James O'Brien, the Albright Group LLC USA; a destra, seduto: Sadek El Mehdi, già Ministro del Sudan (in occasione della tavola rotonda, promossa da No Peace Without Justice, in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri, presso il Senato della Repubblica, intitolata: "Il ruolo della comunità internazionale nella promozione della democrazia e lo stato di diritto").
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Un ragionevole disarmo: Peace dividend e sicurezza
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SOMMARIO: Occorre una nuova volontà politica, non solo per dare voce e forza alle ragionevoli proposte di riduzione delle spese militari e per un nuovo modello di difesa, ma anche per costruire nuove e più credibili politiche per la sicurezza e lo sviluppo, che conferiscano urgenza e necessità a queste proposte.
Le prerogative della difesa collettiva devono essere trasferite alle Nazioni Unite, a cui tutti i paesi democratici devono assegnare, come previsto dalla Carta, anche propri contingenti militari.
(Il Partito Nuovo, n.2, Luglio 1991)
Non più solo le forze politiche di opposizione o i pacifisti, ma le più prestigiose organizzazioni delle Nazioni Unite e molti governanti ritengono che oggi sarebbe ragionevole ridurre le spese militari mondiali dal 2 al 5 per cento. La fine della «guerra fredda» fra le due superpotenze contentirebbe infatti di liberare consistenti risorse dagli impegni bellici - i «peace dividend» - a favore di impieghi civili, senza compromettere le capacità difensive militari esitenti.
Con una riduzione del 5% annuo, in dieci anni si contrarrebbe la spesa militare mondiale del 40%, rendendo disponibili per impieghi pacifici circa 2.300 miliardi di dollari: quasi due volte il debito del Terzo Mondo.
Per i paesi del Terzo Mondo e per quelli ex-socialisti questa riduzione fornirebbe una immediata boccata d'ossigeno per affrontare i propri drammatici problemi di sviluppo.
I paesi industrializzati potrebbero invece utilizzare una parte - diciamo il 50% - per la spesa interna (riconversione delle strutture militari, programmi sociali, appianamento del deficit pubblico...) e l'altra metà per fronteggiare le emergenze del nostro tempo, prime fra queste lo sterminio di milioni di persone per fame e malnutrizione e il degrado ambientale di intere regioni del mondo.
La riduzione del 5% annuo della spesa militare dei paesi dell'OCSE libererebbe in dieci anni circa 1.400 miliardi di dollari di cui 700 potrebbero essere destinati alla difesa dalle nuove minacce: il rischio ambientale, la desertificazione, la disperazione di oltre un miliardo di persone costretta al di sotto della soglia minima di povertà.
Bisogna ricordare che questa decisione servirebbe semplicemente a portare attorno allo 0,7% del PIL gli aiuti e i crediti allo sviluppo dei paesi dell'OCSE, che attualmente si aggira intorno allo 0,3%, dando finalmente attuazione, dopo 21 anni, ad una direttiva dell'Assemblea delle Nazioni Unite del 1970.
Fin qui le cifre e le evidenze della ragionevolezza. Ma sappiamo che non bastano.
Occorre, infatti, che s'imponga una nuova volontà politica, non solo per dare voce e forza alle ragionevoli proposte di riduzione delle spese militari e per un nuovo modello di difesa, ma anche per costruire nuove e più credibili politiche per la sicurezza e lo sviluppo, che conferiscano urgenza e necessità a queste proposte.
Sappiamo, infatti, che nonostante la fine della contrapposizione fra i due blocchi militari, la guerra ha massacrato e continua a massacrare intere popolazioni. Sappiamo che neppure i fermi richiami, per la prima volta unanimi, delle Nazioni Unite per il ripristino del diritto violato nel Golfo hanno impedito che l'ultima parola fosse affidata, ancora una volta, alle armi.
Sappiamo ancora che anche fondi così consistenti rischierebbero di riprodurre i guasti e i fallimenti dell'attuale politica di aiuto allo sviluppo se non s'intervenisse con nuovi vincoli politici sia nei confronti dei paesi donatori che verso i paesi beneficiari dell'aiuto.
Assistiamo infatti impotenti all'uso da parte dei paesi ricchi degli «aiuti», ad esclusivo beneficio delle proprie esportazioni, spesso di armi, per il controllo dei prezzi delle materie prime e per il sostegno di regimi totalitari «alleati»; nei paesi poveri all'utilizzo dei doni e dei crediti a prevalente o esclusivo vantaggio di classi politiche e militari corrotte, che proprio grazie agli aiuti internazionali riescono ad imporre, con la violazione dei più elementari diritti umani, regimi di fame e di paura.
Ma sappiamo anche, da radicali, che due sono i cammini politici obbligati da esplorare e percorrere con decisione per vincere la rassegnazione allo sterminio per fame e al disordine mondiale e per costruire una alternativa credibile all'opzione militare: il trasferimento progressivo a nuove istituzioni di diritto internazionale delle prerogative nazionali in materia di sicurezza e sviluppo; l'affermazione della democrazia come più efficace antidoto alla guerra.
