UN DIBATTITO SENZA TABU' PER IL FUTURO DELLA MACEDONIA!

Olivier Dupuis (*)
L'Opinione

Malgrado gli sforzi tanto intensi quanto tardivi dell'Unione europea e malgrado il coraggio, lo spirito di tolleranza e la tenacia di alcuni - troppo rari - rappresentanti macedoni e albanesi di Macedonia, il continuo degrado della situazione in questa repubblica dell'ex Iugoslavia fino ad oggi risparmiata dalla guerra e dalla pulizia etnica è estremamente grave.

Ma né l'immensa tristezza suscitata da questa spirale di violenze né la delusione profonda di aver invano denunciato, per anni, l'irresponsabilità della politica dello staus quo e del minimo sforzo dell'Unione nel corso degli ultimi anni possono portare dei buoni consigli. Bisogna, in queste ore difficili riaffermare, malgrado e contro tutto, la forza del diritto, della democrazia e del dialogo, contro le espressioni di disperazione, sotto tutte le sue forme, a cominciare dal ricorso alla violenza.

Bisogna creare le condizioni per un dibattito duro, serrato, rigoroso e leale sul futuro della Macedonia. Un dibattito senza tabù dove tutte le proposte possano essere studiate, valutate, modificate e arricchite. E che alla fine di questo processo, l'insieme della società macedone si pronunci su un nuovo modello istituzionale e politico capace di assicurare una coabitazione armoniosa di tutti i cittadini.

Un dibattito che deve certamente evitare di richiudersi nel passato, ma che non può prescindere dalle origini della crisi attuale, riducendola al prodotto della sola azione di fattori esterni. Non si tratta di negare il ruolo deleterio giocato da certi elementi esterni, a cominciare da alcuni guerrafondai romantici e irresponsabili che occupano i caffé di Pristina. Ma resta che le radici della crisi affondano per l'essenziale nel cuore della Repubblica di Macedonia. Nell'assenza di vere e proprie riforme nel corso dei primi 7 anni di esistenza della Macedonia indipendente. Quelle, in modo particolare, che avrebbero permesso all'importante comunità albanofona di sentirsi parte integrante e attiva di questo nuovo paese.

L’ostinazione dei primi governi macedoni (e dell'ex presidente Gligorov in primis) a voler edificare uno stato nazionale dove nazionale significava solamente «slavo-macedone», il loro paternalismo spesso hanno creato il terreno fertile sul quale sono cresciute, innestandosi sulle frustrazioni ereditate dal regime comunista, delle nuove frustrazioni di una comunità albanofona tenuta ai margini del sistema, largamente esclusa dall'amministrazione pubblica e dal settore economico «forte», quello delle grandi imprese pubbliche.

La corsa contro il tempo avviata nel 1999 dal governo di centro-destra del Presidente Georgievski per colmare l'enorme ritardo accumulato e per tentare di dare in maniera pragmatica soluzioni concrete a queste frustrazioni si è scontrata con le resistenze di un'opposizione rancorosa e, soprattutto, alle necessità di colmare un altro ritardo: quello accumulato nelle riforme economiche (in primo luogo le privatizzazioni). Una situazione che rendeva difficile qualsiasi misura che permettesse di affrontare le disparità di trattamento di cui erano vittima gli albanofoni in termini di impiego e di responsabilità nell'amministrazione dello Stato e delle grandi imprese.

In un contesto tanto sfavorevole e malgrado l'ostruzionismo delle forze post-comuniste, l'opposizione crescente dei settori albanofoni più nazionalisti e la mancanza di un sostegno da parte della comunità internazionale (con la notevole eccezione del Commissario per le Minoranze dell'OSCE, Max van der Stoel, e in parte, del Parlamento europeo), la nuova maggioranza è riuscita comunque a trovare una soluzione pragmatica ad una delle principali rivendicazioni degli albanofoni: la creazione di un'Università.

Un compromesso, imperfetto per definizione, ma onorevole, che tuttavia arrivava troppo tardi per «neutralizzare» gli elementi più intransigenti della comunità albanofona. Proprio quelli che avevano finito per trovare nell'Università parallela di tetovo il luogo dove esprimere le frustrazioni accumulate, comprese quelle che derivavano dalle tergiversazioni e dagli errori del governo di Giorgevski nei primi giorni dell'immensa operazione di pulizia etnica organizzata dall'ex presidente Milosevic e che ha visto l'espulsione dal Kosovo, manu militari, di centinaia di migliaia di donne, uomini, vecchi e bambini. Errori gravi che solo il sangue freddo e la determinazione del Presidente del Partito Democratico degli Albanesi, Arben Xhaferi, impedirono di trasformare in tragedia.

Le frustrazioni dei Kosovari, tuttora privi di prospettive chiare quanto allo statuto finale del loro paese, la mistica guerriera sviluppata da alcuni di loro e l'assenza di una qualsiasi politica degna di questo da parte dell'Unione, hanno fatto il resto.

Alcuni ricorderanno la primavera del 1999, quando la Commissione ed il Consiglio - terrorizzati dalla «minaccia» di una domanda di adesione in buona forma da parte di un governo macedone esasperato dallo scarso impegno dell'Unione - «offrirono» alla Macedonia l'Accordo di Stabilità e di associazione. Quello stesso che entrerà in vigore tra qualche settimana… Ennesimo ripiego di un processo d'allargamento che l'Unione fin dall'inizio conduce a ritroso e che vede, ancora oggi, e non si sa in nome di cosa, la Macedonia esclusa dalla lista dei paesi candidati.

