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DI’ "NO" AI BISTURI
La conferenza in difesa dei genitali femminili a Bruxelles.
Lo slogan inventato fa effetto anche se la sua traduzione russa risulta giocosa: "Stop alle mutilazioni femminili" sembra quasi "Stop alle mutilazioni genitali causate dalle donne!". E’ stato diffuso l’emblema dell’iniziativa: le gambe aperte (femminili) e un individuo triste e dolente che si inchina su di esse. Al Parlamento Europeo si è svolto un rappresentativo convegno internazionale con la partecipazione delle militanti per i diritti delle donne, le first ladies, ambasciatori e statisti di tutto il mondo. Nonostante l’apparente carattere intimo dell’iniziativa, i suoi promotori hanno cercato di farsi sentire in tutto il mondo e di rendere il convegno un evento clamoroso.
I partecipanti alla conferenza sono arrivati alla conclusione che la mutilazione genitale femminile non viene imposta da nessuna religione, non può coincidere con le norme morali accettate dalla società, viola il diritto della donna alla libertà fisica e spirituale, contraddice le convenzioni internazionali del 1979 (contro la discriminazione delle donne) e del 1989 (sui diritti dei bambini). Infatti, ogni bambino ha il diritto di nascere dal canale la cui forma è stabilita dalla natura e non dai bisturi arrugginiti di un estremista sessuale - ha dichiarato al nostro inviato una simpatica ragazza di colore, delegata dalla Tanzania.
Alla fine del convegno è stata stesa una petizione, piena di sdegno e di ira, che chiede agli Stati di vietare la mutilazione genitale femminile; la petizione è stata inviata ai capi degli Stati che si praticano la mutilazione genitale femminile.
Le cifre annunciate al convegno che caratterizzano le dimensioni del fenomeno fanno davvero impressione. E’ venuto fuori che nel mondo ci sono circa 120 - 130 milioni di donne vittime delle mutilazioni femminili. Ogni anno fino a due milioni di bambine vengono sottoposte alla mutilazione.
Questa tradizione barbara è diffusa sul territorio di 28 stati africani, in alcuni paesi asiatici e nelle comunità degli emigranti che vivono negli Stati Uniti, in Canada, nell’Unione Europea, in Australia e in Nuova Zelanda.
Si tratta dell’asportazione, parziale o totale, dei genitali esterni. Secondo l’indagine dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, la mutilazione di una delle più sensibili parti del corpo femminile varia secondo la regione e le sue tradizioni. Dall'"innocua" circoncisione del clitoride fino all’asportazione, parziale o totale, della vulva, dopo la quale non rimangono che due piccoli buchi: uno per l’urina e il secondo per lasciar uscire il sangue mestruale.
Queste barbarie vengono praticate in condizioni antigieniche, dalle donne senza alcuna preparazione professionale. Il più delle volte sono le vecchie che da giovani subirono analoghi interventi. In alcune regioni il loro mestiere viene considerato professione. A proposito, i partecipanti alla conferenza hanno già pensato di trovargli un lavoro meno sanguinoso.
Perché questo orrore? - chiederanno molti lettori. E’ venuto fuori che l’intervento del genere, doloroso e, a quanto pare, inutile, a un organo importante per la salute della donna, rivela il tentativo della società di condannare la donna all’eterna tortura legata alla sessualità e alla procreazione. Insomma, si cerca di mostrare alla donna la sua deficienza.