico a proprio sostegno nel conflitto con l'avversario politico. L'azione diretta può essere "violenta" o "nonviolenta". La prima è propria dei gruppi terroristici (ma in questo caso, l'azione diretta mal si distingue dall'atto dimostrativo perché, normalmente, il gruppo terroristico cerca di prevalere indirettamente sui propri avversari, influenzando l'opinione pubblica, provocando mutamenti negli atteggiamenti politici generali). (63)
L'azione diretta nonviolenta (che è, come è noto, la forma adottata dal Partito Radicale) rappresenta, quanto alle origini, una versione "secolarizzata", cioè depurata delle originarie componenti religiose, delle tecniche di lotta sperimentate dal movimento gandhiano e poi riproposte, soprattutto nel contesto statunitense degli anni sessanta, dai movimenti per la pace e dai movimenti per i diritti civili. (64)
E' in sé una forma di lotta che si distingue insieme per la sua "efficacia" (perché obbliga il potere politico al confronto su un terreno scelto dall'avversario) e per il suo "legalitarismo", che, a differenza dell'azione violenta, mobilita a favore ampi settori della collettività mentre tende a neutralizzare, per le caratteristiche intrinseche, le reazioni dei settori contrari agli obiettivi dell'azione. (65) Un digiuno condotto quasi fino alle estreme conseguenze, ad esempio, ha forti probabilità di mettere alle corde l'avversario. Se questi cede mostra la sua debolezza e l'insostenibilità (illegalità) delle sue posizioni precedenti (ad esempio, il rifiuto di consentire alle minoranze l'accesso al mezzo televisivo); se non cede è destinato all'impopolarità a alle reazioni negative della collettività.
Importato nel sistema politico italiano questo metodo di lotta, per le sue caratteristiche intrinseche, può avere effetti dirompenti sugli equilibri politici. Questo aspetto è immediatamente comprensibile se ci serviamo, per descrivere le differenze fra l'azione diretta e le altre forme di lotta politica, del linguaggio della "teoria dei giochi", cioè di una teoria matematica che viene usualmente impiegata per lo studio delle decisioni in situazione di incertezza e delle strategie ottimali per i diversi tipi di decisione. (66) La distinzione principale, all'interno della teoria dei giochi, corre fra i "giochi a somma nulla" ove di "tanto" un giocatore vince, di "altrettanto" il suo avversario perde (e quindi la somma della vincite e delle perdite è uguale a zero) e i "giochi a somma variabile" nei quali tutti i giocatori possono vincere, sia pure in proporzioni appunto "variabili" a seconda dell'andamento del gioco. L'azione diretta è, tipicamente, un "gioco a somma nulla", implica quindi un conflitto, uno scontro frontale fra gli avversari: chi vince vince tutta la posta, chi perde perde tutto. Ma il sistema politico italiano, lo si è visto, si regge su una logica di funzionamento alla quale i "giochi a somma nulla" (gli scontri frontali) sono quasi del tutto estranei. In questo sistema politico prevalgono la contrattazione, lo scambio, le "compensazioni reciproche differite", (67) cioè un processo decisionale fondato sul "do ut des": chi esce relativamente svantaggiato dall'esito di una singola decisione sa di poter contare su "compensazioni" alla decisione successiva. In altre parole, il basso livello di competitività del sistema favorisce i "giochi a somma variabile", i giochi ove la posta si ripartisce fra tutti i giocatori (cioè, fra tutti i giocatori "legittimati" a giocare: ad esempio, "l'arco costituzionale") e il conflitto politico ha come obiettivo di stabilire l'ampiezza delle porzioni della posta che devono spettare a ciascun giocatore.
La logica della convergenza che presiede, per le ragioni viste, al funzionamento del sistema politico favorisce questo meccanismo che postula, per funzionare, un basso livello di conflitto fra i partiti e nel sistema dei partiti, che postula inoltre quella che è stata definita "l'esclusione sistematica della scelta meno favorita", (68) cioè la non-scelta, la "non-decisione" (la tecnica del "rinvio" delle riforme come metodo di governo), sui problemi per i quali l'accordo fra i partiti e i diversi gruppi di pressione non può essere trovato.
