La fantasia come necessità
Marco
PannellaCarissimo
Andrea, mi chiedi una "prefazione" a
questo tuo libro Underground: a pugno chiuso.
(...)
Cosa vuoi da me?
Pensi davvero che il mio nome sia divenuto merce
buona per il mercato di chi compra-legge, o di
chi vuoi o vorresti chiamare alla lettura con
questo libro? No: ne ho la prova, so che sai che
non è così. Tu non leggi i miei
"scritti", le migliaia di volantini
ciclostilati, di comunicati-stampa, di foglietti
del Partito radicale, che sono le sole cose ch'io
abbia mai prodotto, in genere scrivendole in
mezz'ora, per urgenze militanti, nella bolgia di
via XXIV Maggio ieri, in quella di via di Torre
Argentina 18, oggi.
Tu sei un
rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i
fuori-legge del matrimonio, i capelloni
sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi
della primavera, i non violenti, i libertari, i
veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i
borghesi come me, la gente con il suo
intelligente qualunquismo e la sua triste
disperazione. Amo speranze antiche, come la donna
e l'uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo
dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti
anarchici e il pensiero della Destra storica.
Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni
fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo
contingente, dello Stato di qualsiasi tipo,
contro ogni sacrificio, morte o assassinio,
soprattutto se "rivoluzionario". Credo
alla parola che si ascolta e che si dice, ai
racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le
strade, al lavoro, quando si vuole essere onesti
ed essere davvero capiti, più che ai saggi o
alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle
ideologie. Credo sopra a ogni cosa al dialogo, e
non solo a quello "spirituale": alle
carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a
fatti non necessariamente d'evasione o
individualistici - e tanto più
"privati" mi appaiono, tanto più
pubblici e politici, quali sono, m'ingegno che
siano riconosciuti. Ma non è questa l'occasione
buona per spiegare ai tuoi lettori cosa sia il
Partito radicale; andiamo avanti.
Non credo al
potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia
d'occuparlo. Non credo ai "viaggi" e
sarà anche perché i "vecchi" ci
assicurano sempre che "formano" (a loro
immagine) i "giovani": come l'esercito
e la donna-scuola. Non credo al fucile: ci sono
troppe splendide cose che potremmo/potremo fare
anche con il "nemico" per pensare a
eliminarlo. E voi di Re Nudo dite: "Tutto il
potere al popolo", "Erba e
fucile". Non mi va. Lo sai, non sono
d'accordo.
Brucare, o fumare
erba, non mi interessa per la semplice ragione
che lo faccio da sempre. Ho un'autostrada di
nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla
quale viaggia veloce quanto di autodistruzione,
di evasione, di colpevolizzazione e di piacere
consunto e solitario la mia morte esige e
ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba
meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla
troppo cara, sul mercato, in famiglia e in
società, in carcere. Mi è facile, quindi,
impegnarmi senza riserve per disarmare boia e
carnefici di Stato, tenutari di quel casino che
chiamano "l'Ordine", i quali per vivere
e sentirsi vivi hanno bisogno di comandare,
proteggere, obbedire, torturare, arrestare,
assolvere o ammazzare, e tentano l'impossibile
operazione di trasferire i loro demoni interni
(di impotenti, di repressi, di frustrati) nel
corpo di chi ritengono diverso da loro e che,
qualche volta (per fortuna!), lo è davvero. Ma
fare dell'erba un segno positivo e definitivo di
raccordo e speranza comuni mi par poco e
sbagliato. Né basta, penso, aggiungervi come
puntello il vostro "fucile".
La violenza
dell'oppresso, certo, mi pare morale: la
controviolenza "rivoluzionaria", l'odio
("maschio" o sartrianamente torbido che
sia) dello sfruttato sono profondamente naturali,
o tali, almeno, m'appaiono. Ma di morale non mi
occupo, se non per difendere la concreta
moralità di ciascuno, o il suo diritto ad
affermarsi finché non si traduca in violenza
contro altri: e quanto alla natura penso che
compito della persona, dell'umano, sia non tanto
quello di contemplarla o di descriverla, quanto
di trasformarla secondo le proprie speranze.
