Stati Uniti. Lo stato dell’“erba”

Ed Vulliamy
Notizie Radicali

 La coltivazione di marijuana è uno dei business più redditizi della California, e a novembre potrebbe diventare legale, scrive Ed Vulliamy su “The Observer”. E il governatore dello Stato Arnold Schwarzenegger pensa già a una tassa sulla cannabis, per tappare il buco nel bilancio.

 

“Quando la guardo, è come se guardassi una stalla piena di mucche. Vedo un sacco di lavoro”, dice Jim Hill aprendo il cancelletto della serra dove cresce una foresta di marijuana. Dentro l’aria è umida e impregnata di un odore acre e inebriante. Quando parla di lavoro, Hill non si riferisce tanto alla fatica fisica, quanto all’esperienza e all’abilità necessarie a coltivare una delle erbe più potenti del pianeta.

 

Tutt’intorno ci sono vigneti e cavalli che pascolano nei campi assolati. Queste colline verdi che circondano la città di Potter Valley, nel nord della California, fanno parte di una zona chiamata Emerald triangle, il triangolo di smeraldo: tre contee delimitate dalle montagne a est e dal Pacifico ad ovest, che collegano l’idilliaco territorio a nord di San Francisco alla natura selvaggia del confine con l’Oregon. La regione è la capitale della marijuana dell’emisfero occidentale grazie a tre fattori: il clima, la cultura e la topografia. E’ un labirinto di strade di montagna, terreni recintati, villaggi isolati, pendii inaccessibili e radure boscose, lontano da occhi indiscreti.

 

Jim Hill, comunque, è una persona rispettabile – né un vecchio fricchettone né un delinquente – e non ha paura di mostrarmi la sua attività. “Le toccherà puzzare d’erba per tutta la settimana”, scherza mentre attraversiamo la giungla della sua serra. “Stringa tra le dita questa pianta”, dice entusiasmandosi, “annusi il profumo e senta com’è ricca e oleosa la consistenza al tatto”.

 

Il 98 per cento dei coltivatori non riuscirebbe neanche a immaginare uno spettacolo del genere a fine aprile. “E’ come vedere un iceberg a luglio”, dice Hill indicando i grossi germogli maturi che piegano i rami. Ha studiato cosa piantare e quando: parla di ore di luce a questa latitudine, di “efficienza della pianta” e soprattutto di “impollinazione incrociata”. E non c’è da stupirsi: la sua seconda passione, che è anche un’attività commerciale, è l’allevamento dei levrieri. Mi mostra il video di un suo cane che vince una gara a Phoenix dopo un’incredibile rimonta.

 

“Oggi facciamo diversi incroci di marijuana”, afferma raggiante. Parla di indica, sativa e kush, e della specialità, lo scarecrow (lo spaventapasseri). “Guardi quelle foglie viola”, dice. “Dovrebbe vedere i messaggi di ringraziamento che arrivano dai pazienti”.

 

L’attività di Hill è legale, anche se non tutti gli agenti di polizia della contea di Mendocino sarebbero d’accordo, visto che la legge in materia è un labirinto. Nel 1966, dopo il successo del referendum sulla cosiddetta Proposition 215, la California ha approvato il Compassionate use act, che consente ai pazienti con regolare “dichiarazione” (che non è una prescrizione) del medico curante di coltivare e possedere marijuana per uso personale. Successivamente il provvedimento è stato esteso per permettere la creazione di una rete di dispensari collettivizzati. All’inizio erano poche decine, oggi sono migliaia. A Oakland i dispensari sono concentrati in un quartiere chiamato Oaksterdam, che ospita anche un college dove si studia la coltivazione della cannabis.

 

Jim Hill ha cominciato a coltivare la marijuana per le sue proprietà terapeutiche: sua moglie Trelanie soffriva di uno squilibrio della serotonina e Jim sperava di aiutarla. Oggi il suo raccolto va ai dispensari di San Diego e Los Angeles. “E’ stato l’atteggiamento vessatorio del governo a trasformarmi in un sostenitore della cannabis”.

 

Neppure qui, però, la cannabis può essere coltivata per profitto o venduta: la serra di Hill è legale solo perché la proprietà della marijuana “non è mia ma del collettivo”. Il First choice collective ha 1.200 membri, ognuno dei quali consuma marijuana su parere scritto di un medico. Per essere legali, le transazioni devono avvenire all’interno di un circuito chiuso, tra i membri del collettivo. “Io vendo solo i miei servizi”, spiega Hill. Secondo la legge, è il collettivo a stipendiare Hill, che non guadagna dalla vendita diretta della marijuana. Ma se la passa bene.