L'azione diretta nonviolenta rappresenta l'antitesi di questo meccanismo, reintroduce il conflitto, fa "saltare" la contrattazione. Naturalmente, i suoi elementi di forza sono anche i suoi elementi di debolezza. Infatti, è chiaro dalla descrizione precedente, che l'azione diretta, per avere successo, richiede una presentazione, non distorta delle sue modalità e dei suoi obiettivi, alla collettività da parte dei mezzi di comunicazione di massa, presuppone cioè un'"informazione" estesa. Ecco perché i "media" e il loro atteggiamento rivestono una importanza strategica nelle battaglie dei radicali. Ed ecco perché l'azione diretta, da strumento efficace e potenzialmente invincibile, può trasformarsi rapidamente in un "boomerang" quando i media fanno mancare o distorcono in modo sostanziale l'informazione. (69)
"I referendum". In altri sistemi politici con più alta conflittualità interna il referendum rappresenta nient'altro che uno strumento di democrazia diretta che si affianca, senza troppi traumi, agli strumenti della democrazia rappresentativa. (70) In Italia però, per le stesse ragioni che valgono per le azioni dirette, ha effetti sconvolgenti sul sistema politico. Anche il referendum è un gioco a somma nulla, la maggioranza vince tutto, la minoranza perde tutto. In quei sistemi politici ove i risultati elettorali consentono l'alternanza e la punibilità dei governanti, il referendum non ha caratteristiche dirompenti rispetto agli equilibri politici, perché anche le elezioni hanno il carattere di un gioco a somma nulla. In Italia, il sistema politico "bloccato" non consente di sostituire i governanti né lo consentono le scelte strategiche dell'opposizione di sinistra. In questo sistema politico - almeno nel periodo 1948-1972 - "... le elezioni tendono a diventare celebrazioni della legittimità concessa ai partiti dal popolo sovrano. Si approssimano cioè alla funzione che esse hanno nei regimi a partito unico. In un senso si può dire che, al limite, l'apparato elettorale dei partiti non serve tanto alla lotta dei partiti per estrarre dalla popolazione la prova della legittimità, il riconoscimento del diritto a governare o a stare in Parlamento. Quasi come l'apparato pubblicitario delle imprese in regime oligopolistico non serve loro tanto a competere reciprocamente quanto a condizionare stabilmente un mercato ripartito". (71)
Lo snaturamento dell'originario significato della competizione elettorale in Italia, su cui hanno a lungo scritto studiosi come Alessandro Pizzorno o Giorgio Galli, rende il referendum - strumento, ripeto, del tutto "normale" in altri sistemi politici - una tecnica "sostitutiva", non aggiuntiva, rispetto alle elezioni, perché sblocca un processo decisionale inceppato e reintroduce quel carattere che la logica di funzionamento del sistema politico tende a togliere al confronto elettorale. Mette fine, almeno temporaneamente, ai processi di contrattazione, costringe i pertiti a una inequivocabile "scelta di campo" a favore o contro, senza possibilità di mediazioni, implica che, su ogni singolo problema, si formino delle maggioranze e delle minoranze.
In Italia, quindi, questo metodo di lotta acquista un significato diverso rispetto a quei sistemi caratterizzati da un più alto livello di conflitto interpartitico, ridà peso decisionale a una collettività che non riesce a imporre la propria volontà attraverso le elezioni, diventa uno strumento efficace di democrazia partecipata. Che i suoi effetti siano sconvolgenti per gli equilibri politici è provato dalle conseguenze del referendum sul divorzio del 1974: in un sistema con un basso grado di competitività e caratterizzato dalla netta prevalenza dei "giochi a somma variabile" l'introduzione di un gioco a somma zero fu sicuramente uno dei principali detonatori che provocarono la fine della stabilità trentennale del corpo elettorale (come provarono le seguenti elezioni regionali del 1975 e politiche del 1976).
Al di là degli effetti specifici sul sistema politico italiano, il referendum, ancora più delle azioni dirette, si presta a dare vita concretamente al progetto politico dei radicali che consiste nel ridare poter decisionale alla società civile attribuendo peso politico alle molteplici spinte che si affermano, in modo spesso confuso, attraverso i movimenti di azione collettiva e che si infrangono regolarmente contro le batterie predisposte da un sistema politico incapace di funzionare come motore dello sviluppo politico e del mutamento sociale.
Il Partito Radicale è entrato oggi in una fase di crescita, di consensi ma anche di militanti. Crescono le iscrizioni, si moltiplicano le associazioni locali, con una distribuzione uniforme sul territorio nazionale. Si apre un periodo di transizione con il quale i dirigenti e i militanti di questo partito dovranno dovranno necessariamente fare i conti. Tutto sembra infatti indicare che il Pr sta per essere investito da una "crisi di crescenza". Si presenta, ora per la prima volta nella storia di questa piccola formazione politica, un dilemma sul quale i militanti sembrano divisi: (72) fare fronte alla crescita rafforzando l'organizzazione oppure preservare, sia pure con i necessari adattamenti, il carattere spontaneo del partito.