Insomma, quel che vive, quel che è nuovo, è
sempre, in qualche misura, naturale.
Perciò non
m'interessa molto che la violenza rivoluzionaria,
il vostro fucile, siano probabilmente morali e
naturali, mentre mi riguarda profondamente il
fatto che siano armi suicide per chi speri
ragionevolmente di poter edificare una società
(un po' più) libertaria, di prefigurarla
rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il
proprio ambiente e senza usare mezzi, metodi,
idee che rafforzano le ragioni stesse
dell'avversario, la validità delle sue proposte
politiche, per il mero piacere di abbatterlo,
distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.
La violenza è il
campo privilegiato sul quale ogni minoranza al
potere tenta di spostare la lotta degli sfruttati
e della gente: ed è l'unico campo in cui può
ragionevolmente sperare d'essere a lungo
vincente. Alla lunga, ogni fucile è nero, come
ogni esercito e ogni altra istituzionalizzazione
della violenza contro chiunque la si eserciti, o
si dichiari di volerla usare.
Se la lotta
rivoluzionaria presupponesse davvero
necessariamente la morte di compagni, il loro
"sacrificio" e, questa esemplarità, la
"presa" del potere: e a potere preso, o
nelle more della conquista, il ripetere contro i
nemici i gesti per i quali io sono loro nemico,
gesti di violenza, di tortura, di
discriminazione, di disprezzo, consideratemi pure
un controrivoluzionario, o un piccolo borghese da
buttare via alla prima occasione.
Non sono, infatti,
d'accordo. L'etica del sacrificio, della lotta
eroica, della catarsi violenta, mi ha
semplicemente rotto le balle: come al "buon
padre di famiglia", al compagno chiedo una
cosa prima di ogni altra: di vivere e d'essere
felice. Penso, personalmente, che avendo un certo
bagaglio di speranze, di idee e di chiarezza, non
solo questo sia possibile, ma che non vi sia
altro modo per creare e vivere davvero felicità.
Ma esser "compagno" (come esser padre)
non è scritto nel destino né prescritto dal
medico. Se le vie divergono, lo constateremo e
cercheremo di comprendere meglio. Ma basta con
questa sinistra grande solo nei funerali, nelle
commemorazioni, nelle proteste, nelle
celebrazioni: tutta roba anche questa nera; basta
con questa "rivoluzione"
clausevitziana, con le sue tattiche e strategie,
avanguardie e retroguardie, guerre di popolo e
guerre contro il popolo, di violenza
purificatrice e necessaria, di necessarie
medaglie d'oro: la rivoluzione fucilocentrica o
fucilocratica, o anche solo pugnocentrica o
pugnocratica, non è altro che il sistema che si
reincarna e prosegue. Non solo il "Re",
ma anche questa "Rivoluzione" vestita
di potere e di violenza è nuda, Andrea. Tollera
che io lo scriva nel tuo libro, se questa lettera
sarà accolta come una prefazione.
E tollera molto
altro...
Siete, sei
"antifascista", antifascista della
linea Parri-Sofri, lungo la quale si snoda da
vent'anni la litania della gente-bene della
nostra politica. Noi non lo siamo.
Quando vedo
nell'ultimo numero di Re nudo, ultima pagina, il
"recupero" di un'Unità del 1943 in cui
si invitava ad ammazzare il fascista, dovunque
capiti e lo si possa pescare, perché
"bisogna estirpare le radici del male",
ho voglia di darti dell'imbecille. Poi penso che
tutti sono d'accordo con te, tranne noi radicali,
e sto zitto, se non mi costringi, come ora, a
parlare o scrivere. Capisco le vostre ragioni:
anche voi dovete dimostrare (a voi stessi?) che
il Pci è oggi degenerato; che ieri era meglio di
oggi; che quando aveva armi e potere
rivoluzionario era più maschio, più coraggioso,
più duro e puro. Invece (come Partito, qui non
parliamo dei "comunisti") era, semmai,
peggio: perfino molto peggio d'oggi. Comunque non
era migliore solo perché teorizzava qua e là
l'assassinio politico e popolare come atto
d'igiene e di garanzia contro "il
male". Per chi l'ha ammazzato, certamente,
Trotzky era peggio e più schifoso di un
fascista, e ancora più profonda radice del male.