 

La California non può dire altrettanto. L’ottava economia del mondo sta attraversando una grave crisi finanziaria e ha il tasso di disoccupazione più alto degli ultimi settant’anni. Nel bilancio di gennaio il governatore Arnold Schwarenegger ha proposto tagli pesantissimi alla spesa per risanare un buco di 19,9 miliardi di dollari. E per tappare quel buco aveva già promosso un dibattito pubblico sulla possibilità di legalizzare e tassare la marijuana. Il gettito fiscale della marijuana medica (circa 200 milioni di dollari) è solo un assaggio di quello che la California potrebbe incassare se la coltivazione fosse legalizzata, visto che la marijuana è la più grande coltura da reddito dello stato. A novembre ci sarà il referendum per decidere sulla legalizzazione. Se vinceranno i SI, nell’economia tradizionale entrerà un’industria con un giro di affari di circa dieci miliardi di dollari solo nella contea di Mendocino. “Siamo al capolinea”, ha dichiarato il deputato democratico Tom Ammiano, che ha presentato la legge. “E quando c’è da inventarsi nuove entrate bisogna battere strade nuove, essere creativi”.

 

E’ proprio in questa situazione che lo spirito imprenditoriale californiano emerge. Jim Hill è giustamente fiero della sua professionalità. “Nessuno sa coltivare questa ebra ai nostri livelli. Mi creda, siamo bravi”. I coltivatori della contea di Mendocino stanno già pensando di creare un marchio doc. Hill guarda anche al futuro: “Quello che fa la California, il mondo lo fa vent’anni dopo”, dice. “E’ un dato di fatto: i semi della cultura alternativa e della tecnologia digitale sono nati qui, e ora tocca alla marijuana”.

 

Ma Jim Hill rappresenta solo una faccia della medaglia. Nelle contee di Meondocino, Humboldt e Trinity sono in azione spinte diverse: alcune sono un’espressione dell’ottimismo originario della California, altre sono molto più oscure.

 

Dagli hippy alle multinazionali

 

La California del nord è diventata la Napa Valley della marijuana mentre altri prodotti made in USA languono sotto i colpi della deindustrializzazione e della recessione. Negli anni Sessanta San Francisco era la capitale di una cultura sperimentale della droga in cui la cannabis e l’LSD erano gli ingredienti fondamentali di ogni avventura autentica e creativa. All’epoca della summer of love, nel 1967, la maggior parte della marijuana arrivava dall’Asia e in piccola parte era prodotta localmente da bande di motociclisti, tra cui gli Hells Angels, in quello che oggi è l’Emerald Triangle.

 

Negli anni successivi, quando la situazione a San Francisco, e in particolare nella zona di Haight-Ashbury, si è fatta più difficile, è cominciato l’esodo degli hippy e dei reduci dal Vietnam. Sono emigrati al nord, per stabilirsi in quella che è diventata famosa come lost coast, la costa perduta. A cominciare dagli anni Settanta, queste comunità sono diventate stanziali, coi loro furgoni Volkswagern, gli striscioni colorati e i totem piantati in terra. E, naturalmente, in quella regione isolata e selvaggia dal clima mite hanno cominciato a piantare quello che avevano voglia di fumare.

 

Ma neanche lì hanno avuto vita facile. Ben presto infatti i “cercatori di una nuova alba” hanno visto arrivare gli agricoltori che avevano fiutato l’affare, poi le bande di motociclisti affiliate ai criminali della distribuzione della droga e, alla fine, perfino i cartelli del narco-traffico messicano. Oggi si preparano ad affrontare nuovi arrivi: gli imprenditori dell’agrobusiness, le grosse società farmaceutiche e forse anche le multinazionali del tabacco.

 

Gli esponenti della controcultura – ce ne sono ancora molti che coltivano legalmente un po’ di marijuana e magari praticano la medicina erboristica a livello professionale – e i coltivatori attenti come Jim Hill, oggi si ritrovano a crescere le loro piante accanto a gente che quella roba non la toccherebbe mai. Organizzazioni criminali che coltivano le loro piante in container interrati, per esempio, o assumono guardie armate per sorvegliare le operazioni di potatura.