E' un dilemma tanto più difficile per il Pr quanto più è anomala la sua fisonomia rispetto agli altri partiti. In una formazione tradizionale il problema posto da una improvvisa crescita verrebbe risolto con metodi altrettanto tradizionali, rafforzando l'organizzazione: passata la fase "eroica" si entrerebbe in quella "razionale" della divisione del lavoro politico, del professionismo, della crescita "guidata" dell'organizzazione: per dirla con uno slogan, dalla comunità "carismatica" alla comunità "burocratica". Per un piccolo partito leninista in fase di espansione il problema semplicemente non esiste, il rafforzamento organizzativo, essendo omogeneo rispetto al progetto politico, è di per sé un indice di successo, l'indicazione che si è sulla strada giusta. Ma per il Partito Radicale, se l'analisi fin qui svolta sulla sua natura è corretta, un identico ragionamento non è possibile. Da qui il dilemma: se il Pr sceglie la strada del rafforzamento organizzativo, fa fronte alla crescita dimensionale ma corre il rischio della "burocratizzazione", rafforza i legami organizzativi interni al gruppo ma rischia di perdere i caratteri originali su cui si fonda l'efficacia della sua azione politica; le regole di funzionamento delle organizzazioni possono prendere il sopravvento, può verificarsi il processo ben noto, dal quale lo hanno fin qui protetto le sue minuscole dimensioni e la sua debolezza organizzativa, di "eterogenesi dei fini", il fine della sopravvivenza della organizzazione può soffocare e prevaricare i fini polittici del gruppo. (73) Nel migliore dei casi, il rischio è quello di una trasformazione che può condurre il Pr ad assomigliare sempre più agli altri partiti per almeno due aspetti fondamentali: la nascita e il consolidamento al suo interno di strutture di aggregazione degli interessi e un'azione politica sempre più preoccupata e condizionata dagli equilibri inter-partitici, sempre meno dalle spinte dei movimenti collettivi. Con tutto ciò che un simile sviluppo può comportare: abbandono dei caratteri del movimento politico di contestazione, allentamento dei legami con i movimenti collettivi o sostituzione di un rapporto mediato burocraticamente, spinta progressiva verso l'esercizio di un'egemonia sull'area sociale rappresentata.
Oppure il Pr può scegliere, nonostante la crescita politica e di dimensioni, di mantenere invariate le sue caratteristiche interne, continuando ad affidarsi allo spontaneismo e all'attivismo dei militanti. In questo caso, però, porre il rischio di innescare conflitti politici interni incontrollabili come prodotto di una crescita non guidata e per effetto della crescente eterogeneità interna al gruppo. In questo secondo caso, il pericolo è quello della disgregazione per un aumento di conflittualità interna oltre i limiti tollerabili in un ambiente privo di una forte rete di legami organizzativi.
Quali che saranno le scelte politico-organizzative dei radicali esse presentano quindi la non invidiabile caratteristica di essere al tempo stesso urgenti, non dilazionabili e difficili. Urgenti perché la crescita attuale impone comunque un salto di qualità sul piano organizzativo. E difficili perché la direzione e le modalità ottimali di uno sviluppo della organizzazione richiederebbero, per essere individuate con sufficiente precisione, una più accurata articolazione e specificazione del "progetto politico" radicale. Se l'analisi fin qui svolta è corretta, è possibile dire che, contrariamente a un'opinione molto diffusa, i radicali possiedono un progetto politico generale. Esso consiste, lo si è visto, nel ridare espressione alla società civile a fronte della incapacità di rappresentanza del sistema dei partiti, secondo un modello di democrazia partecipata di cui il funzionamento del sistema politico impedisce l'attuazione.
Per questo non appare valida l'obiezione che a volte viene rivolta ai radicali, quella secondo cui la loro azione politica sottintende il rischio del "populismo", fenomeno politico che spesso si afferma nelle società in via di disgregazione. La categoria "populismo" non appare adeguata a cogliere le peculiarità di questa formazione politica. Il populismo consiste, infatti, in una mobilitazione "dall'alto" di settori, classi o gruppi sociali precedentemente "non" mobilitati. (74) E questo, lo abbiamo visto, non è il caso del rapporto che il Pr intrattiene con la società civile. Qui il legame si instaura con settori "già" mobilitati del sistema sociale, nasce dall'incontro fra un gruppo politico e una molteplicità di movimenti spontanei. E poiché i movimenti spontanei di azione collettiva sembrano destinati a durare come manifestazioni tipiche della società tardocapitalistica, il rischio del populismo è inesistente, anzi questa stessa categoria è inservibile e non soltanto per descrivere l'azione politica radicale. Piuttosto, il Pr, insieme a fenomeni in parte analoghi che cominciano a manifestarsi in altri paesi occidentali, potrebbe rappresentare un primo sintomo di possibili mutamenti e assestamenti di grande portata nella sfera socio-politica e nei rapporti fra società civile e sistema politico, "in primis" l'inizio del declino del fenomeno politico che ha dominato la scena negli ultimi cinquanta anni, il grande partito-mediatore, il partito di integrazione sociale.