Ma, per voi che riesumate, a onta dell'Unità di
oggi, quella di ieri, credendo di legarvi così
alle tradizioni di classe, popolari, operaie, non
c'era davvero nulla di meglio da recuperare che
questi concetti controriformistici, barbari,
totalitari, contro "le radici del
male"?
Tu che hai
"compreso", ti sei sentito compagno di
Notarnicola (e hai fatto bene); che hai vissuto
almeno quanto me fra sottoproletari, paria,
emarginati, come puoi non comprendere il fascismo
di questo antifascismo? Come puoi, ancora,
sopportare l'inadeguatezza dell'ingiuria,
dell'insulto, del disprezzo, del manicheismo
dozzinale, classista, non laico, fariseo, nello
scontro di classe che cerchiamo di vivere e di
sostenere, nel vivere diverso e nuovo che
presuppone e che genera? Perché anche tu, tra
fucile, antifascismo e
poteri-al-popolo-a-pugno-chiuso, continui a
vivere di quella vecchia nuova-sinistra che così
puntualmente ed efficacemente denunci nel libro?
Come noi radicali,
voi renudisti sostenete che non esistono dei
"perversi" ma dei "diversi".
Nelle famiglie, nelle scuole, nelle fabbriche o
negli uffici perfino i torturatori sono
anch'essi, in primo luogo e generalmente,
vittime. Tranne che per certi psicanalisti,
uccidere il padre non è la soluzione, non aiuta
a superare l'istituzione, la famiglia; o non
basta, e non è comunque necessario.
Sosteniamo,
insieme, che non esistono nelle carceri, negli
ospedali, nei manicomi, nelle strade, sui
marciapiedi, nei tuguri, nelle bidonville, dei
"peggiori" ma, anche lì, dei
"diversi", malgrado la miseria (che è
terribile proprio perché ammazza, degrada, muta,
fa degenerare: e se no, perché la combatteremmo
tanto?), malgrado il lavoro che aliena (che rende
"pazzi"), malgrado lo sfruttamento
classista sia "secolare", quindi incida
sull'ereditarietà. Sognamo - e v'è vigore e
responsabilità nei nostri sogni - una società
senza violenza e aggressività o in cui, almeno,
deperiscano anziché ingigantirsi e esservi
prodotte. Sosteniamo che è morale quel che tale
appare a ciascuno. Lottiamo contro una
"giustizia" istituzionale (e
"popolare") che ovunque scambia
diversità per perversione, dissenso per peccato.
Come possiamo,
allora, recuperare proprio in politica, nella
vita di ogni giorno nella città, il concetto di
"male", di "demonio", di
"perversione"? Quel che voi chiamate
"fascista", si chiama "obiettore
di coscienza", "divorzista",
"abortista", "corruttore
radicale", "depravato", per altri.
La "stella
gialla" dei ghetti è un emblema terribile;
ma non meno per chi l'impone che per chi
l'indossa. (...)
In tutta questa
vostra storia antifascista non so dove sia il
guasto maggiore: se nel recupero e nella
maledizione di una cultura violenta, antilaica,
clericale, classista, terroristica e barbara per
cui l'avversario deve essere ucciso o esorcizzato
come il demonio, come incarnazione del male; o se
nell'indiretto, immenso servizio pratico che
rende allo Stato d'oggi e ai suoi padroni,
scaricando sui loro sicari e su altre loro
vittime la forza libertaria, democratica,
alternativa e socialista dell'antifascismo vero.
Il fascismo è
cosa più grave, seria e importante, con cui non
di rado abbiamo un rapporto di intimità. Altro
che roba da "vietare" con la
"Legge Scelba" (serve a
"sciogliere" la Dc?), da reprimere con
qualche denuncia e qualche carabiniere, per
legittimarne meglio la funzione antioperaia, o da
linciare a furor di popolo - antifascista!