E' necessario quindi affermare, anche con decisioni limitate, ma concrete, che le prerogative della difesa collettiva devono essere trasferite alle Nazioni Unite a cui tutti i paesi democratici devono assegnare, come previsto dalla Carta, anche propri contingenti militari.
E' necessario conquistare, anche con decisioni limitate ma emblematiche, la consapevolezza che la forza di persuasione dell'arma informativa è pari se non superiore a quella delle armi militari; può insomma risparmiare al mondo l'orrore non solo delle guerre di aggressione ma anche delle «guerre giuste».
E' necessario togliere, quanto più possibile, agli Stati nazionali la gestione dei possibili «peace dividend», trasferendo ad una istituzione di diritto sovranazionale la competenza in materia di «global commons»: sia che si debba combattere l'«effetto serra» sia che si debba vincere la battaglia contro lo sterminio per fame. Una ipotesi da approndire e sviluppare è quella di far confluire i «peace dividend» e gli attuali fondi nazionali per lo sviluppo in un «Fondo per la Sicurezza Globale» (FSG), gestito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite allargato alla partecipazione, con pieni diritti, delle grandi istituzioni sovranazionali esistenti o che si costituiranno, purché fondate sui principi democratici e legittimate dal suffragio popolare.
La concessione degli aiuti deve poi essere condizionata a precise garanzie da parte dei paesi beneficiari: rispetto dei diritti umani; riduzione concordata delle spese militari; rinuncia al possesso delle armi di distruzione di massa, sia chimiche, batteriologiche e nucleari, che «convenzionali»; impegno a far fronte prioritariamente a quegli interventi che consentano la crescita sensibile e verificabile dell'«indice di sviluppo umano» definito dalle Nazioni Unite (speranza di vita, tasso d'alfabetizzazione, livello d'istruzione, prodotto nazionale pro capite).
Le prerogative della difesa collettiva devono essere trasferite alle Nazioni Unite, a cui tutti i paesi democratici devono assegnare, come previsto dalla Carta, anche propri contingenti militari.
(Il Partito Nuovo, n.2, Luglio 1991)
Non più solo le forze politiche di opposizione o i pacifisti, ma le più prestigiose organizzazioni delle Nazioni Unite e molti governanti ritengono che oggi sarebbe ragionevole ridurre le spese militari mondiali dal 2 al 5 per cento. La fine della «guerra fredda» fra le due superpotenze contentirebbe infatti di liberare consistenti risorse dagli impegni bellici - i «peace dividend» - a favore di impieghi civili, senza compromettere le capacità difensive militari esitenti.
Con una riduzione del 5% annuo, in dieci anni si contrarrebbe la spesa militare mondiale del 40%, rendendo disponibili per impieghi pacifici circa 2.300 miliardi di dollari: quasi due volte il debito del Terzo Mondo.
Per i paesi del Terzo Mondo e per quelli ex-socialisti questa riduzione fornirebbe una immediata boccata d'ossigeno per affrontare i propri drammatici problemi di sviluppo.
I paesi industrializzati potrebbero invece utilizzare una parte - diciamo il 50% - per la spesa interna (riconversione delle strutture militari, programmi sociali, appianamento del deficit pubblico...) e l'altra metà per fronteggiare le emergenze del nostro tempo, prime fra queste lo sterminio di milioni di persone per fame e malnutrizione e il degrado ambientale di intere regioni del mondo.
La riduzione del 5% annuo della spesa militare dei paesi dell'OCSE libererebbe in dieci anni circa 1.400 miliardi di dollari di cui 700 potrebbero essere destinati alla difesa dalle nuove minacce: il rischio ambientale, la desertificazione, la disperazione di oltre un miliardo di persone costretta al di sotto della soglia minima di povertà.
Bisogna ricordare che questa decisione servirebbe semplicemente a portare attorno allo 0,7% del PIL gli aiuti e i crediti allo sviluppo dei paesi dell'OCSE, che attualmente si aggira intorno allo 0,3%, dando finalmente attuazione, dopo 21 anni, ad una direttiva dell'Assemblea delle Nazioni Unite del 1970.
Fin qui le cifre e le evidenze della ragionevolezza. Ma sappiamo che non bastano.
Occorre, infatti, che s'imponga una nuova volontà politica, non solo per dare voce e forza alle ragionevoli proposte di riduzione delle spese militari e per un nuovo modello di difesa, ma anche per costruire nuove e più credibili politiche per la sicurezza e lo sviluppo, che conferiscano urgenza e necessità a queste proposte.
Sappiamo, infatti, che nonostante la fine della contrapposizione fra i due blocchi militari, la guerra ha massacrato e continua a massacrare intere popolazioni. Sappiamo che neppure i fermi richiami, per la prima volta unanimi, delle Nazioni Unite per il ripristino del diritto violato nel Golfo hanno impedito che l'ultima parola fosse affidata, ancora una volta, alle armi.