Aggiungiamo la politica dello struzzo dell'Unione relativamente alla questione dello statuto finale del Kosovo; il suo rifiuto di affrontare la questione del pericolo della moltiplicazione di micro Stati nella regione, prede agognate dalle mafie internazionali dei trafficanti di esseri umani, di droga o di sigarette, preferendo invece confortare il tabù che circonda l'ipotesi di un'unione tra l'Albania ed il Kosovo sbandierando a destra e a manca con lo spauracchio della Grande Albania; la sua vigliaccheria rispetto alla questione dei circa 250 kosovari ancora trattenuti in ostaggio a Belgrado; la sua ipocrisia sulla questione del nome della Macedonia, un nome letteralmente messo sotto sequestro da uno Stato membro, senza il benché minimo argomento giuridico o politico solido (a meno di ammettere che quanto non è consentito ai popoli dell'ex Iugoslavia possa esserlo alla Grecia). Ecco un quadro abbastanza completo del paesaggio circostante.

Rompiamo allora i tabù. A cominciare dal tabù istituzionale, quello che circonda la questione del federalismo in Macedonia. Esigenza tanto più indispensabile in quanto i nazionalisti dell'UCK, gli stessi che reclamano con più insistenza una soluzione federale, non sono capaci di articolare la minima proposta concreta, in quanto gli slavo-macedoni la rigettano a priori perché la considerano come l'anticamera della divisione del paese e in quanto i principali rappresentanti della comunità albanofona considerano che il fortissimo intreccio delle popolazioni slovo-macedoni e albanesi la rendano impraticabile.

Esiste tuttavia un'esperienza federale, ad oggi unica, che permetterebbe tenendo conto delle preoccupazioni espresse dagli uni e dagli altri, di creare delle istituzioni «comunitarie» competenti in un certo numero di campi. E' il sistema «comunitario» belga. All'interno di questo, le comunità sono i luoghi politici e istituzionali dove vengono trattati i problemi che concernono più direttamente i cittadini nei loro rapporti con lo Stato, la sua burocrazia e le sue istituzioni. E' il caso dell'educazione e della cultura ma anche della sanità, in cui i cittadini sono in modo particolare, a contatto diretto con le strutture ospedaliere. In un tale sistema non c'è alcuna necessità di tracciare delle nuove frontiere, di delimitare dei nuovi sotto insiemi territoriali. Ciascuna delle due comunità può agire sull'insieme del territorio nazionale, aprire tante scuole, centri culturali o ospedali quanti ne desidera a condizione ovviamente di essere in grado di provvedere al loro finanziamento nel quadro del bilancio che le è destinato

In un tale scenario, ci sarebbero dunque tre livelli di potere:

un livello federale: competente in materia di politica estera, di difesa, monetaria, economica, ambientale, giudiziaria, …;
un livello comunitario: competente in materia di educazione, cultura e di sanità;
un livello comunale: con competenze nelle materie economiche e fiscali rafforzate.

Le istituzioni centrali (presidenza, governo, parlamento, corte dei conti, …) resterebbero per l'essenziale tali e quali esistono oggi. Un'eventuale modifica potrebbe consistere nell'introduzione della figura istituzionale di un vice-presidente unico appartenente all'«altra» comunità.

Ai fianchi di queste istituzioni «federali» due esecutivi comunitari vedrebbero la luce, ciascuno composto da un numero limitato di ministri (Sanità, Cultura e educazione), con un ministro del governo incaricato della definizione degli obblighi da osservare e dei criteri da rispettare per ognuna delle materie «comunitarizzate».

Ognuna delle due comunità sarebbe dotata di un'assemblea composta da rappresentanti eletti nel corso di un'elezione ad hoc in cui ciascun cittadino darebbe il proprio voto, nel segreto dell'urna, all'una o all'altra comunità e, in seno alla comunità scelta, all'uno o l'altro candidato o lista. Un simile meccanismo permetterebbe di evitare l'iscrizione «ufficiale» all'una o all'altra comunità e l'emergere di un'appartenenza «comunitaria» bloccata.

L’Europa possibile

La questione istituzionale non è ovviamente tutto. E certamente non abbastanza perché l'Unione possa immaginare di fare l'economia di una politica forte, determinata e generosa riguardo alla Macedonia e alla regione. Una politica che abbia in particolare come priorità: il riconoscimento da parte dei 15 (o, se necessario, dei 14) del nome Macedonia, l'iscrizione della Macedonia sulla lista dei paesi candidati; la creazione di un grande programma decennale di borse di studio nelle Università dell'Unione per migliaia di studenti macedoni, albanesi e kosovari o, in mancanza di questo, l'attribuzione annuale di 500.000 permessi di lavoro per i macedoni, i kosovari e gli albanesi (l’equivalente delle offerte di lavoro che, nella sola Germania, non riescono a trovare candidati interessati); l'esigenza della liberazione immediata dei circa 250 ostaggi kosovari ancora detenuti in Serbia; l'organizzazione quest'autunno delle elezioni del Parlamento kosovaro; il lancio di un grande dibattito - senza tabù - al Consiglio, alla Commissione e al Parlamento europeo sullo Statuto finale del Kosovo.

(*) Deputato europeo, Segretario del Partito Radicale Transnazionale