Il rapporto tra
fascismo-capitalismo e sinistra è complesso,
allarmante, incombente, presente, ambiguo, da
oltre cinquant'anni, 1973 compreso. (...)
Ma basta. Se tutto
quello su cui sono andato scrivendo finora ci
divide, Andrea, nulla di ciò è essenziale nel
tuo libro, o nell'esistenza che vi si affaccia e
si esprime, e che conosco... Tu a Milano, noi
altrove, abbiamo dovuto e forse saputo, ogni
giorno per anni quanto lunghi, inventar tutto,
rifiutare ogni strumento esistente, ogni
scorciatoia, ogni facilità, per poter avanzare
almeno di un poco. I mezzi che ci si offrivano
già pronti, che facevano la forza apparente di
tanti altri, non erano omogenei, non
prefiguravano quel che cerchiamo, e cerchiamo di
costruire.
La fantasia è
stata una necessità, quasi una condanna,
piuttosto che una scelta: sembrava condannarci a
essere soli, voi lì, noi ancora più sparsi e
con più fronti addosso. Così abbiamo parlato
come abbiamo potuto, con i piedi, nelle marce,
con i sederi, nei "sit-in". con gli
"happening" e "azioni
dirette" di pochi, in carcere o in
tribunale, con musica o con comizi, ogni volta
rischiando tutto, controcorrente, sapendo che un
solo momento di sosta ci avrebbe portato indietro
di ore di nuoto difficile, troppo spesso
considerati "diversi" dai compagni e
colmi invece d'attenzione continue, di
provocazioni, di colpi da parte dei pula e non
dei minori.
Abbiamo durato,
rifiutando di sopravvivere, ricominciando sempre,
facendo anche delle sconfitte materia buona per
dar volto e corpo alle nostre testarde, e alla
fine semplici e antiche, speranze. Noi abbiamo
colto qui qualche successo che ora tutti
riconoscono. Tu anche, ma eri più solo. Questo,
nel libro, non riesci ad ignorarlo, o
nasconderlo. Ho sempre pensato a te come a un
compagno impegnato in un'opera comune, in lotte
necessariamente convergenti e da organizzarsi
insieme. Tu no, è questa la differenza. Quando
accettai, e tenni a lungo, la "direzione
responsabile" di Re Nudo, fra decine
d'altre, non era per abitudine, o con
indifferenza. Non eri un nome in più, un
ennesimo compagno d'un'ora o d'una occasione. Un
compagno assente, certo. L'altra faccia del tuo
libro, vorrei che tu lo comprendessi, sono le
lotte che abbiamo dovuto condurre senza di te, su
cui era giusto e naturale contare, perché le
condividevi e le condividi. Le battaglie per i
diritti civili sono mancate a tutto il Movimento:
un inconsapevole razzismo di generazione, un
rifiuto di "politica" (quella senza
kappa), un po' da struzzi, in proposito, un rozzo
paleo-marxismo (in moltissimi, non in te),
un'indifferenza che era cecità dinanzi a
concreti scontri di classe e libertari, hanno
fatto strage soprattutto a Milano. Così, oggi,
sei uno dei pochi che resti sulla breccia, di
tutti i tuoi compagni di ogni anno, e ci è
andata bene. (...)
Continueremo
ancora a lungo a marciare divisi? Segnali, ogni
tanto, le nostre vittorie - anche se tendi
involontariamente a sminuirle, facendole mie,
individuali e non, come sono, di quel collettivo
felice e raro che è il Partito radicale. Oggi,
con la battaglia che abbiamo iniziato per i dieci
referendum abrogativi di tutto il merdaio
legislativo del regime, lo scontro diventa agli
occhi di tutti, per molti mesi, generale e
conclusivo.
Ancora una volta,
ti sarà concretamente estraneo? Non mi pare
possibile né accettabile.
Il tuo è il libro
di un prezioso Gavroche della nostra
contestazione, di una generazione politica che è
forse l'unica a non essere ancora interamente
battuta dal regime della Dc (già Pnf) e
dell'introvabile sua opposizione.