 

Una situazione che produce tensioni: tra coltivatori legali e illegali: tra chi coltiva la cannabis in modo naturale all’aperto e chi fa colture intensive usando la luce elettrica; tra chi pratica l’agricoltura biologica e chi provoca le perdite di gasolio dalle sue serre idroponiche. E poi, naturalmente, tra i grandi interessi gli estremi opposti del settore: da una parte i cartelli e le organizzazioni della malavita che vogliono sfruttare il mercato illegale finché c’è, dall’altra i grandi produttori di farmaci e tabacco, a cui la legalizzazione fa gola.

 

Un groviglio di leggi

Le autorità locali e statali sono fortemente tentate di fagocitare un po’ dei soldi della marijuana attraverso il fisco. Per la stessa ragione, chi si oppone al consumo legale della cannabis è estremamente prudente. Le leggi californiane sulla marijuana sono continuamente impugnate ed emendate dai legislatori della contea, e possono perfino essere contraddette dalla normativa federale, tanto che lo spirito e la lettera della legge si traducono in un caleidoscopio di norme che regolano quantità, trasporto e remunerazione.

 

Jim Hill deve continuamente fare i conti con questo groviglio legislativo. La contesa di Mendocino ha approvato un “procedimento G” che consente agli agricoltori di coltivare fino a 25 piante per ogni lotto di terreno. In seguito però la quantità è stata ridotta da un “provvedimento B”. Hill coltiva molto più di 25 piante per lotto, sostenendo che “la legge della contea non può invalidare una legge statale che non pone limiti”. Ma una mattina di ottobre del 2009 gli agenti federali antidroga della DEA si sono presentati alla sua fattoria per applicare la legge. “Sono stati molto gentili. Mi hanno detto: Siamo venuti ad abbattere tutte le sue piante”, ricorda Hill. Alla fine le accuse contro di lui sono cadute, ma la reputazione di Hill ne è uscita molto danneggiata.

 

Hill non è certo un hippy, ma è convinto che la legalizzazione sia giusta. Ha una sua teoria provocatoria sul ruolo dei cartelli e delle bande criminali che coltivano marijuana sulle montagne: secondo lui, quello della cannabis è un terreno di scontro su cui non sempre puoi sceglierti gli alleati. “E’ come per i preti pedofili nella chiesa cattolica”, spiega. “E’ inutile che la chiesa dica: oh, non sono bravi cristiani’, perché un giorno avrà bisogno anche dei loro voti, contro gli atei. Per noi è la stessa cosa con i cartelli messicani. I cartelli combattono il sistema, ed è un sistema che va combattuto”.

 

Marvin Levin di Mendocino farmers collective, il collettivo degli agricoltori di Mendocino, che coltiva marijuana bio di prima qualità, ha una posizione diversa. Non vuole avere “niente a che fare con cui cerca solo il profitto e non coltiva le piante nel modo giusto. Che siano uomini armati nelle foreste o grandi società farmaceutiche, non vogliamo avere nulla a che fare né con la mafia, né con chi coltiva per la Goldman Sachs con cento lampade al neon”.

 

La politica e l’economia del triangolo di smeraldo finiscono inevitabilmente per essere dominate dal suo prodotto più famoso, diffuso e potenzialmente redditizio. Quando ti scegli nel capoluogo della contea di Mendocino, Ukiah, la nebbiolina che scende dalle montagne è impregnata di un forte aroma di marijuana. Tra i giornali della mattina c’è l’ultima edizione del “West Coast Leaf”, la gazzetta ufficiale della cannabis, con fotografie di uomini chini sulle piante e pagine intere di pubblicità di avvocati specializzati in marijuana, “valutazioni mediche di marijuana”, “consegne a domicilio di cannabis prerollata” e Organicann, “i migliori prodottti commestibili alla marijuana: torte, tè e biscotti”.

 

Dan Hamburg è in corsa per il posto di supervisor – una carica simile a quella di presidente del consiglio di contea – e ha buone possibilità di successo. Lo incontro insieme a sua moglie Carrie. E’ stata la sua esperienza con il cancro a convincere Hamburg a sostenere la causa della marijuana a scopo terapeutico.