Sappiamo ancora che anche fondi così consistenti rischierebbero di riprodurre i guasti e i fallimenti dell'attuale politica di aiuto allo sviluppo se non s'intervenisse con nuovi vincoli politici sia nei confronti dei paesi donatori che verso i paesi beneficiari dell'aiuto.
Assistiamo infatti impotenti all'uso da parte dei paesi ricchi degli «aiuti», ad esclusivo beneficio delle proprie esportazioni, spesso di armi, per il controllo dei prezzi delle materie prime e per il sostegno di regimi totalitari «alleati»; nei paesi poveri all'utilizzo dei doni e dei crediti a prevalente o esclusivo vantaggio di classi politiche e militari corrotte, che proprio grazie agli aiuti internazionali riescono ad imporre, con la violazione dei più elementari diritti umani, regimi di fame e di paura.
Ma sappiamo anche, da radicali, che due sono i cammini politici obbligati da esplorare e percorrere con decisione per vincere la rassegnazione allo sterminio per fame e al disordine mondiale e per costruire una alternativa credibile all'opzione militare: il trasferimento progressivo a nuove istituzioni di diritto internazionale delle prerogative nazionali in materia di sicurezza e sviluppo; l'affermazione della democrazia come più efficace antidoto alla guerra.
E' necessario quindi affermare, anche con decisioni limitate, ma concrete, che le prerogative della difesa collettiva devono essere trasferite alle Nazioni Unite a cui tutti i paesi democratici devono assegnare, come previsto dalla Carta, anche propri contingenti militari.
E' necessario conquistare, anche con decisioni limitate ma emblematiche, la consapevolezza che la forza di persuasione dell'arma informativa è pari se non superiore a quella delle armi militari; può insomma risparmiare al mondo l'orrore non solo delle guerre di aggressione ma anche delle «guerre giuste».
E' necessario togliere, quanto più possibile, agli Stati nazionali la gestione dei possibili «peace dividend», trasferendo ad una istituzione di diritto sovranazionale la competenza in materia di «global commons»: sia che si debba combattere l'«effetto serra» sia che si debba vincere la battaglia contro lo sterminio per fame. Una ipotesi da approndire e sviluppare è quella di far confluire i «peace dividend» e gli attuali fondi nazionali per lo sviluppo in un «Fondo per la Sicurezza Globale» (FSG), gestito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite allargato alla partecipazione, con pieni diritti, delle grandi istituzioni sovranazionali esistenti o che si costituiranno, purché fondate sui principi democratici e legittimate dal suffragio popolare.
La concessione degli aiuti deve poi essere condizionata a precise garanzie da parte dei paesi beneficiari: rispetto dei diritti umani; riduzione concordata delle spese militari; rinuncia al possesso delle armi di distruzione di massa, sia chimiche, batteriologiche e nucleari, che «convenzionali»; impegno a far fronte prioritariamente a quegli interventi che consentano la crescita sensibile e verificabile dell'«indice di sviluppo umano» definito dalle Nazioni Unite (speranza di vita, tasso d'alfabetizzazione, livello d'istruzione, prodotto nazionale pro capite).
Iscrizioni e contributi 2012
Comunicati stampa
18/10/2006
Antimilitarismo
Obiettori di coscienza / Cappato: la Commissione metterà sotto esame l´Italia.
Ottima notizia per i cittadini discriminati.
05/02/2004
Antimilitarismo
IL PARTITO DELLE MADRI DEI SOLDATI: CONGRATULAZIONI E I MIGLIORI AUGURI DI SUCCESSO NELLA NOSTRA LOTTA COMUNE
16/01/1992
Antimilitarismo
I SENATORI VERDI E RADICALI BOATO, CORLEONE E STRIK LIEVERS SULLA NUOVA LEGGE PER L'OBIEZIONE DI COSCIENZA
Rassegna stampa
Documenti
08/12/2003
Antimilitarismo Discorsi (partito)
CONVERSIONE DELLE SPESE E STRUTTURE MILITARI IN SPESE E STRUTTURE CIVILI. COMMUNICAZIONE DI MARCO CAPPATO
22/11/2002
Antimilitarismo Documenti generici
BIMESTRALE 'IDEAZIONE' del 22 Novembre 2002 di: Antonio Martino:"UNA POLITICA PER LA DIFESA"
radioradicale.it
2012-02-10 11:46:43 Le foibe, gli eccidi dei partigiani comunisti jugoslavi di Tito in Italia, le polemiche del passato, la congiura del silenzio, i radicali
2012-02-10 10:45:00 Verità e giustizia su Formigoni. Rispetto dei Referendum milanesi. Liberalizzazioni: l'alternativa Radicale a Milano 2012-02-09 12:32:10 L'amministrazione della giustizia, la responsabilità civile dei magistrati, il caso Tortora, Napoli, i referendum radicali della primavera 86
2012-02-09 08:57:55 Notiziario del mattino
2012-02-08 23:51:37 Collegamento di Marco Pannella
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