Il problema che i radicali devono risolvere è invece un altro: è cioè un maggiore approfondimento del loro progetto politico. Esistono alcuni nodi irrisolti e l'analisi fin qui svolta li ha implicitamente indicati. Il principale è senza dubbio la praticabilità di un progetto di democrazia reale in un sistema industriale avanzato che richiede una gestione tecnicamente sempre più complessa. Sono quelli che, recentemente, Norberto Bobbio, ha indicato come i "paradossi della democrazia" (75) e che investono l'attuabilità di un progetto di socialismo autogestionario in un sistema giunto a uno stadio di sviluppo nel quale la governabilità è sempre più assicurata e dipende da "un sapere tecnico" politicamente valorizzato certo ancora per lungo tempo appannaggio di ristrette élites. (76) Divisione del lavoro, burocratizzazione, tecnicità crescente delle decisioni politiche (si pensi alle scelte macroeconomiche) e , "last but non least", progressiva "de-sovranizzazione" di fatto delle singole società a favore di centri politico-economici transnazionali, sono altrettante sfide che si pongono di fronte alle ipotesi di socialismo libertario e autogestionario.
Sono le sfide con cui deve confrontarsi la sinistra francese o, almeno, la sua ala "autogestionaria". Più modestamente, sono le stesse sfide che il Pr ha di fronte a sé a alle quali deve tentare di dare una risposta per rendere compiutamente credibile e praticabile il suo progetto. Per non essere la riproposizione di una utopia generosa ma "tecnicamente" (per le condizioni obiettive della società industriale avanzata) prima ancora che politicamente, irrealizzabile, l'utopia anarchica, un progetto di socialismo autogestionario, traguardo di una azione politica che contrappone all'egemonia dei partiti la libera espressione della società civile, richiede che si individuino punti di equilibrio che consentano di fare convivere lo sviluppo di comunità locali, geografiche e/o funzionali, autogestite con il coordinamento centrale di una società complessa. (77)
Un progetto di espansione della libertà non può eludere questo punto. Sui modi e le forme della convivenza fra l'associazionismo locale e il sistema sociale complessivo - come ci ha recentemente ricordato il dibattito sul "pluralismo" - (78) esistono, per ora soltanto le risposte del liberalismo e del cattolicesimo militante. E' difficile sostenere che i diversi filoni che collegano al socialismo libertario siano riusciti a dare, fino ad oggi, una risposta compiuta e persuasiva.
Dal modo in cui i radicali sapranno rispondere a questi problemi, da come approfondiranno il loro progetto politico, dipende anche, come si è detto, la direzione in cui potrà essere indirizzata l'attuale crescita del partito al fine di rendere l'organizzazione, quali che siano queste scelte, adeguata rispetto agli obiettivi politici.
I radicali hanno mostrato fino ad oggi capacità di inventiva e fantasia politica che non trovano riscontro nella maggior parte delle formazioni politiche italiane. Una risposta innovativa alle attuali sfide può avere conseguenze non solo sulle fortune di questo piccolo partito (il che è meno importante) ma anche sulle future possibilità degli "esclusi" dal processo politico "normale" di incidere sugli equilibri del sistema politico e della società intera.
1 Cfr. J. La Palombara e M Weiner (a cura di) "Political Parties and Political development", Princeton, University Press, Princeton, 1966.
2 La letteratura sui gruppi di pressione e ampissima. Per un'analisi generale del fenomeno si veda, ad esempio, D. Fisichella (a cura di) "Partiti politici e gruppi di pressione", Il Mulino, Bologna, !972, G. Wootton, "I gruppi di interesse", Il Mulino, Bologna, 1975, G. Pasquino, "I gruppi di pressione, in "Dizionario di Politica", UTET, Torino, 1976.
3 Per un approfondimento e una ridefinizione in chiave sociologica politica dei classici concetti di "società civile", "società politica" e "Stato"si veda P. Farneti, introduzione a P. Farneti (a cura di) "Il sistema politico italiano, Il Mulino, Bologna, pp. 7-60.