 

Hamburg è un tipo disinvolto dal fisico atletico, che vive su una collina in una casa alimentata a pannelli solari. Dal 1992 al 1994 è stato rappresentante della California del nord al Congresso. “La gente mi chiede: sei il candidato dei coltivatori di cannabis?, racconta. E io rispondo: dipende da quali coltivatori. Mi piace pensare di essere il candidato dei piccoli coltivatori legali di marijuana medica, non dei grossi coltivatori intensivi al chiuso. Credo che la marijuana debba essere coltivata in modo biologico e alla luce del sole, non con le lampade al neon”. Hamburg lavora come consulente ambientale: “Sono contro il rumore e l’inquinamento da gasolio causati dalla coltivazione in interni”, prosegue. “Mi preoccupa l’interessamento delle grandi industrie del tabacco, perché credo che la qualità del prodotto ne soffrirà. Sembra che vogliamo acquistare terreni da queste parti, e certamente non sarò il loro candidato”.

 

Tra i suoi avversari, prosegue Hamburg, ci sono interessi che non c’entrano direttamente con la marijuana. “Un problema è che il successo delle colture di cannabis potrebbe far aumentare i salari agricoli. Non puoi più dare la paga minima ai braccianti, se i potatori di cannabis guadagnano più di venti dollari l’ora”.

 

Hamburg ci tiene a distinguere “tra legalizzazione e depenalizzazione. Io sono a favore della seconda. Non credo che i ragazzini debbano fumarla. Quello che voglio è che la gente possa coltivare la marijuana e portarla in un posto dove la qualità viene controllata, nell’interesse dei consumatori e dei produttori”.

 

La sua posizione è condivida da Bert Mosier, un altro membro importante della comunità. Arrivato dal Kansas, dove era consigliere per lo sviluppo economico di contea, oggi è presidente della camera di commercio di Ukiah. Ci incontriamo nel primo bio brewpub degli Stati Uniti. “In questa contea l’economia è stata costruita sul legname, che poi è entrato in crisi ed è stato rimpiazzato dalla pesca, che a sua volta è entrata in crisi”, spiega. “Oggi come oggi la marijuana è l’elefante nella stanza: tutti la vedono ma nessuno ha il coraggio di parlare per primo ed esporsi. E’ impossibile calcolare quale sia il giro d’affari dell’economia illegale, ma si parla di circa 10,6 miliardi di dollari”. Mosier sottolinea l’importanza della marijuana per l’economia locale. “Le aziende mi hanno detto che se sopravvivono è solo grazie alla coltivazione della marijuana. E non parlo solo di fumerie e negozi hippy, ma di ristoranti e grandi magazzini. Voglio solo che questa contea prosperi, e parteciperò al dibattito mantenendo una posizione moderata”, conclude.

 

Il paese della marijuana e la cultura della marijuana non sono tutte rose e fiori. Per qualcuno possono essere il paradiso, ma c’è un prezzo da pagare: un giorno potrebbe essere l’arrivo dei dirigenti di Philip Morris, Rj Reynolds e British American Tabacco. O di Pfizer, Johnson & Johnson e Roche. Per ora il prezzo è la criminalità: la grande criminalità organizzata e i piccoli reati. Ogni mattina verso le sette gruppi di vagabondi sudici e trasandati con i loro fagotti sotto il braccio si raccolgono davanti al Walmart di Ukiah. Alcuni in particolare arrivano s St. Louis, nel Missouri: aspettano i camion che li porteranno a lavorare come portatori di cannabis nelle fattorie più grandi. La sera si accamperanno lungo il fiume seminando immondizia lungo gli argini e fumando il loro compenso in natura.

 

Non amano raccontare dove vanno e dove sono stati: un ragazzo che si chiama Skip, però, dice che a volte lavorano in fattorie che si trovano “in mezzo alla foresta”, sorvegliati da guardie armate. Si trovano “su, su, in cima alle montagne”, prosegue, in fondo a tortuose strade sterrate, tra valli e boschi sorvolati dagli elicotteri della DEA, e dove ogni tanto si avventurano le pattuglie per fare una retata. Sono le fattorie che non invitano i giornalisti. Sono i coltivatori che stanno alla larga dai Dan Hamburg e Bert Mosier.

