Non possiamo non dirci
radicali
di Alexander LangerConfesso che a volte sento un certo
imbarazzo a confessare che sono "amico dei
radicali" (calma, non lo sono sempre e ad
ogni costo...). A tanti nella sinistra, ed anche
tra i verdi o altri abitanti del pianeta
politico, viene subito un po' di puzza sotto il
naso. Anche "il manifesto" sembra aver
cambiato atteggiamento di fondo solo da quando ha
sperimentato in un momento esiziale della propria
storia la decisiva solidarietà radicale, che ha
costretto tanti altri a sganciare quattrini in
favore della sopravvivenza di un giornale non
certo filo-radicale.
Eppure, da qualche
tempo in qua, mi sembra di scorgere molti
"pentiti" che da antiradicali che erano
stati una volta, ora tentano di diventarne emuli
- contenti poi che le scelte tattiche contingenti
del Pr permettano loro di prenderne ugualmente le
distanze. Valga per tutti l'esempio un po'
patetico di Mario Capanna che fa ostruzionismo in
parlamento ed occupa la Camera, si è convertito
ai sit-in non-violenti ed ai referendum, esalta
l'obiezione di coscienza e si batte contro il
finanziamento ai partiti.
L'articolo di
Filippo Gentiloni sul manifesto del 25 luglio
("Il radicale di poca fede") sembra
quasi una professione di tardivo e mai espresso
amore e di occasione mancate: "sero te
amavi...". Succede a molti, mi pare. I
pacifisti finiti nel vicolo cieco della battaglia
tutta imperniata contro gli euromissili ora
cominciano a diventare più seriamente
antimilitaristi ed apprezzano la battaglia contro
le spese militari, che per lungo tempo i radicali
avevano condotto da soli. E dalle secche dello
stallo est-ovest ora sono in molti a volgere
finalmente la loro attenzione all'asse
prioritario nord-sud (come la battaglia radicale
"contro lo sterminio per fame" da anni
intende proporre). Gli ecologisti scoprono,
talvolta con stupore, che i radicali da anni
avevano proposto un referendum antinucleare
(giudicato, allora, da molti come una fuga in
avanti) ed erano in prima fila contro la
vivisezione, la caccia, il tiro al piccione e
così via. I "verdi" che cominciano a
fare politica si trovano a riprodurre metodi di
azione diretta e di iniziativa non-violenta che
ormai anche nel linguaggio comune si chiamano
"radicalate" (o
"pannellate"), ed i cattolici non si
vergognano più di esprimere qualche
apprezzamento per certe azioni radicali: contro
il concordato e la scuola confessionale i
cattolici del dissenso, contro la fame nel mondo
quelli del consenso. Operai, comunisti e
demoproletari ormai hanno imparato ad impugnare
l'arma del referendum, a lungo disprezzata ed
anche ora forse usata a sproposito, e non trovano
più ridicolo il digiuno, anzi, vi ricorrono. Ed
un po' tutti quanti parlano di diritti civili,
apprezzano la libertà, sessuale e le battaglie
contro, le discriminazioni in proposito e
protestano contro la partitocrazia. Insomma: pare
quasi che oggi si scopra il "perché non ci
si possa non dire radicali"...
Bisognerà dunque
ammettere che i radicali hanno, nel corso di
quest'ultimo decennio (ma a volte anche prima:
contro i reati di opinione, contro il Concordato,
per il divorzio...), "bene meritato",
trovandosi spesso a condurre isolate battaglie di
avanguardia che solo parecchio tempo dopo sono
diventate patrimonio comune di più ampi settori
di opinione e nelle quali hanno saputo usare
magistralmente delle piccole forze per ottenere
grandi effetti: perché anche questa è una
caratteristica radicale importante, di non
puntare solo sulla testimonianza, sul
"l'avevamo detto", ma sulla concreta
efficacia istituzionale delle iniziative,
chiamando tutti con petulanza a misurarcisi.
Valga per tutti l'esempio delle battaglie contro
le leggi di emergenza e "per una giustizia
giusta" (processo Tortora e caso Negri
compresi).
Perché allora
l'apprezzamento di cui i radicali godono sulla
piazza (specie di sinistra) è così scarso e la
collaborazione con loro appare così difficile?
