«Più Francia, meno Europa. il sogno malato del no»

Massimo Nava
Corriere della Sera

Martinet «Dietro il rifiuto della Carta Ue, lo scontento per l'allargamento a Est. Ma c'è anche un nazionalismo trasversale, l'idea di dare una lezione al mondo». L'ex segretario dei socialisti: «C'è un legame oscuro fra la solidarietà all'ex terrorista Battisti e il fronte anti-referendum».

Una somma di nostalgie. Di grandeur gollista, di rivoluzione, di sicurezze economiche e culturali. Ha compiuto 89 anni, Gilles Martinet, ma è ancora acuto osservatore del malessere francese. Ex direttore del Nouvel Observateur, ex segretario del partito socialista ed ex ambasciatore in Italia negli anni della presidenza Mitterrand, Martinet è anche profondo conoscitore dell'Italia e dei complessi rapporti fra Roma e Parigi: andrebbe riletta la sagace conversazione con Sergio Romano, «Un'amicizia difficile", a cura di Michele Canonica. In cuor suo, spera ancora nella vittoria del "sì" al referendum sul trattato europeo, ma sostiene che l'ondata del «no» sarà la resa dei conti di vizi antichi del Paese. «Il no ha due cause precise: il malcontento contro il governo e l'allargamento dell'Europa che ha scatenato una doppia paura, quella di categorie che si sentono minacciate e quella di quanti vedono diluito il peso specifico della Francia. E' l'intreccio di nostalgie da grandeur e di insicurezze sociali, irrazionali ed emotive, con il risultato che l'Europa è ostaggio di logiche interne. Tipico l'atteggiamento degli agricoltori, sono al 70 per cento per il no e sono quelli che ricevono più soldi da Bruxelles".

La crescita del «no» riguarda soprattutto la sinistra, il partito socialista e le estreme. Questo che cosa c'entra con la grandeur perduta?
«C'entra, eccome. Il nazionalismo e la conservazione appartengono anche alla tradizione della sinistra. Il partito comunista è sempre stato nazionalista e anti europeo. Nel partito socialista c'è anche il cromosoma gollista, l'idea che basti battere i pugni sul tavolo per far valere le ragioni della Francia e dare lezioni al mondo. Tipica è la presunzione di cambiare la costituzione e di credere che i popoli europei condividano le ragioni e gli ideali della sinistra francese. Una tragica illusione».

Come è possibile un abbaglio collettivo di queste dimensioni?
"Si spiega con la perdita di contatto con la realtà. C'è cascato anche Chirac, quando si è rivolto al giovani in televisione. Un discorso da anni Sessanta, sul valori umanistici e universali della Francia e dell'Europa, mentre i giovani gli rovesciavano addosso insicurezze quotidiane, sfiducia nel futuro, diffidenza verso i Paesi dell'Est. Il Paese pretende di essere coeso, universale, egualitario ma si scopre frammentato, individualista, atomizzato in corporazioni, egoista. Tutti credono di perdere qualche cosa e tutti hanno qualche cosa da chiedere allo Stato che nello stesso tempo contestano e identificano con il potere politico. La mondializzazione ha messo in crisi il modello socialdemocratico renano e la sua versione francese, il gollismo. "Ogni battaglia diventa difensiva e rivendicativa. Il governo avrebbe forse voluto tracciare la strada delle riforme e della modernizzazione, ma ha fatto un passo avanti e due indietro, poiché la tradizione gollista propende per la coesione sociale».

La paura? Eppure la Francia resta il Paese con un altissimo livello di protezioni sociali e servizi pubblici. Il Paese dove lo Stato interviene dalla culla alla tomba. Quasi il «socialismo realizzato».
«Aumentano disoccupati e debito pubblico. C'è la sensazione che il modello non possa reggere e che le garanzie siano in pericolo. Da qui nascono la protesta interna e la diffidenza verso il mondo esterno. La paura del nuovo si avverte anche in una parte dell'imprenditoria che ufficialmente vota sì. A differenza di quelle italiane, le piccole imprese francesi non hanno una mentalità internazionale. Per loro, la mondializzazione è una minaccia».

Così il partito socialista rischia la scissione e si autocondanna all'opposizione.
"E' il risultato di atteggiamenti antichi. Mitterrand conquistò l'Eliseo con un programma di rottura anticapitalista e le nazionalizzazioni. La correzione di rotta fu imposta dai mercati internazionali, ma nella cultura del partito è sopravvissuta la nostalgia rivoluzionaria e anti capitalista che rende così difficile una politica riformista. Siccome la rivoluzione non è più possibile, si agitano bandiere e pretesti che la possano ricordare. Mi sembra di vedere un legame oscuro fra la solidarietà che i socialisti francesi hanno dato al terrorista Battisti e questo "no" all'Europa, considerata quasi l'espressione di una congiura finanziaria e liberista. E' un paradosso, naturalmente, ma è un fatto che molta sinistra non si sia liberata del mito della rivoluzione».

Ci sono ancora speranze che il "sì» recuperi?
«Non molte, anche se spesso i sondaggi si sbagliano. Il trattato è un compromesso, un sistema di regole. La Francia non ama i compromessi, preferisce la battaglia, anche quando è perdente. Non è un Paese riformista, ma rivoluzionario e conservatore nello stesso tempo: un concetto difficile da spiegare. A questo si aggiungono grettezze, calcoli di politica interna e tornaconti personali. Molti francesi sperano nella vittoria del "no" per sbarazzarsi di Chirac. Saranno importanti i confronti televisivi. I sondaggi hanno rivelato anche una frattura sociologica fra la Francia più aperta e internazionalizzata e la Francia più tradizionalista, ripiegata su se stessa, che non parla lingue straniere. La stessa Francia che avrebbe voluto bocciare Maastricht, con la differenza che oggi si sono uniti al coro anche molti giovani e borghesi».

Che cosa succede se passa il «no»?
«Sarà grave per l'Europa, ma l'Europa andrà comunque avanti. Sarà gravissimo per la Francia. Si rischia il ridicolo. Non oso pensare all'ondata di scherno verso un Paese che soltanto pochi mesi fa ha osato opporsi agli Stati Uniti. Era giusto opporsi, beninteso, ma lo stile doveva essere al passo con i tempi, che non sono piu quelli di de Gaulle. L'unico risultato positivo sarebbe un bagno di umiltà e la voglia di guardarsi dentro».