Ritratto di Marco Boato (senatore, Verdi, relatore sulle riforme della giustizia alla commissione bicamerale per le riforme istituzionali)
"Conferenza per l'istituzione del Tribunale Penale Internazionale Permanente nel 1998" Roma.
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Soldati di pace
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SOMMARIO: Sembra scomparso, in Occidente, l'incubo della perdita di sovranità nazionale attraverso l'invasione armata. Dunque, sembra non avere più senso "che esistano forze armate nazionali". L'altra funzione che richiede interventi militari - il peacekeeping - può essere esercitata anche "da un esercito sovranazionale, dell'ONU". Lo spreco dovuto al mantenimento di eserciti nazionali è enorme. Ma anche dopo la Guerra del Golfo, e dopo tutta la retorica circa il "Nuovo ordine Mondiale", tutti sono ricaduti nell'errore di considerare l'uso della forza come il "mezzo principe" per risolvere le controversie. E' una concezione vecchia e inutile alle soglie del 2000. Potrà garantire la pace solo l'affermazione di un primato del "diritto". E questo renderà "effettuale" e non utopico l'"antimilitarismo radicale", la sua "nonviolenza".
(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, 9 novembre 1993)
C'è un generale consenso oggi, in Occidente, sul fatto che le uniche funzioni oggi legittimamente attribuibili alla forza militare siano la difesa del territorio nazionale e la partecipazione in forze multinazionali ONU per l'applicazione di sanzioni e per il mantenimento della pace (peacekeeping).Una simile definizione, tuttavia, porta a domandarsi: "Chi è che minaccia l'integrita' territoriale dei paesi occidentali, oggi?" La risposta è: "Nessuno".
La dissoluzione del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica hanno fatto scomparire nel Nord del mondo, probabilmente per sempre, il vecchio incubo della perdita della sovranita' nazionale attraverso l'invasione armata. Se questo è vero, se non c'è piu' un territorio nazionale da difendere, allora non ha piu' senso che esistano forze armate nazionali. Difatti, l'altra legittima funzione della forza militare - l'applicazione di sanzioni per conto e su mandato delle Nazioni Unite o il peacekeeping - può essere svolta anche, e meglio, da un esercito sovranazionale, da un esercito dell'ONU. Lo spreco conseguente al mantenimento di forze armate nazionali è enorme. I Paesi della NATO spendono quasi il 4% del Prodotto Interno Lordo, l'equivalente di circa 500 miliardi di dollari l'anno, per tenere in piedi la propria macchina militare. Sempre nell'Alleanza atlantica, più di quattro milioni di persone vestono l'uniforme, mentre circa altrettante si occupano di produrre i beni e i servizi, armi comprese, che occorrono agli eserciti. Con meno di un decimo di queste grandezze, sia per ciò che riguarda il personale sia per ciò che riguarda la spesa, si potrebbe dotare l'ONU di un esercito in grado di imporre, dove opportuno o necessario, il rispetto del diritto, e pur tenendo fermo il principio che l'uso della forza resti l'ultimo e il più estremo degli strumenti a disposizione della comunità internazionale. Dopo tutta la retorica sul Nuovo Ordine Mondiale seguita alla guerra del Golfo del 1991, è sconfortante notare come si sia velocemente ritornati alle vecchie prassi e politiche. Di nuovo i maggiori attori internazionali sembrano inclini a ripetere l'errore di considerare la forza il mezzo principe per risolvere le controversie internazionali. Come vediamo anche in questi giorni in Somalia, non è così, i problemi si sono fatti più complessi, anche sul piano teorico e del diritto. Alle soglie del 2000, potrà garantire un pace giusta e duratura solo l'affermazione di un primato del diritto fondato sulla convinzione e il consenso piuttosto che sulla coercizione. Un diritto così affermato, su scala planetaria, da una ONU riformata e resa più democratica, renderà effettuale - non più utopico - l'antimilitarismo "radicale", e finalmente agibile la prassi nonviolenta, con la sua attenzione alla correttezza dell'informazione e alla lotta al sottosviluppo.
(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, 9 novembre 1993)
C'è un generale consenso oggi, in Occidente, sul fatto che le uniche funzioni oggi legittimamente attribuibili alla forza militare siano la difesa del territorio nazionale e la partecipazione in forze multinazionali ONU per l'applicazione di sanzioni e per il mantenimento della pace (peacekeeping).Una simile definizione, tuttavia, porta a domandarsi: "Chi è che minaccia l'integrita' territoriale dei paesi occidentali, oggi?" La risposta è: "Nessuno".
La dissoluzione del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica hanno fatto scomparire nel Nord del mondo, probabilmente per sempre, il vecchio incubo della perdita della sovranita' nazionale attraverso l'invasione armata. Se questo è vero, se non c'è piu' un territorio nazionale da difendere, allora non ha piu' senso che esistano forze armate nazionali. Difatti, l'altra legittima funzione della forza militare - l'applicazione di sanzioni per conto e su mandato delle Nazioni Unite o il peacekeeping - può essere svolta anche, e meglio, da un esercito sovranazionale, da un esercito dell'ONU. Lo spreco conseguente al mantenimento di forze armate nazionali è enorme. I Paesi della NATO spendono quasi il 4% del Prodotto Interno Lordo, l'equivalente di circa 500 miliardi di dollari l'anno, per tenere in piedi la propria macchina militare. Sempre nell'Alleanza atlantica, più di quattro milioni di persone vestono l'uniforme, mentre circa altrettante si occupano di produrre i beni e i servizi, armi comprese, che occorrono agli eserciti. Con meno di un decimo di queste grandezze, sia per ciò che riguarda il personale sia per ciò che riguarda la spesa, si potrebbe dotare l'ONU di un esercito in grado di imporre, dove opportuno o necessario, il rispetto del diritto, e pur tenendo fermo il principio che l'uso della forza resti l'ultimo e il più estremo degli strumenti a disposizione della comunità internazionale. Dopo tutta la retorica sul Nuovo Ordine Mondiale seguita alla guerra del Golfo del 1991, è sconfortante notare come si sia velocemente ritornati alle vecchie prassi e politiche. Di nuovo i maggiori attori internazionali sembrano inclini a ripetere l'errore di considerare la forza il mezzo principe per risolvere le controversie internazionali. Come vediamo anche in questi giorni in Somalia, non è così, i problemi si sono fatti più complessi, anche sul piano teorico e del diritto. Alle soglie del 2000, potrà garantire un pace giusta e duratura solo l'affermazione di un primato del diritto fondato sulla convinzione e il consenso piuttosto che sulla coercizione. Un diritto così affermato, su scala planetaria, da una ONU riformata e resa più democratica, renderà effettuale - non più utopico - l'antimilitarismo "radicale", e finalmente agibile la prassi nonviolenta, con la sua attenzione alla correttezza dell'informazione e alla lotta al sottosviluppo.
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