4 Sui diversi possibili ruoli della opposizione politica nei sistemi occidentali cf. R. Dahl (a cura di) "Regimes and Oppositions", Yale University Press, New Haven and London 1973 e G. J. Graham, "Consenso e opposizione: una tipologia", "Rivista Italiana di Scienza Politica", I (1871), pp. 93-121.
5 M. Duverger, Party Politics And Pressure Groups, Thomas and Crowell, Co., New York, !972, p. 5.
6 M. Duvenger, "I partiti politici", Comunità, Milano, 1970.
7 Sulle differenze fra movimenti e partiti si veda D. Apter, "A Comparative Method for the Study of Politics, in "The American Journal of Sociology", III (158), pp. 221-237. Sulla genesi e le trasformazioni sperimentate dal Pr cfr. la I parte di questo volume.
8 Gli effetti del "68" sono stati soltanto indiretti sul Pr nel senso che questa formazione politica è, per matrice e ispirazione, di origine completamente diversa dalle formazioni politiche della "nuova sinistra" che nacquero un po' anche sul riflusso della mobilitazione studentesca e operaia della fine degli anni sessanta. E tuttavia, quei movimenti, modificando profondamente il rapporto precedente fra società civile e sistema politico, crearono le pre-condizioni strutturali e culturali del successivo sviluppo della politica radicale. Su questo concordo con l'interpretazione proposta da Francesco Ciafaloni, "Una sinistra liberale figlia del '68", "Argomenti Radicali", II (1977), pp. 113-116.
9 M. Duvenger, "I partiti politici", cit. Sull'organizzazione interna dei partiti politici si veda anche W. E. Wright (a cura di) "A comparative Study of Party Organization", C. E. Meril Co., Columbus, 1971, D. W. Abbott e E. T. Rogowsky (a cura di) "Political Parties: Leadership, Organization, Linkage", Rand McNall, Chicago, 1971, W. J. Crotty (a cura di) "Approches to the Study of Party Organization", Allyn Bacon, Boston, 1968.
10 Il caso classico è quello della socialdemocrazia tedesca. L'espressione "partito pigliatutto" e l'analisi di questa formazione politica è di Otto Kircheimer, "Le trasformazioni dei sistemi partitici dell'Europa occidentale", in G. Sivini (a cura di) "Sociologia dei partiti politici", Il Mulino, Bologna, 1971, pp. 177-201.
11 E' questo il caso dei partiti comunisti occidentali, cfr. D. Blackmer e S. Tarrow (a cura di) "Il comunismo in Italia e in Francia", Etas libri, Milano, 1976.
12 Cfr. A. Panebianco, "Analisi di una sconfitta. il declino del Psi", in A. Parisi e G. Pasquino (a cura di) "Continuità e mutamento elettorale in Italia", Il Mulino, Bologna, 1977, pp 145-184.
13 La più importante eccezione in Europa è naturalmente costituita dal Partito Socialista Francese. Si veda l'analisi delle luci, ma anche delle ombre, del partito di Mitterrand compiuta da V. Wright e H. Machin, "The French socialist Party: Success and The Problems of Success, "The Political Quarterly", XLVI (1975), pp. 36-52. Per un acuto tentativo di comparazione fra la sinistra italiana e francese di veda S. Bartolini, "Per un'analisi dei rapporti fra partiti socialisti e comunisti in Italia e in Francia, In "Rivista Italiana di Scienze Politiche", VI (1976), pp. 439-480.
14 Cfr. l'articolo 1.2 dello Statuto.
15 Si vedano gli articoli relativi alle associazioni locali.
16 Cfr. la classica analisi di Roberto Michels, "Sociologia del partito politico", Il Mulino, Bologna, 1967.
17 M. Weber, "Economia e Società", Comunità, Milano, 1968, vol. II, p 238 e sgg.; sulla sua scia, l'interpretazione di G. Roth, "I virtuosi e la controcultura", in "Rassegna Italiana di Sociologia", XII (1972), pp. 431-452.
18 R. Bendix e G. Roth, "Scholarship and Partisanship: Essays on Max Weber", University of California Press, Berkeley, 1971, capitoli XVIII e IX.
19 P. Bourdieu e J. C. Passeron, "La riproduzione", Guaraldi, Firenze, 1975, p. 69-70.
20 J. V. Dowton, "L'adesione alla leadership nei movimenti di rivolta, in A. Melucci (a cura di), "Movimenti di rivolta", Etas libri, Milano, 1976, p. 190.
