«Noi, ultime vittime di Yalta» Int. a M. Saakashvili


Saakashvili chiede il ritiro delle basi russe. Il presidente della Georgia non e' andato a Mosca per prepararsi ad accogliere il leader americano

Tblisi - Seduto in quello che fu il vecchio ufficio di Eduard Shevardnadze, con alle pareti qualche immagine religiosa e foto che lo raffigurano a fianco di personalità straniere, Mikhail Saakashvili non riesce a nascondere una certa euforia. Il 37enne presidente della Georgia si prepara a ricevere George Bush che comincia la prima visita di un presidente americano nel Caucaso. Dal 1801, anno dell'entrata della Georgia nell'impero zarista, la Russia si era abituata a considerare questa regione come zona di sua influenza esclusiva. Mikhail Saakhashvili, eroe della «rivoluzione delle rose», spiega perché la visita di George Bush ai suoi occhi è una consacrazione e il segno di un cambiamento geopolitico.
Perché lei ha deciso di boicottare la commemorazione del 9 maggio 1945 a Mosca?
«Perché abbiamo compreso che è attualmente impossibile un accordo sul ritiro delle truppe russe dalla Georgia, per il quale già nel 1999 la Russia si era impegnata a fissare una data. Come potevo recarmi a Mosca in queste condizioni, quando la presenza di truppe straniere sul nostro territorio impedisce la nostra piena sovranità! Per una ragione che ignoro la discussione con i russi si è bloccata. I russi hanno parlato di un rinvio di 12-11 anni, poi di tre o quattro. Noi siamo disponibili a essere comprensivi, ma vorremmo ricordare che alla Siria sono bastate due settimane per ritirare le sue forze dal Libano per quanto fossero quattro volte più numerose delle truppe russe in Georgia. Ieri ho avuto la mia prima telefonata con Vladimir Putin in nove mesi. Lui comprende la situazione, è un realista. Da parte nostra facciamo il necessario perché il processo del ritiro non si accompagni a una sensazione di umiliazione, circostanza che per i russi è importante. Noi proponiamo come data del ritiro l'inizio del 2008, anno delle prossime elezioni presidenziali in Georgia».
Cosa si attende dalla visita di George Bush?
«George Bush ha ribadito con forza che si adopererà per un sostegno alle riforme che portiamo avanti, così come alla soluzione dei «conflitti congelati» in Ahkhazia e Ossezia del Sud (regioni separatiste sostenute da Mosca). Ha ripetuto che la sovranità dei Paesi diventati indipendenti dopo la scomparsa dell'Urss deve essere rispettata. Bush ha anche parlato del crimine di Yalta, ed è molto importante per me, anch'io durante il summit della Guam ho parlato di lanciare una «Yalta democratica». Il 9 maggio 1945 non può che suscitare sentimenti misti in quanto per alcuni Paesi questa data ha significato l'inizio dell'oppressione sovietica». «L'arrivo di George Bush a Tbilisi ha un'importanza enorme perché avviene dopo quanto è successo in Ucraina e nel Kirghizistan. Da quando sono stato eletto, nel gennaio 2004, ci sentiamo al telefono con George Bush almeno una volta al mese. Sono sicuro di aver svolto un ruolo nella soluzione della crisi politica nel Kirghizistan. Avevo telefonato al presidente kazakho per spingerlo a convincere il leader kirghizo Askar Akaev a dimettersi. Nell'anno precedente alla rivoluzione in Ucraina non ho smesso di viaggiare e di parlare dovunque di un imminente cambiamento politico in quella repubblica. Molti non ci credevamo e dicevano che l'Ucraina era troppo legata alla Russia, Io ho sempre detto che non sono un esportatore di rivoluzioni, ma mi limito a constatare che le rivoluzioni di Kiev, Tbilisi e Bishkek sono avvenute in Paesi molto diversi tra loro. Esse sono segno della volontà della popolazione e non, come alcuni preferirebbero fingere, di un complotto della Cia o di Soros. Si tratta della seconda ondata di liberazione in Europa, dopo le rivoluzioni del 1989».
Si aspetta un seguito di questa ondata altrove, per esempio in Bielorussia o in Azerbajdzhan?
«Il regime di Alexandr Lukashenko è chiaramente una dittatura, un'anomalia nel cuore dell'Europa, Per quanto riguarda il presidente azerbajdzhano Ilham Aliev, lui capisce l'importanza delle riforme. Aliev non è un fanatico. Vedrete che non ordinerà più alla polizia di far disperdere con la violenza le manifestazioni dell' opposizione, come aveva fatto per tre anni».