Perché tante volte si ha davvero l'impressione
che certa opinione di sinistra i radicali li
abbia abrogati, tanto che persino una persona di
grande equilibrio e serenità come Laura Conti,
in un famoso articolo sul "manifesto"
del 29 maggio, veda in loro dei verdi d'accatto
privi di consistenza e prospettiva? C'è da
meravigliarsi se poi si sviluppano manie di
persecuzione?
Certamente in
parte vi influiscono delle questioni che
definirei "quasi epidermiche". I
radicali non hanno mai accettato l'egemonia
comunista sulla sinistra e si battono anzi con
vigore e spesso con acrimonia per demolirla. Non
sono marxisti, e talvolta - pur nella relativa
vaghezza della loro impostazione culturale -
fanno i militanti anti-marxisti. Non amano e
quindi disattendono (anzi, più spesso denigrano)
tutto il convenzionale "strumentario
unitario" della sinistra che va dai
"dibattiti unitari" ai "cortei
unitari". Cercano la provocazione, anche
nella e contro la sinistra (e con particolare e
talvolta senz'altro ingiustificato accanimento
contro il Pci), e lavorano per confondere gli
schieramenti - anche se poi a loro volta ed a
loro modo ne ricreano, purtroppo.
I radicali hanno
una (non infondata) fama di essere
"inaffidabili", nel senso che possono
cambiare tono ed alleanza, a seconda degli
obiettivi e delle polemiche, senza tanti
complimenti. Ne sanno qualcosa Flaminio Piccoli
(partner nella legge sulla fame, denunciato per i
suoi rapporti con Pazienza), Marco Boato
(ex-eletto nelle liste radicali, querelato da
Pannella) e lo stesso "manifesto".
Persino il
successo dei radicali, che a volte riescono a
costruire ponti ed alleanze dove altri ne
dissertano soltanto (con i socialisti, con i
democristiani, con i "laici", con certi
paesi africani...), può diventare motivo di
risentimento e di livore anti-radicale.
Per sintetizzare:
la sinistra - ben al di là di singole iniziative
o di linea politica oggi attaccate, ma poi
riabilitate ed apprezzate anni dopo - ai radicali
finora non perdona di non emanare lo stesso suo
"Stallgeruch" (questa parola tedesca,
che mi pare Cacciari non usi, vuol dire
"fetore di stalla": quel caldo ed umido
odore di intimità che fa distinguere "i
nostri" dagli "altri").
Bene: io non credo
che si possa e si debba continuare a far politica
con lo "Stallgeruch". Neanche nei
rapporti fra radicali e non. Bisogna avere
l'onestà di dirlo apertamente, anche a sinistra,
anche fra i verdi. Tanti intellettuali,
sindacalisti, opinion-makers, politologi,
giornalisti, politici e militanti dovrebbero, a
mio parere, rivedere finalmente (anche se è
tardi, forse troppo tardi) il loro atteggiamento
di fondo verso i radicali. Senza lasciarsi sviare
dalle loro intemperanze e dai loro vittimismi.
"Non
demonizzare" (per usare una parola cara al
Pr, i radicali non significa santificarli ad
occhi chiusi. Né disconoscere la realtà. Che ci
indica un partito radicale sostanzialmente
identificabile nel suo gruppo dirigente, assai
compatto e con una dialettica interna
assolutamente impercepibile, nonostante le
"dirette" di Radio radicale dai
consigli federativi. E questo è sicuramente un
vantaggio sotto il profilo del Pr come
"forza di pronto intervento", ma umilia
e disperde tante intelligenze "di
periferia" (che però potrebbero trovare -
ed in parte hanno trovato - un utile terreno di
impegno nelle liste verdi) e consentirà
difficilmente una crescita ed un'articolazione
democratica del partito. Da tempo poi il Pr non
riesce ad integrare persone nuove e
significative, a livelli di rilievo, ed ha perso
gran parte di quell'allargamento che nel 1979
l'aveva portato al 3 per cento alla Camera; anche
alcuni significativi pezzi di storia e di
militanza radicale oggi se ne sono andati.
Il Pr è un corpo
politico estremamente "partitista": che
agisce da partito, cerca in ogni momento
l'affermazione di partito: come dei soggetti
politici, tendenzialmente responsabili di tutto,
che agiscono a tutto campo e con le logiche della
politica partitica (a questo proposito
continueranno ad esserci delle tensioni con i
"verdi": non tanto per la
"prevaricazione radicale" quanto per la
fortissima pressione radicale perché i
"verdi" diventino - nella sostanza, il
nome poco importa - un partito).
