Tibet: no, caro Pannella e cari radicali, proprio non ci siamo
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Venerdì 30 aprile è andata in onda, su “Radio Radicale” un’edizione straordinaria della conversazione che settimanalmente Marco Pannella conduce solitamente con il direttore Massimo Bordin. La conversazione, moderata da Paolo Martini, consisteva in un interessantissimo confronto con Piero Verni, esperto conoscitore di Tibet, le cui posizioni sono divergenti da quelle di Pannella e dei radicali; anche se, naturalmente, Verni è un sostenitore della causa tibetana. Per dirla in termini molto grossolani, obiettivo comune, ma da conseguire percorrendo strade diverse.
Carlo Buldrini, giornalista anche lui conoscitore ed esperto di quella parte di mondo che comprende Cina, Tibet, India, attraverso il nostro amico e compagno Francesco Pullia, ci ha fatto pervenire un intervento critico nei confronti di Pannella, ma certamente utile e prezioso per la riflessione di tutti. All’intervento di Buldrini è seguita una risposta dello stesso Pullia, pubblicati su “N.R.” del 4 maggio. Il 5 maggio abbiamo pubblicato una replica di Verni, in particolare alle considerazioni di Buldrini. Il 6 maggio il dibattito è proseguito con un intervento di Guido Biancardi. Oggi “Notizie Radicali” pubblica un intervento del professor Antonio Attisani, docente di Storia del Teatro per molti anni a Cà Foscari e oggi all’università di Torino; è stato uno dei più anticonformisti direttori artistici del Teatro di Santarcangelo di Romagna, ed è uno dei principali esperti di teatro tibetano al mondo. Il prof. Attisani ha inviato il suo contributo per il blog di Verni, che ce lo ha “girato”. Attisani, dice Verni, per “diverso tempo si è trovato molto vicino alle posizioni radicali, ma adesso è piuttosto critico”. Anche per questo è interessante pubblicare il suo intervento. Nel frattempo se altri vorranno intervenire e arricchire la discussione e il confronto, benvenuti. (Va.Ve.)
Caro Piero,
da dove cominciare quando ci si trova in un torrente in piena? Non siamo noi a decidere i punti d’appoggio e il bisogno di un approccio razionale anche a una questione complessa come quella tibetana è continuamente sfregiato dalle informazioni che riceviamo quotidianamente dal Tibet occupato e dall’esilio, dai governi del mondo e persino dal variopinto fronte dei simpatizzanti di quel popolo.
L’altro giorno, ascoltando Marco Pannella nel dialogo con te, ero triste e stizzito per la sua ottusità e non capivo il tuo ostinato rispetto per lui. So di avere provato un sentimento sbagliato, se così si può dire, ma il fatto è che una differenza di opinioni sulla questione tibetana non è una sfumatura tra gentiluomini che in fondo vogliono la stessa cosa (ossia la convivenza democratica tra cittadini diversi per etnia e convinzioni religiose e politiche, insomma quei “diritti umani” che sono soltanto il punto di partenza per la creazione di un mondo meno ingiusto del nostro, meno crudele verso i più deboli); no, quelle sfumature sono alla base degli atteggiamenti con i quali tutti noi, sapendolo o non sapendolo, volendo o non volendo, prendiamo parte ai processi storici in corso e, aiutando o meno il perdurare dell’ingiustizia, siamo corresponsabili di ciò che accade, dei feriti e dei morti che questa vicenda sta accumulando giorno dopo giorno.
