| L'Arlacchi
furioso L'Onu non paga più, l'antidroga ha fallito. Alla Farnesina, Intini ammette: "Quasi imbarazzante" 04.10.00 | Il Foglio| |
| Roma. Come il generale
Pierre Jacques Cambronne a Waterloo, Giuseppe Arlacchi non accetta la sconfitta
del suo piano antidroga in Afghanistan. Di fronte a una valan-ga di oppio
che si continua a produrre nel paese al crocevia dell'Asia, il direttore
del-la struttura dell'Onu creata per la lotta agli stupefacenti e al crimine
organizzato (Odccp) critica tutti fuorché se stesso. L'accusa principale
è rivolta ai rognosi talebani, padroni dell'Afghanistan con Corano e moschetto,
ma non manca un indiretto e stizzito lamento nei confronti dei paesi che
avevano finanziato la sua crociata e ora chiudono i rubinetti. Il New York Times del 18 settembre annunciava la disfatta con un titolo inequivocabile: "Le Nazioni Unite abbandonano gli sforzi per tenere a freno la crescita del papavero" in Afghanistan. A fine anno, secondo l'autorevole quotidiano americano, chiuderanno baracca anche i progetti pilota per la conversione della produzione di oppio in frumento. "A causa di una mancanza di appoggio finanziario e politico", ha sostenuto lo stesso Arlacchi. Il sottosegretario agli Esteri, Ugo Intini, rientrato la scorsa settimana da una missione diplomatica a Kabul, ha confessato al Foglio che "per quanto riguarda la droga, il fallimento del piano Onu è talmente catastrofico da essere al limite dell'imbarazzante". D'altro canto era stato Arlacchi in persona, il 15 settembre scorso, ad annunciare l'ultimo disastroso bollettino di guerra. Il monitoraggio dell'Onu segnalava che la produzione di oppio per il 2000 rimaneva praticamente invariata, rispetto all'anno precedente, tenendo conto della grave siccità che ha colpito il Sud del paese. Nel '99 era stata raggiunta la cifra record di 4581 tonnellate di papavero, mentre quest'anno ci si assesta sulle 3275 tonnellate. Dati sempre superiori rispetto alla produzione del '97, quando Arlacchi venne catapultato alla sede viennese delle Nazioni Unite per la lotta alla droga dalla scena politica italiana. "Pino", come lo chiamano tutti, ha 49 anni, è un ex sociologo, laureato a Trento e nato a Gioia Tauro. Grande esperto di mafia, ha scritto tre libri sull'argomento fino a quando non venne eletto senatore progressista nel Mugello. Per il posto a Vienna si attivò Romano Prodi insistendo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. In cambio Arlacchi lasciò il seggio all'ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Note di stampa per un ex senatore smemorato Soprannominato dai giornali americani "lo zar" dell'antidroga, pensò bene, fresco di investitura, di volare a Kandahar, l'antica capitale dell'Afghanistan, promettendo ai talebani oltre 250 milioni di dollari in dieci anni, se avessero sradicato la coltivazione dell'oppio. I dettagli del progetto riguardavano la conversione delle colture di papavero, la creazione di nuovi posti di lavoro e addirittura un programma di addestramento della polizia integralista in funzione antidroga. Oggi funzionano solo alcune opere di riconversione, che costano 5 milioni di dollari all'anno, ma a dicembre saranno destinate a chiudere. Si tratta di una goccia nell'oceano, perché l'Afghanistan continua a rifornire di eroina il 75 per cento del mercato mondiale. Già nel '99, il Dipartimento di Stato americano aveva lanciato un messaggio preciso: "Nonostante l'impegno delle Nazioni Unite, gli sforzi per lo sradicamento delle coltivazioni, la riduzione della produzione di droga, il miglioramento delle attività antinarcotiche e la limitazione della domanda sono completamente falliti". Arlacchi, però, sembra molto suscettibile al punto da mal sopportare le critiche. Non solo. Il suo portavoce a Vienna, Sandro Tucci, si rifiuta di parlare con i giornalisti che attaccano il capo. In una recente intervista rilasciata al quotidiano Il Giornale, ben poco morbido nei suoi confronti, Arlacchi ha superato se stesso giurando di non aver "mai offerto ai talebani di ridurre le coltivazioni di oppio in cambio di 250 milioni di dollari, sono loro ad avermi chiesto quei soldi ottenendo da me un secco rifiuto". Ben altra musica rispetto all'articolo pubblicato dal settimanale Panorama nel '98, quando l'ex senatore, non badando alle critiche dell'allora responsabile degli Aiuti umanitari europei, Emma Bonino, per l'Afghanistan annunciava: "Abbiamo già elaborato un progetto di sviluppo alternativo per tutto il paese: occorrono soltanto 25 milioni di dollari all'anno per dieci anni. Nei primi cinque contiamo di eliminare tutta la produzione, nei seguenti di consolidare il risultato in modo da renderlo permanente". Invece, dopo soli tre anni di gestione Arlacchi, la produzione di oppio afghano è esplosa e i paesi donatori si sono tirati indietro. Nelle altre aree del mondo coinvolte nel programma dell'Onu, lo "zar" antidroga può contare su discreti successi in Pakistan, Iran, Bolivia e Perú, ma in Birmania e Colombia i più grandi produttori di oppio e cocaina i risultati non si vedono. E spesso i soldi investiti dalle Nazioni Unite vanno a finire nelle mani dei guerriglieri colombiani delle Farc o fanno il gioco dell'impresentabile giunta militare birmana. |