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Un'altra Amina da salvare
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A giorni sarà fucilata per omicidio. Ma ai tempi del delitto era minorenne. Eurodeputati e Ong si appellano al presidente dello Yemen perché conceda la grazia.
Qualcuno inizìerà a pensare che quel nome porti male: Amina, in arabo ”la leale”, si chiamava la 26enne afghana uccisa giorni fa dalla famiglia per un amore clandestino. Amina era il nome della nigeriana trentenne che per anni ha combattuto in tribunale (e su internet) contro la lapidazione per adulterio, riuscendo a farsi assolvere in extremis. E ora è quello della yemenita di 21 anni condannata alla fucilazione per l'omicidio del marito, commesso (ma lei nega) quando era ancora minorenne.
Un'altra Amina da salvare, e in fretta. Vittima come tante altre donne di tradizioni tribali antiche ma soprattutto, questa volta, di sistemi giudiziari che poco rispettano i diritti umani e, spesso, nemmeno le loro stesse leggi. La sua sorte sarà decisa nei prossimi giorni: l'esecuzione nella meravigliosa e antica città di Sanaa sarebbe già fissata per domenica prossima, festa nazionale. E perché venga annullata si stanno mobilitando in molti, anche in Occidente. Appelli sono arrivati dalle grandi associazioni umanitarie come Nessuno tocchi Caino ed Amnesty International. Anche l'Europarlamento si è mosso: da Lilli Gruber, responsabile dell'Assemblea di Strasburgo per i rapporti con il Golfo, a Emma Bonino, impegnata da tempo per i diritti delle donne arabe, settanta eurodeputati hanno sottoscritto una petizione rivolta al presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh, perché le salvi la vita. Una possibilità non remota. Basterebbe osservare le leggi nazionali.
Amina Ali Abdulatif Al Tuhaif, questa Amina, si è sempre proclamata innocente. Ma anche se avesse partecipato all'uccisione del marito in quel villaggio sulle montagne dove l'anagrafe non esiste, lei ai tempi del delitto era comunque minorenne. Pur avendo già due figlie aveva 14 anni, forse 15 quel giorno. Di certo non i 18 anni al disotto dei quali il Codice Penale yemenita vieta la pena capitale già dal 1994, quando il Paese applicò la Convenzione sui Diritti del fanciullo firmata poco prima. E anche rispettando il verdetto dei tre gradi di giudizio che hanno ormai decretato Amina omicida di quell'uomo sposato quando lei aveva solo 11 anni, la pena massima per l'uxoricida-bambina sarebbe dieci anni di carcere. Lei ne ha già scontati sette.
Nella terribile e gelida prigione di Al Mahweet, poi in quella non molto migliore di Sanaa, Amina ha già scontato in realtà ben più di sette anni. Prima è stata torturata — sostiene il suo avvocato Shada Nasser e sono convinti gli attivisti umanitari che seguono il caso — perché confessasse l'omicidio di cui è stata accusata con un cugino della vittima, poi sparito nel nulla. Quindi è stata violentata da una o più guardie. E lo stupro, paradossalmente, le ha salvato la vita. Trascinata davanti al plotone di esecuzione tre anni fa, i soldati si accorsero che la condannata era incinta e la fucilazione fu sospesa. Non cancellata, solo rimandata come prescrive la legge al compimento del secondo anno di età del bambino per permetterne il completo svezzamento. La scadenza-compleanno è arrivata lo scorso 5 maggio, quando la fucilazione della donna è stata nuovamente posticipata senza apparenti motivazioni.
«Il rinvio della condanna a morte è un segno di sensibilità delle autorità yemenite e di questo le ringraziamo, ma speriamo che alla ragazza sarà risparmiata la vita», ha dichiarato Andrea Stroppiana di Ricerca e Cooperazione. L'ong italiana ha lanciato una petizione per la grazia e ancor prima ha creato un Centro di difesa legale in cui avvocati volontari yemeniti difendono gratuitamente donne e minori, con il cofinanziamento e il patrocinio dell'Unione Europea. La speranza è che almeno per questa Amina, come è stato per la sorella nigeriana, la mobilitazione internazionale contribuisca a scardinare tradizioni antiche e ingiustizie moderne. Diffuse tra molte ragazze e donne che portano quel nome sfortunato ma non solo.
Qualcuno inizìerà a pensare che quel nome porti male: Amina, in arabo ”la leale”, si chiamava la 26enne afghana uccisa giorni fa dalla famiglia per un amore clandestino. Amina era il nome della nigeriana trentenne che per anni ha combattuto in tribunale (e su internet) contro la lapidazione per adulterio, riuscendo a farsi assolvere in extremis. E ora è quello della yemenita di 21 anni condannata alla fucilazione per l'omicidio del marito, commesso (ma lei nega) quando era ancora minorenne.
Un'altra Amina da salvare, e in fretta. Vittima come tante altre donne di tradizioni tribali antiche ma soprattutto, questa volta, di sistemi giudiziari che poco rispettano i diritti umani e, spesso, nemmeno le loro stesse leggi. La sua sorte sarà decisa nei prossimi giorni: l'esecuzione nella meravigliosa e antica città di Sanaa sarebbe già fissata per domenica prossima, festa nazionale. E perché venga annullata si stanno mobilitando in molti, anche in Occidente. Appelli sono arrivati dalle grandi associazioni umanitarie come Nessuno tocchi Caino ed Amnesty International. Anche l'Europarlamento si è mosso: da Lilli Gruber, responsabile dell'Assemblea di Strasburgo per i rapporti con il Golfo, a Emma Bonino, impegnata da tempo per i diritti delle donne arabe, settanta eurodeputati hanno sottoscritto una petizione rivolta al presidente dello Yemen, Ali Abdallah Saleh, perché le salvi la vita. Una possibilità non remota. Basterebbe osservare le leggi nazionali.