21 Naturalmente il rapporto leader-seguagi può avere valenze diverse a seconda che per seguaci si intendano i militanti oppure i simpatizzanti "esterni", ad esempio gli elettori. La presenza e il peso di tratti "carismatici" potranno variare nei due casi: mentre appare probabile che le basi della adesione al Pr da parte dei militanti non siano di ordine carismatico, è possibile che questo sia vero per almeno alcuni settori dei simpatizzanti esterni, come sembra dimostrare il carattere fortemente "personalizzato" del voto radicale quale risulta dall'andamento e dalla distribuzione dei voti di preferenza. Sul punto cfr. l'analisi del voto radicale del 20 giugno '76 contenuta in questo volume.
22 A. Pizzorno, "Elementi di uno schema teorico con riferimento ai partiti politici in Italia", in G. Savini (a cura di) "Partiti e partecipazione politica in Italia", Giuffrè, Milano, 1972, pp. 5-40.
23 Cfr le diverse analisi contenute in D. Blackmer e S. Tarrow, "Il comunismo in Italia e in Francia", cit. Va naturalmente precisato che il Pci non si limita a mediare fra interessi divergenti ma tende ad esercitare una vera e propria "egemonia" sul proprio elettorato e, più in generale, sui gruppi sociali che organizza e rappresenta. La mediazione fra interessi inconciliabili e le conseguenti oscillazioni politiche del vertice rappresentano quindi sempre un fallimento più o meno temporaneo delle sue capacità egemoniche.
24 F. Stame, "Nuova sinistra e sinistra storica", in "Quaderni Piacentini" 58-59 81976), pp.53-61.
25 Naturalmente un "modello" interpretativo, per necessità, semplifica e impoverisce una realtà che è sempre molto più ricca, complessa e contraddittoria. Il rapporto fra Pr, movimenti federati o leghe e movimenti collettivi ha subito storicamente una grande variabilità in dipendenza, soprattutto, di due fattori: 1) la maggiore o minore vitalità (e durata) dei movimenti collettivi che ha, a sua volta, inciso della diversa vitalità dei movimenti federati o leghe corrispondenti e 2) l'"origine" dei movimenti federati, il fatto cioè che il movimento federato sia nato autonomo dal Pr (Fuori) o sia stato creato dal partito per andare poi a innestarsi nel movimento collettivo corrispondente (Mld e forse, oggi, la Lega antinucleare) o, infine, sia stato esso stesso il catalizzatore di un movimento collettivo (Lid).
25 Sui movimenti federati al Pr cfr. l'appendice.
26 Su questo punto si veda M. Teodori, "Radicali e comunisti: le ragioni vere del conflitto", in "Argomenti Radicali", I (1977), pp. 33-47.
27 J. Habermas, "La crisi della razionalità nel capitalismo maturo", Laterza, Bari, 1975.
28 C. Offe, "Dominio politico e struttura di classe", in "Rassegna Italiana di Sociologia", XIV (1973), p. 52.
29 A. Touraine, "La società post-industriale", Il Mulino, Bologna, 1970, pp. 193-194.
30 "Il sindacalismo tende dunque a non essere più lo strumento centrale di un movimento sociale, che lo supera sia in alto che in basso, al livello propriamente politico e al livello di una resistenza della base all'integrazione organizzativa e all'istituzionalizzazione dei conflitti. Mentre il sindacalismo guadagna influenza e interviene efficacemente al livello delle decisioni, è ignorato, superato o contestato da movimenti antitecnocratici che sono allo stesso tempo più politicizzati e meno organizzati". A. Touraine, "op. cit.", p. 194.
31 J. Schumpeter, "Socialismo, Capitalismo, Democrazia", Etas Kompass, Milano, 1970, R. Dahl e C. E. Linblom, "Politics, Economics and Welfare", Harper, New York, 1953.
32 Sui rapporti tra classe dominante e sistema politico, A. Touraine, "La produzione della società", Il Mulino, Bologna, 1973, in particolare p. 241.
33 F. B. Pike e T. Strich (a cura di) "The New Corporatism", Notre Dame, University Press, 1974 e le analisi, da prospettive divergenti, di S. Huntington, "La politica nella società postindustriale", in "Rivista Italiana di Scienza Politica" II (1976), pp. 213-241 e, soprattutto, Ph. C. Schmitter, "Modalità di mediazione degli interessi e mutamento sociale in Europa occidentale", "Il Mulino", XXV (1976), pp. 889-916.
34 M. Weber, "Economia e Società". cit.
35 C. Offe, "Dominio politico e struttura di classe", cit., p. 57.
36 "Ibidem", p. 58.