La buona fede di Pannella, di Emma Bonino e di chi li accompagna fa sì che si debba dialogare con loro con la speranza di arrivare a una ratio comune (nel nostro caso a un’azione nonviolenta efficace), ma non può impedire che si sia assaliti dallo sgomento e persino dalla rabbia al pensiero che quelle posizioni ritardano la formazione di un fronte che possa davvero cambiare le cose, e di tempo non ne resta molto. La “soluzione finale” approntata dal regime comunista cinese per risolvere la questione tibetana è cominciata sessant’anni fa. Certo, è diversa da quella hitleriana, nel senso che è assai più sofisticata ed efficace, è continuamente corretta in rapporto all’esperienza e sembra vicina a mettere la parola fine alla vicenda, anzitutto perché la Cina si è assicurata la connivenza del mondo intero, con l’eccezione di pochissime frange di opinione pubblica, e ciò le consente di non avere fretta e sviluppare sempre nuovi e più perversi esperimenti (tra i più recenti, le deportazioni dei nomadi). Quanto vicina sia la fine non si sa, ma le informazioni che giungono da tutti i fronti sono allarmanti e persino le buone notizie confermano il male che si sta consumando.
Penso, per esempio, all’ammissione del Dalai Lama che il Tibet sopravvive soprattutto nell’esilio, realtà che va difesa e rafforzata proprio in vista del peggio, vale a dire come ciò che resta di una intera civiltà.
Abbiamo per tanto tempo seguito il Dalai Lama anche nella sua azione politica. Credevamo (e crediamo ancora, mi pare) nei principi che ha fatto scoprire o riscoprire a tanti di noi, sessantottini compresi. Ma la misura dell’azione politica è l’efficacia, l’effetto che produce. Quale effetti ha prodotto quella politica per il Tibet occupato e il suo popolo? La risposta è sotto gli occhi di tutti e lui stesso lo ha ammesso: niente (e nel tempo del niente le cose sono andate sempre peggio, forse con più “feriti” e meno morti, ma...). Ciò mentre il popolo dell’esilio, lo sappiamo, pur godendo dei benefici di un sia pur povero stato sociale, non vive una vera democrazia e le gerarchie impediscono di fatto una crescita del movimento indipendentista.
So che per essere convincenti bisognerebbe fare molti esempi per ogni affermazione, soprattutto se ci si rivolge ai più giovani o a chi non sa, occorre ricordare i fatti, la storia. Me ne sono accorto quando, all’inizio di un corso sulla cultura tibetana nel Novecento, mi sono sentito dire da studenti ovviamente di sinistra che non abbiamo il diritto di occuparci delle magagne cinesi, noi che prima dobbiamo risolvere quelle di casa nostra (America compresa). Ma ora mi permetto una estrema sintesi perché mi rivolgo a te e ai pochissimi che vorranno seguire questo dibattito.
Noi, i sostenitori della causa tibetana, siamo messi male, ma siamo immersi in un benessere che trasforma la tragedia e il dramma in commedia, ché tale è – ti chiedo scusa della sincerità – il finto dibattere di Pannella con te e tutte le fumisterie che ha esibito per dire che l’azione radicale è fondata e produce risultati di rilievo (per quanto mi riguarda mi sono allontanato dai radicali proprio per la progressiva scoperta di questa loro politica, il cui epilogo è stato per me l’azione – azione? –della Bonino nel governo Prodi). Mi dico che forse Carlo Buldrini ti ha frainteso proprio perché preda, come me e chissà chi altro, di questi inutili sentimenti.
Cercando di temperare la tristezza e la rabbia, caro Piero, su cosa bisogna ragionare? Anzitutto (che non vuol dire: solo), mi dico, sulla Cina, che costituisce un problema planetario, per tutta la specie umana e il suo futuro. Se è vero che il mondo non può imporre ai cinesi la propria idea di democrazia, è anche vero che, prima di tutto, non si vede perché la Cina debba imporre al mondo la propria concezione di governo, e poi che anche l’indispensabile cambiamento della Cina in senso democratico, eventualmente federale, può essere favorito da una vasta azione nonviolenta interna ed esterna, del mondo intero, così da creare le condizioni di una libertà le cui peculiarità saranno “regionali”. Anche il Tibet può trovare il proprio sbocco soltanto in una democrazia glocale.