 

Secondo il Bureau of narcotics enforcement della California, la criminalità organizzata è entrata nel giro della marijuana, nel nord dello Stato, in diverse forme. Gli arrivi più recenti sono gang affiliate ai cartelli messicani Sinaloa e Arellano-Felix, che spediscono braccianti clandestini a coltivare marijuana in vallate e canyon sperduti, su terreni classificati come verde pubblico. “Quasi in ogni irruzione troviamo delle armi”, dichiara il portavoce dell’agenzia, Micelle Gregory. Da quando la crisi economica in California ha imposto tagli al servizio parchi, è diventato più facile coltivare illegalmente lungo i sentieri che attraversano i 12,5 milioni di ettari di verde pubblico. Gran parte dell’attività dei cartelli, secondo la polizia, consiste in furti di marijuana o irruzioni armate nelle case degli agricoltori, che si solito erano riluttanti a chiamare la polizia.

 

Altre organizzazioni criminali sono emanazioni dei coltivatori originari di cannabis della regione, gli Hells Angels, che dopo aver rifornito la zona della baia negli anni Sessanta non se ne sono mai andati. Ma sono cambiati, si sono adattati e riorganizzati sviluppando metodi di coltivazione che consentono di ottenere “roba forte e in grande quantità”, e istituendo reti di distribuzione illegale attraverso gli spacciatori di città.

 

Tom Allman è lo sceriffo della contea di Mendocino e lavora nella polizia da 28 anni. Lo incontro nel suo ufficio alle sette di mattina. Anche Allman è convinto che si debba distinguere tra i coltivatori. “Il problema non sono i vecchi hippy”, dice. “La marijuana c’è sempre stata da queste parti, e loro sono innocui. Ma ci sono anche i messicani, i russi e i bulgari con i fucili. E’ gente organizzata. E stanno arrivando anche italiani, inglesi e tedeschi. Vengono qui, si fermano un anno, e poi si trasferiscono in un altro paee. Dove c’è droga, c’è criminalità. Ecco il problema”.

 

Mi racconta quella volta che la polizia ha arrestato un tizio. “Ha presente quei container che viaggiano sui camion? Bè, questo tizio ne aveva interrati otto, disposti intorno a una condotta idrica”. Allman traccia un disegno che somiglia a una margherita. “Aveva ottomila piante. Cose così succedono continuamente: grandi colture idroponiche in una contea che ha solo novantamila persone. Nel 2009 abbiamo distrutto 541mila piantine, il che significa che ci sono circa cinque milioni di piante illegali che non troviamo, e che usano circa 15-20 milioni di litri di acqua al giorno”, aggiunge. “Vada a dirlo agli ambientalisti”.

 

Allman è anche preoccupato per i “turisti” che potrebbero essere attirati qui dalla legalizzazione. “Se passa la legge tutti gli sbandati del paese arriveranno da noi”. Mi fa notare che nella contea di Mendocino la marijuana costa tremila dollari al chilo. “In Georgia ne costa 8500. Si faccia due conti”.

 

La mattina dopo, davanti al mio albergo, vedo una strana coppia che carica la sua auto targata Tennessee, mentre l’odore forte della cannabis si sparge per il parcheggio. L’uomo blatera qualcosa urlando: “Sì, c’era sangue dappertutto per terra, ma io ero completamente fatto”. Probabilmente sono questi i turisti che preoccupano Allman.

 

I nuovi nemici

 

Per uno come Allman la situazione attuale, con la legge che viene continuamente modificata e corretta, può essere frustante. “Alcuni miei agenti hanno lasciato il lavoro dicendo che non vogliono più fare i poliziotti se devono uscire dalle case lasciando lì tutte quelle piante”, dice. “Io stesso comincio a stancarmi di essere denunciato e di vedere gente arrivare qui con un ordine del tribunale che mi impone di restituirgli la roba. Non ho ancora dovuto restituire niente a persone malate in carrozzina. Ma mi capita spesso di dover restituire droga a ragazzini del college”. Va al computer e si collega a potdoc.com, commentando in tono sprezzante la filosofia del sito: “Vai da un medico che ti chiede duecento dollari, e da quel momento in poi ti curi da solo, qualsiasi malattia tu dica di avere”.

 

Più tardi, quello stesso giorno, lo sceriffo Allman raggiunge altri duecento abitanti della contea, quasi tutti coltivatori di marijuana, nei locali del Saturday afternoon club di Ukiah, dove resteranno stipati dall’ora di pranzo fino a notte fonda. Per un giorno, questi coltivatori hanno posato le loro vanghe e sono venuti qui da posti come Spyrock e Whale Gulch, dopo ore di viaggio. Ci sono i lavoratori e gli imprenditori della cannabis, i malati che fanno uso di marijuana a scopo terapeutico ma anche i funzionari del governo, i politici e gli imprenditori.