37 "Ibidem", p. 64.
38 Si veda, per un'ampia discussione su questo punto, F. Neumann, "Lo Stato democratico e lo Stato autoritario", Il Mulino, Bologna, 1973 e J. Habermas, "Sul concetto di partecipazione politica in Germania: verso una società autoritaria", Laterza, Bari, 1968, pp. 5-66. Naturalmente, come ha ricordato recentemente Norberto Bobbio ("Quale socialismo?", Einaudi, Torino, 1976) la democrazia consiste "anche" in un insieme di "procedure politiche". Il problema è: queste procedure, sempre e comunque necessarie, dovrebbero essere un "mezzo" per il raggiungimento di un fine (nel caos della democrazia il fine è l'espansione della libertà e la partecipazione di tutti alle decisioni politiche). L'involuzione di una democrazia, come del pensiero che la teorizza, interviene quando il mezzo si trasforma esso stesso in fine, e le procedure si riducono a tecnica di governo.
39 J. Habermas, "La crisi della razionalità nel capitalismo maturo", cit., p. 37 e sgg.
40 Cfr. F. Alberoni, "Movimento e Istituzione", Il Mulino, Bologna 1977, e Id., "Statu Nascenti", Il Mulino, Bologna 1968.
41 P. Baran, P. Sweezy, "Il capitale monopolistico", Einaudi, Torino, 1968.
42 J. O'Connor, "La crisi fiscale dello Stato", Einaudi, Torino, 1977 e id. "Le grandi imprese e lo Stato", Liguori, Napoli, 1976.
43 Per un'analisi di questo aspetto si veda L. Tomasetta, "La rifeudalizzazione della sfera pubblica", in "Problemi del Socialismo", 16-17 (1973), pp. 533-551.
44 Su questo punto cfr. C. G. Rossetti, "Difficoltà e problemi del compromesso storico", in "Il Leviatano", IV (1977), pp. 38-53.
45 G. Galli, "I partiti politici", UTET, Torino, 1974.
46 Cfr. A. Pizzorno, "Il sistema politico italiano", in "Politica del Diritto", II (1971), pp. 197-209.
47 A. Pizzorno, "Potere e partito", in AA.VV. "Potere e istituzioni oggi", Giappichelli, Torino, 1972, p.33.
48 F. Cazzola, "Governo e opposizione nel Parlamento Italiano", Giuffrè, Milano, 1974, A. Predieri, "Mediazione e indirizzo politico nel Parlamento italiano", in "Rivista Italiana di Scienza Politica", III (1975), pp, 407-441.
49 A. Pizzorno, "Elementi per uno schema teorico con riferimento ai partiti politici in Italia", cit., p. 40.
50 G. Pasquino, "Il sistema politico italiano fra neo-trasformismo e democrazia consociativa", in "Il Mulino", XXII (1973), pp. 549-566.
51 Si vedano le conclusioni delle indagini di G. Galli, A. Nannei, "Il capitalismo assistenziale", Sugar, Milano, 1975 r G. Amato, "Economia, politica, e istituzioni in Italia, Il Mulino, Bologna, 1977.
52 A ciò sembra collegarsi l'oscillazione dell'opposizione di sinistra fra una linea di "concentrazione" e una linea di "dispersione" delle tensioni, cioè la contraddizione fra la propensione all'accomodamento con la Dc e la tentazione dello scontro frontale: P. Farneti, "Partiti e sistema di potere", in AA.VV. "L'Italia contemporanea", 1945-1975, Einaudi, Torino, 1976, pp. 61-104.
53 P. Farneti, "op. cit.", p.88.
54 G. Galli, "Dal bipartitismo imperfetto alla possibile alternativa", Il Mulino, Bologna, 1975, capitolo I.
55 C. Donolo, "Oltre il '68. La società italiana fra mutamento e transizione", in "Quaderni Piacentini", 60-61 (1976), p.12.
56 "Ibidem", p. 12.
57 A. Parisi, e G. Pasquino, "20 giugno: strutture politiche e comportamento elettorale", in A. Parisi e G. Pasquino (a cura di) "Continuità e mutamento elettorale in Italia", Il Mulino, Bologna, 1977, pp.11-65.
