TRATTARE SENZA DIRLO (PER EVITARE IL NO USA): LA VIA STRETTA DELL'ITALIA

Stefano Folli
Il Sole 24 Ore

Non si può non essere d'accordo con il direttore di Repubblica, Ezio Mauro: in questo momento la prima urgenza è guadagnare tempo. Più tempo per trovare «i canali giusti», come ha detto il capo dello Stato, e giungere alla liberazione di Mastrogiacomo. La vicenda oscilla tra l'orrore e un senso crescente di apprensione. Ieri la notizia che l'autista del giornalista era stato assassinato ha trasformato il dramma in tragedia e fatto capire a tutti quanto sia sottile il filo su cui cammina il Governo italiano. D'Alema con accortezza e prudenza misura le parole. Il termine «trattativa» non compare mai. Si parla di «contatti» e di «iniziative». Qualcosa di più dice Emma Bonino: «Non è un sequestro a scopo di ricatto o di soldi, ma mi sembra molto chiaro l'obiettivo politico». Se questo è vero, si comprende perché il rebus sia così complicato. E' una disperata triangolazione i cui vertici sono la Farnesina, il Governo afghano di Karzai, la misteriosa galassia talebana in guerra contro la Nato. E nel mezzo personaggi sfuggenti, millantatori, avventurieri. La posta è molto alta, ma proprio perché 'politica' è anche in parte inafferrabile. Può variare di momento in momento, in un gioco cinico e aberrante. Bisogna aspettare, ottenere dai rapitori più tempo, sperare che la riservatezza dia i suoi frutti.
Il Governo italiano si muove bene, lungo lo stretto sentiero cui lo costringono le circostanze. La stampa è accorta, nella sostanza asseconda lo sforzo in atto. Così in serata un portavoce talebano parlava di «spiragli positivi» e riaccendeva le speranze. A Roma il dibattito politico sull'Afghanistan è sospeso. Si vive come in una bolla in attesa di eventi. Ma si avvicina il momento in cui il Senato dovrà votare sul rifinanziamento della missione. E tutti si augurano che quel giorno Mastrogiacomo e la sua guida siano già tornati a casa, perché altrimenti l'intreccio fra i diversi piani della vicenda sarebbe ancora più perverso.
Quel che è certo, l'italia è stata gettata in prima linea. Ha fatto di tutto per restare nelle retrovie, continuando a credere nella natura pacifica della missione, nei suoi scopi "umanitari'. Queste sono sempre state le intenzioni del Parlamento, senza differenze fra maggioranza e opposizione. Il "caveat" e le regole d'ingaggio non sono mai cambiate e sono chiaramente difensive. Le istruzioni ministeriali inviate ai nostri soldati ad Herat continuano a essere improntate alla stessa cautela.
Ma è la guerra a venire a cercarci, a bussare alle nostre porte. Se lo scopo del sequestro di Mastrogiacomo è tutto «politico», come dice il ministro Bonino, esso è anche un modo per trascinare l'Italia in mezzo al campo, obbligandola a compiere gesti che suonino come presa di distanza dagli alleati. Qui c'è tutta la «complessità» della situazione afghana, secondo il giudizio di Rosi Bindi. E c'è soprattutto la volontà di condizionare un Paese che è in Afghanistan senza credere fino in fondo a quello che è andato a fare. L'abilità di D'Alema e Prodi consiste in queste ore nello sfuggire alla trappola talebana e di riportare a casa i sequestrati senza passare per una vera e propria trattativa che gli Stati Uniti non gradirebbero. Il mondo politico, compresa l'opposizione, assiste e si comporta con senso di responsabilità. Ma sullo sfondo resta l'interrogativo con cui Giampaolo Pansa ha titolato il suo pezzo sull'Espresso: «Il dilemma afghano? Combattere o andarsene».