 

L’incontro è stato promosso dal Medical marijuana advisory board di Mendocino e dal Cannabis law institute per discutere di quello che succederà se la California legalizzerà la marijuana. L’appuntamento ha riunito qui i pionieri dell’erba che dopo il Vietnam si sono stabiliti sulle colline per creare i migliori ceppi di cannabis del mondo, e oggi devono affrontare nuovi nemici: l’agrobusiness, le grandi società farmaceutiche e del tabacco e le monoculture di marijuana che potrebbero nascere con la legalizzazione.

 

Seduti a un tavolo con le braccia incrociate, alcuni uomini massicci con i capelli a spazzola parlano a bassa voce tra loro, con la circospezione di chi è abituato a lavorare in clandestinità: gli ex boscaioli diventati coltivatori di cannabis raccontano di perquisizioni e lucchetti segati. Uno chiede agli uomini al suo tavolo di rispondere alla domanda di un sondaggio sulle piccole aziende: “Quali risorse portiamo a questa industria?”. “Risorse confiscabili”, risponde un altro sarcastico. Qualche risata, ma nessuno sorride. “Questa contea è la terza del paese per beni confiscati”, dice un terzo.

 

“Ho dei parenti che comprano cannabis a Los Angeles”, dice un altro. “Ma i ceppi sono impoveriti. L’aspetto e l’odore sono quelli dell’erba vera, ma è così cattiva che le farmacie cominciano a rimborsare i clienti”.

 

“Se ti dò i miei semi”, chiede uno con un’aria di sfida, “chi mi dice che poi non vendi tutto alla Monsanto?”.

 

Due persone nel pubblico hanno cose particolarmente interessanti da dire. Il primo è Dan Rush, dirigente dell’Ufcw5, la sezione nordcaliforniana dello United food and commercial workers, il terzo sindacato degli Stati Uniti. “Le scuole chiudono, gli agenti di polizia vengono licenziati. Se quelli del governo si oppongono alla legalizzazione sono pazzi”, dice. Rush sostiene che il suo sindacato rappresenta 1.200 lavoratori della cannabis nella zona della baia.

 

Lo sceriffo Allman chiacchiera amabilmente con le persone che conosce. Poi appare in un filmato che viene proiettato in sala, in cui dichiara a un giornalista che lo intervista: “Non dico che la marijuana sia un’erbetta innocente che non fa male a nessuno, ma certamente non dà i problemi di altre sostanze. Passo il 30 per cento della mia vita a occuparmi di marijuana. Ho anche altre cose da fare”. Il pubblico, che si è ritrovatola osservare Allman che si guarda sullo schermo, esplode in un applauso spontaneo. “Vedremo se dice sul serio”, sussurra un uomo accanto a me.


La migliore cannabis del mondo

Otto ore dopo, mentre il sindacalista Dan Rush rimette in ordine le sedie, un uomo dalla chioma argentata carica un ultimo pezzo sul suo camion. E’ un quadro che raffigura la Terra, con lo slogan: “Rispetta la Terra per le generazioni future. Colture bio all’aperto”. Poi sale a bordo, orna sulla Highay 101 e guida fino a un posto che si chiama Area 101.

 

La strada a nord di Ukiah taglia un passaggio mozzafiato di prati montani verdissimi. Nella città di Willits, il Roxie’s rock shop pubblicizza uno strumento chiamato Mendo Mulcher, che trasforma i germogli di marijuana in una soffice miscela tritata da fumare. Sembra che sia stato progettato da un ingegnere della Nasa. Le querce hanno ceduto il passo alle conifere e alla natura selvaggia, e il giornale locale è l’“Anderson Valley Advertiser” che è impaginato come un quotidiano del 1900. Lo slogan della testata assicura che il giornale “alimenta le fiamme del malcontento”. Accanto agli articoli sulla politica estera di Obama campeggiano le cronache degli scontri tra i coltivatori locali di cannabis e la legge.

