Vesce, una morte contro tutte le intolleranze

Francesco Merlo
Corriere della Sera

Alcuni muoiono con il sorriso sulle labbra, altri invece con un ghigno, altri ancora, andandosene, diffondono un odore. C’è chi muore in odore di santità, e c’è chi muore in odore di peccato. Emilio Vesce è morto ieri mattina a Padova in odore di politica. O, per dirla meglio, è politica l’anima che ieri si è ripresa il corpo che dallo scorso novembre faceva ammattire i vivi. Chiamata a Dio sei mesi fa, e oggi finalmente giuntavi, non importa se alla Sua destra o alla Sua sinistra, l’anima di Vesce ha dunque deciso di riappropriarsi del guscio che aveva abitato, dell’astuccio di carne che ormai giaceva inerte, Campo di Marte delle più inutili terapie mediche. Ed è una morte politica perché toglie ferocia al duello legislativo sull’eutanasia. E’ politica perché sottrae quel corpo all’ulteriore, estremo invelenimento della campagna elettorale. Ed è ancora politica - la politica dei sentimenti - perché libera la moglie e i figli dall’intollerabile sofferenza degli impotenti, dai sensi di colpa che sempre appesantiscono le strategie terapeutiche familiari, inciampate in qualche intemperanza verbale, in qualche stanchezza, in qualche cura di troppo o di meno, nella consapevolezza di essere inadeguati, con quella costante tentazione di finirla, di finirlo, di finirsi. E c’è, per ultima, ancora una ragione politica nell’uscita di uno dei corpi radicali alla vigilia delle elezioni. E’ come se dal Cielo Radicale, Emilio Vesce giovedì scorso avesse inviato alle sue spoglie un inspiegabile febbrone, più accanito del più tenace accanimento medico, per aiutare l’amatissimo amico che era pronto ad assumersi il debito di quell’ultimo conto con la vita.
Vesce è arrivato prima, ce l’ha fatta da solo. Insomma l’ex deputato radicale è morto ieri mattina per non mettere nei guai Marco Pannella.
Del resto Emilio Vesce era vissuto sempre e soltanto di politica, la più nobile delle passioni, mai del tutto esente da oltranze, eccessi, ingiustizie, errori. Vesce li aveva attraversati tutti. Forse perché, svezzato a brodaglie di contestazione, era uno dei protagonisti della stagione in cui la politica era stata messa al primo posto, pietanza forte nel banchetto della vita, dove tutto il resto era contorno e decorazione. Come stupirsi dunque che anche la sua ultima battuta, quella d’uscita, sia stata politica? Per volontà dell’anima, o per caso, o perché anche la morte si adegua a un ritmo, l’ex deputato radicale ed ex professore di filosofia è così riuscito a dare un’ultima lezione di filosofia politica, e di politica radicale. E benché sia sempre audace avventurarsi nei paragoni, in questa sua uscita c’è la stessa amara saggezza del professore di economia Federico Caffè che, dopo aver vissuto per l’Economia, decise di sparire o, meglio, di far sparire il proprio corpo, di cui non sopportava quel degrado fisico che avrebbe comportato costi altissimi nell’economia affettiva dei propri allievi e dei propri familiari.
Un corpo abbandonato è sempre un corpo in ostaggio. Nell’antichità, persino durante le battaglie veniva concessa una pausa per recuperare i corpi: gli scontri riprendevano, ma diminuiva la crudeltà. Così, se il corpo di Patroclo fosse sparito, il duello tra Achille ed Ettore sarebbe stato meno feroce. E dunque Vesce, riprendendosi il suo corpo, toglierà ferocia ed acrimonia alla battaglia legislativa sull’eutanasia, sulla terapia del dolore, sulla dignità della morte, su tutti quegli argomenti controversi che stanno al di qual del bene e del male, dove nessuno ha ragione ed è dunque compito della politica tenere conto di tutte le ragioni. C’è sicuramente intelligenza politica nell’avere tolto ogni sospetto d’uso demagogico e di strumentalizzazione brutale del corpo di Vesce.
La discrezione di questa morte consente adesso, proprio nel nome di Vesce, un confronto appassionato, umano e giuridico, su quello che Indro Montanelli, misurato militante del «partito» dell’eutanasia, chiama «il diritto del paziente di decidere fino a che limite le sue forze lo dispongano all’accettazione delle sofferenze fisiche o morali di un’agonia senza speranza». Politica, altissima politica, è legiferare su tutti questi problemi insoluti e insolubili: quando uno è morto, e quando è invece vivo, e quali sono i protocolli affettivi e i protocolli medici, e come si può rispettare ogni religione senza intolleranze laiche ma senza violare, per intolleranze religiose, la volontà di andarsene di un degente terminale che ha perduto la propria dignità. «Per dignità - ha scritto Montanelli - intendo anche (e dico anche) l’abilitazione a frequentare da solo la stanza da bagno». L’uscita discretissima di Vesce consegna alla politica anche questo quesito: a chi la legge, ormai necessaria, dovrebbe affidare le responsabilità esecutive, in un Paese nel quale - come è stato finalmente documentato - la morte assistita si diffonde irresistibilmente, praticata di nascosto e senza controllo, proprio come accadeva con gli aborti clandestini, negli ospedali e nelle case, dai medici, dagli infermieri, dai familiari, persino dalle suore?
Si sa che i radicali sono esagitati, estemporanei, piazzaioli e spettacolari. E tuttavia è difficile trovare un’uscita di scena più sobria ed elegante della sparizione di questo corpo radicale. Nel giorno delle votazioni l’esagitato radicale Emilio Vesce è riuscito a spegnere tutti i rumori di fondo, tutto il brusio e tutta la retorica della politica. E dunque la sua saggia morte preelettorale chiarisce anche la cifra del comportamento radicale, con un insegnamento, per i suoi stessi compagni, che può sembrare un paradosso: bisogna fare casino, ma per imporre la discrezione.