Aids e guerra: un binomio mortale per l’Africa

Filippo Robilant
Libertà e Giustizia

Sono passati più di dieci anni da quando alcuni membri della comunità scientifica internazionale ci esortavano a guardare al di là del fenomeno Aids. Ci ammonivano che da troppo tempo troppe persone violavano troppi ecosistemi. Ci avvertivano, per esempio, degli effetti allarmanti della graduale distruzione della biosfera tropicale: la foresta pluviale, essendo il serbatoio del pianeta più capiente di specie vegetale e animale, è anche il serbatoio più capiente di varietà di virus. E quando un ecosistema viene degradato, ci dicevano, virus sconosciuti sono sfrattati dai loro ambienti naturali e sottoposti ad una pressione selettiva estrema: alcuni reagiscono scomparendo, altri mutando rapidamente e cambiando habitat. Si domandavano dunque se il virus dell’immunodeficienza acquisita fosse solo un caso emblematico e non il culmine di un disastro, il quale invece avrebbe potuto prendere il nome di altri virus letali tipo Ebola, come abbiamo poi visto con la tragica epidemia scoppiata nella Zaire nel 1995, oppure Marburg, Junin, Lassa, Machupo, Guanarito, Dengue, O’nyong-nynong…E, ci ricordavano, con gli aeroporti internazionali i virus fanno il giro del mondo in un battibaleno, come recentemente dimostrato dall’epidemia della Sars.
E’ fuor di dubbio che, all’inizio degli Anni 90 i programmi nazionali contro l’Aids erano troppo rigidamente concepiti come programmi governativi anziché come frutto degli sforzi congiunti degli organi esecutivi, dei centri di ricerca, delle associazioni senza fini di lucro e del settore privato. La sfida posta alla comunità internazionale richiedeva invece una cooperazione coordinata, sostenibile, transnazionale e complementare. Detto altrimenti, il fatto che i virus ignorassero, ed ignorino, le frontiere, rendeva essenziale stabilire una politica comune tra gli Stati. Invece, la visione “globale” della pandemia, paradossalmente, anziché allargarsi si restringeva: i paesi donatori dimostravano una crescente predilezione a lavorare indipendentemente, oppure su base bilaterale con i paesi del Terzo mondo. Questo significava che le organizzazioni internazionali non godevano della necessaria credibilità per assegnare ruoli e creare i necessari meccanismi di coordinamento.
Per questo, nel febbraio 1994, con il Partito Radicale Transnazionale, proposi una campagna internazionale sull’Aids e sulle pandemie in genere, convinto che non si trattasse di un problema socio-sanitario unicamente ma anche di natura politico-istituzionale. L’obiettivo era di colmare un vuoto nel quadro giuridico internazionale, individuando strumenti che consentissero di reagire in maniera concertata e di ottimizzare gli sforzi sotto un’unica linea di comando che facesse capo direttamente al Segretario Generale delle Nazioni unite. Esattamente dieci anni sono passati da allora e, tra le diverse opzioni che venivano proposte, solo una ha visto la luce: la creazione di UNAIDS, l’agenzia Onu che concentra su di sé le attività anti-Aids anziché essere sparpagliate tra diverse organizzazioni (OMS, UNDP, UNFPA, Unicef ecc…). La risposta, ovviamente, è insufficiente. L’UNAIDS calcola che nel 2004 2,5 milioni di africani moriranno di Aids. La situazione peggiora anche perché in questi anni sulla crisi Aids si sono sovrapposti numerosi conflitti armati. L’HIV/Aids è da due a cinque volte maggiore tra i militari rispetto alle popolazioni civili. Il punto è che la pandemia dell’Aids e le guerre rappresentano due tendenze che si rafforzano reciprocamente mettendo a repentaglio qualsiasi sforzo di sviluppo democratico ed economico nel continente. La pandemia contribuisce all’instabilità e quindi alle tensioni che portano ai conflitti, i quali, in cambio, interferiscono con la prevenzione e le cure. L’International Crisis Group, un’organizzazione non-profit indipendente, ha recentemente pubblicato uno studio sul combinato disposto Aids/guerre, andando a guardare in particolare alle dimensioni e agli effetti della malattia tra i soldati, i rifugiati e i profughi. Lo studio giunge alle conclusioni che la comunità internazionale è stata ampiamente omissiva in questo campo e che dovrebbe quindi rapidamente stabilire che la crisi dell’Aids diventi parte integrante di negoziati di pace e di peacekeeping, di smobilitazione di eserciti e di bande armate, e di rimpatrio di rifugiati e di risistemazione di profughi. Per questo ulteriori donazioni al Global Fund contro l’Aids sono fondamentali, ma non basta: il via libera agli aiuti finanziari devono in cambio pretendere l’avvio di campagne di prevenzione nelle forze armate. Per esempio, il test dell’Aids dovrebbe passare da volontario ad obbligatorio per tutte le forze di peacekeeping. Solo l’Uganda, tra i paesi più colpiti, ha dimostrato di avere un approccio di più vasta portata, includendo l’esercito nella sua strategia complessiva. Un esempio che dovrebbe essere seguito da altri paesi del continente.