Drammatico,
solido, rapido e allegro, anche per me
sorprendente autobiografia non narcisistica d'un
militante senza obbedienze (ma senza abbandoni e
distrazioni) che racconta come tutto possa
tramutarsi nell'oro o nel miraggio d'una politica
nuova e libera: erba, musica, pipa e fucili di
parole o di cartone, penitenziario militare,
carcere giudiziario, aula di tribunale, una
"soirée" alla Scala, giochi violenti
attorno al grande Corriere, un po' di vernice su
un monumento da scoprire, una caserma, un
albergo, voterò per questo libro quando sarò
chiamato a far parte - prossimamente - delle
giurie del "Viareggio", dello
"Strega", del "Campiello".
(...)
Consiglierei
piuttosto di leggerlo ai genitori-disperati per i
figli-persi e contestatori; ai progressisti-bene
in mal di politica dei redditi e di
programmazione, sconvolti e indignati di non
essere divenuti i vostri idoli; a quanti si
meravigliano e scandalizzano nel vedere le rare
sedi del prestigioso partito dei Pannunzio e dei
Carandini, dei Benedetti e dei Piccardi, divenute
il ritrovo e il covo di bande sottoproletarie e
capellute, di studenti in rivolta e comunisti, di
anarchici e trotzkisti, prima ancora di riempirsi
di fuori-legge del matrimonio e di obiettori di
coscienza, di femministe e di omosessuali, di
"freaks" e di abortisti, di veri
credenti e di vegetariani e nudisti, di
"avanzi di galera" d'ogni genere.
Capirebbero finalmente qualcosa di se stessi,
oltre che di voi, di noi. E le loro facce ne
diverrebbero meno peste e bolse. (...)
Ora basta. Ho da
occuparmi di trovare il primo milione per il
quotidiano del Pr. Sembra che sia urgente. Se ho
ben capito, infatti, per un quotidiano (anche se
minimo, anche se "alternativo") è
necessario poco meno di mezzo miliardo, in un
anno.
Con Re Nudo, mi
darai una mano?
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SOMMARIO
Italia 1973:
la contestazione studentesca è divenuta un
fenomeno culturale e politico di massa. La
rivoluzione sembra alle porte, i miti della
rivolta armata, della "violenza giusta"
s'impongono fra la maggioranza degli
intellettuali. E' il periodo in cui si grida nei
cortei oceanici che "uccidere il fascista
non è un reato". Contemporaneamente
s'impone fra i giovani la cultura della droga
come massima espressione della trasgressione nei
confronti della società borghese. Il Partito
radicale va contro corrente. Non si ubriaca di
rivoluzione ma si occupa dei diritti civili delle
maggioranze e delle minoranze, conduce le
campagne per il riconoscimento del diritto al
divorzio, all'aborto, all'obiezione di coscienza.
Nega che esistano eserciti buoni ed eserciti
cattivi, eserciti rossi ed eserciti fascisti:
tutti gli eserciti sono portatori di valori
totalitari, fascisti; gli eserciti di liberazione
sono destinati a divenire sempre strumento di
oppressione dei popoli che pretendono di
liberare. Nella prefazione che Marco Pannella
scrive al libro "Underground a pugno
chiuso" di Andrea Valcarenghi, leader del
movimento "alternativo", di cui
pubblichiamo alcune parti, sono denunciati i
limiti storici della cultura
"rivoluzionaria". Una cultura che non
può che portare intolleranza, violenza omicida,
sconfitta.
Una profezia
purtroppo confermata dalla realtà : dopo pochi
anni quella cultura produce il mostro del
terrorismo che si diffonde in tutta Europa. Ci
vorranno dieci anni di sangue e di piombo, di
drammatiche disillusioni, per riconoscere la
giustezza della cultura politica della
nonviolenza, della tolleranza e del diritto,
quella sì veramente alternativa, che Pannella,
che il Partito radicale aveva avuto il coraggio
di esprimere quando tutta classe intellettuale
inneggiava a Che Guevara o a Mao-Tze-Tung.
(Prefazione a
Underground: a pugno chiuso di Andrea
Valcarenghi, Ed. Arcana - Luglio 1973)
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