Ma queste sono parole e noi non siamo i governanti del mondo. Allora che fare? Qui bisogna essere chiari: non è vero che Rangen Alliance e tutti coloro che criticano l’inefficacia delle politiche sin qui attuate non abbiamo formulato alcune proposte concrete. Il sito di Jamyang Norbu, il tuo, e diversi altri in tutto il mondo costituiscono un imponente archivio in tal senso. A tutti è chiara la necessità di sincronizzare l’azione nei confronti della Cina con quelle che riguardano le minoranze oppresse, sempre distinguendo tra i fronti di resistenza interni e ciò che si può fare da fuori. Tutti sappiamo che una lunga oppressione ha creato masse di popolazione passiva e talvolta espressione di un’antropologia corrotta, adattiva al dominio politico-economico. Tutti abbiamo constatato che l’azione nonviolenta dev’essere condotta da organizzazioni anch’esse democratiche, e inventive per ciò che concerne le forme di lotta. Tutti siamo coscienti che l’indispensabile trasformazione della Cina non è un fatto interno e che richiede l’azione dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali (ai quali, dunque, ci dobbiamo sempre rivolgere, per fare loro comprendere che le nostre stesse costituzioni sono realizzabili solo in una positiva interazione globale). Tutti siamo coscienti che questa azione nonviolenta ha diversi aspetti: c’è un aspetto culturale – fatto di studio, amicizie e cambiamento reciproco –, ci sono aspetti economici che riguardano persino i nostri consumi quotidiani, ci sono questioni etiche, religiose e morali che devono contemperare alcuni confini invalicabili ma anche le falde freatiche di senso cui tutti possono attingere. E, ultima ma non meno importante, c’è la dimensione della lotta politica, che ciascuno deve condurre a casa propria ma deve anche imparare a proiettare nel mondo.
Si è fatto molto nei decenni scorsi su tutti questi temi, anche se forse hanno coinvolto una infima minoranza di persone, oltre tutto poco organizzate. In questo senso, però, avete ragione tu e Jamyang Norbu e diversi altri democratici (devo aggiungere “filotibetani”?): è necessario fare un passo successivo verso un ampio fronte unitario basato su questi principi, perché solo l’organizzazione può produrre effetti sul campo e rendere sempre più popolare questa causa. Dico anche a me stesso che dobbiamo uscire dalla atmosfere che hanno caratterizzato questi ultimi anni, dal volontaristico entusiasmo e gratificazione solipsistica che deriva dal pensare di essere nel giusto o (è il mio caso) nello sconforto a fronte di un mondo che sembra indifferente nel costruire un futuro basato sull’ingiustizia, sul dolore, sull’assassinio dell’ambiente naturale e culturale.
Se penso ai tibetani che conosco, ma anche agli studiosi o ai militanti politici, ai miei figli e ormai ai miei nipoti, l’urgenza di non disperdere l’esperienza fatta e di sistematizzare un agire quotidiano, anche dai tratti modesti e locali, ma che miri alla libertà e alla pienezza di vita delle persone, chiede una risposta. Su questa base, forse, anche il doveroso dialogo con gli amici radicali potrebbe avere un esito diverso.
Iscritti e contribuenti 2013
| Giuseppe R. Roma | 590 € |
| Salvatore P. Capistrello | 200 € |
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| Davide B. Prato | 50 € |
| Giuseppe P. Grottammare | 50 € |
| Maurizio T. Roma | 1.000 € |
| Rosa A. Firenze | 590 € |
| Giuliano G. Sondrio | 590 € |
| Sergio Pasquale R. Cremona | 500 € |
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Iscrizioni e contributi (online) 2013
Comunicati stampa
Rassegna stampa
Documenti
radioradicale.it
2013-06-02 17:00:00 Conversazione settimanale di Massimo Bordin con Marco Pannella
2013-05-26 17:00:00 Conversazione settimanale di Massimo Bordin con Marco Pannella
2013-05-12 17:00:00 Conversazione settimanale di Valter Vecellio con Marco Pannella
2013-04-21 17:02:37 Conversazione settimanale con Marco Pannella
2013-03-10 17:00:00 Conversazione settimanale con Marco Pannella 