 

Superata la fattoria di Wavy Gravy, il presentatore del Festival di Woodstock del 1969, alcune costruzioni con i muri coperti da astronavi, lune e divinità buddiste in colori fluorescenti annunciano che siamo arrivati all’Area 101. Il nome è un gioco di parole che fonde il numero della statale che porta qui, la Highway 101, e l’Area 51, la base aerea del Nevada dove, secondo alcuni, gli alieni starebbero sviluppando nuove tecnologie aeree.

 

L’Area 101 è un luogo “dedicato alla crescita personale e spirituale”, dice il biglietto da visita. Ospita concerti ed eventi ed è gestita da Tim Blake, l’uomo dalla chioma argentata. Blake è anche comproprietario di una fattoria qui vicino, dove si coltiva quella che a Mendocino è considerata “la miglior cannabis del mondo”. Prima o poi vorrebbe aprire un dispensario autorizzato nella fattoria.

 

Blake ha una vergine di Guadalupe tatuata sull’avambraccio e ha fatto disegnare la stessa immagine su una vetrata colorata dell’Area 101. “Così i messicani mi lasciano in pace”, spiega. Il suo entusiasmo per il lavoro che fa è rimasto immutato dagli anni Sessanta, quando è arrivato qui dalla costa di Santa Cruz. Ascoltare la sua versione della storia è molto istruttivo.

 

“La roulotte con cui giravamo negli anni Sessanta l’abbiamo abbandonata negli anni Settanta. Erano arrivati i grandi spacciatori, che hanno travolto il movimento psichedelico. L’era veniva coltivata sotto luci artificiali, 28 grammi di cocaina costavano dieci dollari. La gente aveva perso la testa, per le strade girava il crack, c’era speed dappertutto. E gli anni Ottanta e Novanta sono stati un casino. Ma poi l’energia ha cominciato a tornare. Siamo andati a riprenderci la roulotte. Dio ci ha portati qui, a nord della linea di faglia e a sud della catena vulcanica, dove il pascolo è buono e l’aria pulita, dove la marijuana è la nostra salvezza e il nostro nutrimento. Crediamo che possa cambiare le cose, cambiare il sistema, e che sia un modo sicuro per aprire la mente. Ma sto parlando della roba buona”, aggiunge. “Dev’essere buona”.

 

Arriva una donna che si chiama Pam. Ha un viso bellissimo, ma segnato dalla stanchezza e dalla sofferenza. Con lei c’è sua nipote, Lisa, che ha 18 anni. Il figlio di Pam si è suicidato, e anche suo nipote, il fratello di Lisa. “Prima passavo davanti a questo posto tutti i giorni, andando a Reno, in Nevada”, racconta. “Ma non ero mai entrata, non ne avevo bisogno. Ora l’ho trovato”. Blake intona un mantra, poi spunta fuori un bong e Pam fa un tiro prima di mettersi a piangere, e a quel punto comincia a sentirsi meglio.

 

Marvin Levin del collettivo degli agricoltori di Mendocino è di Los Angeles ed è “troppo giovane per ricordarsi come era una volta”. Ma oggi amministra la sua fattoria e ha le idee chiare. “Non usiamo la cannabis solo per il fumo, ma per molti altri usi medici e alimentari. Per questo dobbiamo fare le cose per bene. Se però ne vuoi coltivare quanta ne vuoi e in fretta, crescerà una pianta completamente diversa, imbottita di fertilizzanti”.

 

Gli abitanti dell’Area 101 vedono di buon occhi la legalizzazione della marijuana. Eppure, incontrandoli, resta il timore che le loro aspirazioni e il loro messaggio vadano persi con l’arrivo delle multinazionali di farmaci e tabacco, e che loro stessi finiscano schiacciati nell’abbraccio tra il governatore Schwarzenegger e quel che resta della controcultura. Levin è ottimista: “Lavoriamo in un circuito chiuso e senza scopo di lucro, quindi possiamo chiedere alle persone un riscontro a farci guidare da quello. Non siamo come i motociclisti i gli uomini armati dei boschi. Facciamo questo lavoro per un mondo migliore, sì, ma anche o per i nostri consumatori”.

 

Mentre ci salutiamo vedo sul muro l’insegna di un vecchio emporio, dell’epoca in cui l’Area 101 non esisteva, con la scritta Country Storie and Deli.

 

“Lo abbiamo lasciato”, dice Levin. “Perché è un po’ come noi. Perché buttare via qualcosa che un giorno potrebbe servirti? In fondo siamo proprio questo: il vecchio emporio della lost coast”.