Amina Ali Abdulatif Al Tuhaif, questa Amina, si è sempre proclamata innocente. Ma anche se avesse partecipato all'uccisione del marito in quel villaggio sulle montagne dove l'anagrafe non esiste, lei ai tempi del delitto era comunque minorenne. Pur avendo già due figlie aveva 14 anni, forse 15 quel giorno. Di certo non i 18 anni al disotto dei quali il Codice Penale yemenita vieta la pena capitale già dal 1994, quando il Paese applicò la Convenzione sui Diritti del fanciullo firmata poco prima. E anche rispettando il verdetto dei tre gradi di giudizio che hanno ormai decretato Amina omicida di quell'uomo sposato quando lei aveva solo 11 anni, la pena massima per l'uxoricida-bambina sarebbe dieci anni di carcere. Lei ne ha già scontati sette.
Nella terribile e gelida prigione di Al Mahweet, poi in quella non molto migliore di Sanaa, Amina ha già scontato in realtà ben più di sette anni. Prima è stata torturata — sostiene il suo avvocato Shada Nasser e sono convinti gli attivisti umanitari che seguono il caso — perché confessasse l'omicidio di cui è stata accusata con un cugino della vittima, poi sparito nel nulla. Quindi è stata violentata da una o più guardie. E lo stupro, paradossalmente, le ha salvato la vita. Trascinata davanti al plotone di esecuzione tre anni fa, i soldati si accorsero che la condannata era incinta e la fucilazione fu sospesa. Non cancellata, solo rimandata come prescrive la legge al compimento del secondo anno di età del bambino per permetterne il completo svezzamento. La scadenza-compleanno è arrivata lo scorso 5 maggio, quando la fucilazione della donna è stata nuovamente posticipata senza apparenti motivazioni.
«Il rinvio della condanna a morte è un segno di sensibilità delle autorità yemenite e di questo le ringraziamo, ma speriamo che alla ragazza sarà risparmiata la vita», ha dichiarato Andrea Stroppiana di Ricerca e Cooperazione. L'ong italiana ha lanciato una petizione per la grazia e ancor prima ha creato un Centro di difesa legale in cui avvocati volontari yemeniti difendono gratuitamente donne e minori, con il cofinanziamento e il patrocinio dell'Unione Europea. La speranza è che almeno per questa Amina, come è stato per la sorella nigeriana, la mobilitazione internazionale contribuisca a scardinare tradizioni antiche e ingiustizie moderne. Diffuse tra molte ragazze e donne che portano quel nome sfortunato ma non solo.
Iscritti e contribuenti 2013
| Giuseppe R. Roma | 590 € |
| Salvatore P. Capistrello | 200 € |
| Giancarlo B. Torino | 30 € |
| Marco B. Merano | 20 € |
| Davide B. Prato | 50 € |
| Giuseppe P. Grottammare | 50 € |
| Maurizio T. Roma | 1.000 € |
| Rosa A. Firenze | 590 € |
| Giuliano G. Sondrio | 590 € |
| Sergio Pasquale R. Cremona | 500 € |
| Totale | 326.746 € |
Iscrizioni e contributi (online) 2013
Comunicati stampa
27/11/2012
Antenna di BruxellesElisabetta ZamparuttiIraqNessuno Tocchi CainoParlamento europeoPena di morteStruan Stevenson
Presentato al Parlamento europeo il Rapporto annuale di Nessuno Tocchi Caino
26/11/2012
Antenna di BruxellesIraqNessuno Tocchi CainoParlamento europeoPena di morte
Presentazione al Parlamento europeo del rapporto annuale di Nessuno Tocchi Caino sulla pena di morte nel mondo, con focus sull'Iraq.
Rassegna stampa
Documenti
09/07/2010
Pena di morte
OSCE: RISOLUZIONE SULLA MORATORIA DELLA PENA DI MORTE E VERSO LA SUA ABOLIZIONE
30/01/2008
Interrogazioni (PE) Pena di morte
Interrogazione di Marco Cappato e Marco Pannella alla Commissione sulla Pena di morte in Afghanistan
20/08/2007
Pena di morte Rapporti
LA CAMPAGNA DEL PARTITO RADICALE E DI NESSUNO TOCCHI CAINO PER LA MORATORIA ONU DELLE ESECUZIONI CAPITALI
03/02/2007
Interrogazioni (PE) Pena di morte
Peru/pena di morte: interrogazione di Marco Cappato e Marco Pannella
radioradicale.it
2013-05-19 17:00:00 Conversazione settimanale di Massimo Bordin con Marco Pannella
2013-04-21 17:02:37 Conversazione settimanale con Marco Pannella
2013-04-16 16:35:06 Seduta 13ª (XVII legislatura)
2013-04-07 17:00:00 Conversazione settimanale di Valter Vecellio con Marco Pannella
2013-03-17 17:00:00 Conversazione settimanale con Marco Pannella 