58 A. Touraine, "I uovi conflitti sociali", in A. Melucci (a cura di) "Movimenti in rivolta", cit., pp. 156-157.
60 "La giustificazione ideologica di ogni forma di governo è sintetizzabile, con una espressione che risale a Gaetano Mosca, in una "formula politica, quale la ``democrazia liberale'', la ``democrazia socialista'', la ``dittatura del proletariato''. Allorché la forma di governo appare dissociata dalla formula politica che dovrebbe esprimere in nuce la natura, e gli stessi proponenti della formula appaiono farne un uso puramente strumentale, per coprire un dominio che la formula medesima non vale più a giustificare, si parla di "regime"", L. Gallino, "Sociologia dello Stato", in "Quaderni di Sociologia", XXV (1976), p. 357.
61 Si vedano, sul metodo radicale, le osservazioni di E. Bettinelli, "Quattro radicali a Montecitorio: primo bilancio di una stagione parlamentare per la rivoluzione democratica", in "Argomenti Radicali", I (1977), pp. 114-127.
62 A. Melucci, "L'azione ribelle. Formazione e struttura dei movimenti sociali, in A. Melucci (a cura di) "Movimenti di rivolta", cit., p. 58.
63 Sul tema della violenza come metodo di lotta politica si veda H. L. Nieburg, "La violenza politica", Guida, Napoli, 1974 e, soprattutto, L. Bonanate, "Dimensioni del terrorismo politico", in "Comunità", XXXI (1977), pp. 76-112.
64 M. Teodori, "La nuova sinistra americana", Feltrinelli, Milano, 1970.
65 Sull'efficacia dell'azione diretta nonviolenta e sui suoi più generali significati si vedano le analisi di un sociologo che fu anche, negli anni cinquanta, "leader" del movimento degli obiettori di coscienza in Norvegia, Johan Galtung, "On the Meaning of Non Violence" e "Pacifism from a Sociological Point of View" entrambi in J. Galtung "Peace, War and Defense", Christian Ejlers, Copenhagen, 1977.
66 J. Von Neumann C. Morgenstern, "Theories of Games and Economic Behavior", Wilej, New York, 1964.
67 Per un approfondimento teorico di questi aspetti del processo decisionale cfr. D'Alimonte, "Regola di maggioranza, stabilità e equidistribuzione", in "Rivista Italiana di Scienza Politica", I (1974), pp. 43-105.
68 "Ibidem", p. 60 e sgg.
69 E naturalmente in un sistema in cui la disposizione sui mezzi di informazione presenta (come quella sui mezzi di produzione) forti tratti oligopolistici, e, per di più, il controllo sulle fonti di finanziamento (pubblicità, ecc.) è saldamente nelle mani del potere politico, l'atteggiamento dei "media" è una variabile (direttamente) dipendente dagli equilibri politici. Questi equilibri dopo il 20 giugno 1976, con il passaggio del Pci dalla semi-opposizione alla convergenza se non (ancora) alla co-gestione sono ora tali da rendere molto più difficoltose (e pericolose) che in passato le azioni dirette nonviolente. I fatti di Bologna e di Roma del marzo e, soprattutto, quelli del 12 maggio 1977 a Roma (dove i radicali furono, per la prima volta, sconfitti dal potere politico nel corso di un'azione di disobbedienza civile) possono essere letti come la conseguenza del nuovo assetto del sistema: l'assenza di una opposizione politica da un lato, e l'accettazione supina dei nuovi equilibri da parte dei "media" dall'altro.
70 G. Sartori, "Tecniche decisionali e sistema dei comitati", in "Rivista Italiana di Scienza Politica", I (1974), p. 35 e sgg.
71 A. Pizzorno, "Elementi per uno schema teorico con riferimento ai partiti politici in Italia", cit., p. 37.
72 Cfr. i risultati delle domande sull'organizzazione, cap. I, parte seconda.
73 R. Michels, "Sociologia del partito politico, cit.
74 Sul populismo, laddove questo fenomeno è stato più diffuso, in America Latina, si veda G. Germani, "Sociologia della modernizzazione, Laterza, Bari, 1970 e id., Autoritarismo, fascismo, e classi sociali, Il Mulino, Bologna, 1975.
75 N. Bobbio, "Quale socialismo?", cit.
76 Soltanto l'abolizione della divisione del lavoro potrebbe condurre a un diverso risultato, ma è evidente come un obiettivo di questa portata richieda un lunghissimo periodo di gestazione durante il quale il potere decisionale reale è destinato a restare nella mani di pochi.
77 Per indicazioni utili, ma ancora approssimative, si vedano gli interventi di Giorgio Ruffolo e Roberto Guiducci, "Il Marxismo e lo Stato", Quaderni di Mondoperaio, Roma, 1976.
78 Cfr. AA.VV., "Il pluralismo", Edizioni Rai, Roma, 1976.