Il Pr sotto questo
profilo tende davvero a voler strumentalizzare
tutto, e non si vergogna di proporre a destra ed
a manca di "strumentalizzare" anche il
partito radicale stesso (per i detenuti, per i
verdi, per gli omosessuali...): la traduzione
"in politica" di ogni cosa è la
suprema strumentalizzazione, giustificata dalla
necessità e dalla possibilità di vincere, di
affermare degli obiettivi, di conseguire degli
effetti.
Anche per questa
ragione il Pr - soprattutto per chi non è e non
vuole diventare un partito - è un partner assai
difficile. "Chi non è con me, è contro di
me", sembra il motto della sua politica di
alleanze - anzi, come tempo fa l'Europeo (mi
pare) aveva efficacemente sintetizzato, sotto
l'immagine di Marco Pannella: "chi non è
con me, è contro di sé". Potrebbe essere
davvero definita così la quintessenza della
"presunzione" (senza voler dare un
connotato tutto negativo a questo concetto) e
della politica radicale.
Può darsi che tra
qualche tempo il Pr abbia esaurito la sua spinta
propulsiva e possa, di conseguenza, accontentarsi
di avere ormai "sfondato" su tanti
fronti e disseminato tutto il campo politico di
spunti, iniziative, idee, effetti, in una sorta
di irradiazione "ellenistica" della
propria cultura politica che potrebbe consentire
ai radicali di sparire dalla scena in quanto
tali. A volte mi pare che Marco Pannella veda un
futuro già abbastanza ravvicinato senza un
partito radicale a sé stante, autonomo e
provocatorio soggetto politico. Ed infatti non è
escluso che anche su un nuovo fronte, che presto
sarà di attualità generale, i radicali possano
tornare a sorprendere. Non è immaginabile che i
cambiamenti prossimi venturi nella società e
nella politica italiana possano passare
attraverso la cruna dell'ago dell'attuale
configurazione partitica. Chissà se il Pr non
darà per primo il via ad un rimescolamento
trasversale, che dovrà coinvolgere e travolgere
collocazioni politiche, funzionamenti
"interni", forme di aggregazione e di
azione, culture politiche e pratiche della
democrazia - e la stessa nozione ed esistenza di
"partiti" quali li conosciamo oggi. Il
privilegio di non aver una numerosa e stabile
base e di non disporre di un grande apparato,
insieme all'inventiva di cui finora ha sempre
dato prova, potrebbero predestinare il Pr ad
aprire nuove strade sul terreno della grande
riforma del sistema dei partiti. Con prevedibile
beneficio per tutti coloro che non si rassegnano
a stanche riedizioni o aggiustamenti ottici
dell'universo politico deja vu.
Questo quanto ad
un futuro non lontano. Ma per il presente -
perché lasciare ai soli socialisti il monopolio
di rapporti seri e reciproci con i radicali?
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SOMMARIO
C'è chi sente
"la puzza sotto il naso" quando sente
qualcuno che si professa "amico dei
radicali": ma da qualche tempo sembra vi
siano "pentiti" che da antiradicali
tentano di diventarne "emuli", come
Mario Capanna o Filippo Gentiloni. O come i
pacifisti che ora spostano la loro attenzione
dall'asse est-ovest a quello nord-sud, o i
"verdi" che scoprono con ritardo i
referendum antinucleari dei radicali, o anche
certi cattolici, ecc. Pare che oggi si scopra il
"perché non ci si possa non dire
radicali..." Perché, però, la
collaborazione con loro "appare così
difficile?" Vi sono ragioni
"epidermiche" ed altre più
sostanziali, ma ora occorre che "tanti
intellettuali, sindacalisti", ecc., rivedano
il loro atteggiamento di fondo. Certo, il Pr
"è sostanzialmente identificabile nel suo
gruppo dirigente", troppo
"compatto" e "partitista",
che tende a "strumentalizzare tutto". E
forse tra qualche tempo esso potrebbe aver
esaurito "la sua spinta propulsiva": ma
chissà che il Pr "per primo non darà per
primo il via ad un rimescolamento
trasversale" tra i partiti...
(IL MANIFESTO,
7 agosto 1985)
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