Per sconfiggere la guerriglia Karzai vuole l’oppio legalizzato

Marco Perduca
L'Opinione

All’inizio di febbraio, Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio Onu di Vienna per la droga e il crimine (Unodc) si è recato su stimolo degli Usa in Afghanistan per definire una serie di iniziative volte alla totale eradicazione delle piantagioni di papavero per la produzione di oppio da eroina - una coltura non tradizionale che occupa la stragrande maggioranza dei contadini in quel paese. La visita di Costa fa seguito a una lunga serie di allarmi lanciati da varie agenzie delle Nazioni Unite, Ufficio di Vienna, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, riguardanti la crescita esponenziale delle coltivazioni illecite di oppio e del rischio che queste comportano per mercati come quello europeo dove il consumo di eroina è da oltre trent’anni una preoccupazione costante per decine di governi.
Secondo le stime della Nazioni Unite, da quando i talebani sono stati cacciati da Kabul, l’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore al mondo di oppio per eroina con oltre il 75% dell’offerta globale. Ammesso, ma non concesso, che i talebani fossero riusciti a contenere la produzione di semi di papavero - come il predecessore di Costa, Pino Arlacchi, non mancava di ricordarci omettendo di sottolineare i suoi rapporti col Mullah Omar e i monaci guerrieri -, è certo che Karzai non è riuscito a mantenere la promessa fatta alla “comunità internazionale” di garantire, magari a suon di editti sacri, una significativa eradicazione della pianta “malefica” e quindi da maledire.
Va dato però atto a Karzai, politico uso a dover affrontare situazioni complesse oltre che spesso al limite della legalità, di aver chiesto alle Nazioni unite, già verso la fine del 2002, il permesso di poter produrre oppio lecitamente. Sotto forti pressioni di USA, Australia e India, l’International Narcotics Control Board, l’organo di esperti creato dalle Nazioni unite per controllare l’applicazione delle norme contenute nelle tre Convenzioni Onu in materia di stupefacenti, gli ha però negato il permesso.
L’arsenale di norme proibizioniste costituito dalle tre Convenzioni ONU in materia di droga consente infatti la produzione legale di oppio per fini medici e scientifici; una prassi consolidata stabilisce che quei paesi in cui la produzione poteva essere considerata “tradizionale” al momento dell’adozione della Convenzione del 1961, possono produrre intorno all’80% del “fabbisogno” mondiale. I maggiori produttori di semi di papavero nell’immediato dopoguerra erano India e Turchia, che hanno mantenuto tale prerogativa, mentre negli ultimi anni, a complemento della prassi, Australia, Francia e Spagna hanno avviato una notevole produzione lecita di semi di papavero per fini medici tanto da provocare per il 2005 un eccesso di offerta legale.
Visto il grande impegno, almeno a parole, che la “comunità internazionale” avrebbe promesso per la ricostruzione dell’Afghanistan, stupisce che non ci si sia posti il dubbio circa l’opportunità politica, ed economica, di privilegiare paesi industrializzati come Australia, Francia e Spagna, non consentendo al neonato/risorto Afghanistan democratico, che secondo l’Fmi ha un’economia illegale al 50% proprio perché basata sui semi di papavero, di poter avviare esperimenti di produzione legale di oppio. In molti si sono affrettati a sottolineare come la totale mancanza di strutture non può garantire un controllo della produzione lecita, nessuno però ha preso in considerazione il fatto che la legalizzazione dell’oppio avrebbe potuto rappresentare un potente mezzo di promozione dello stato di diritto in Afghanistan unendo la “novità” dell’esistenza di una legge e del suo rispetto, alla “consuetudine” della coltivazione della pianta proibita.
Non solo, visto e considerato che lo slogan del momento all’Onu di Vienna è, almeno per i paesi “ricchi”, “treatment works” (curare funziona) non si capisce perché Costa, in quanto garante dell’applicazione delle Convenzioni Onu in materia di “droghe”, non consigli a quei paesi con un rilevante, se non crescente, numero di eroinomani (europei ed ex-repubbliche sovietiche in particolare) di seguire l’esempio della civilissima Svizzera (alle nazioni unite il mondo della droga viene chiamato “Uncivil Society”) e consentire la distribuzione di eroina sotto stretto controllo medico. Se accolto, questo suggerimento potrebbe far aumentare significativamente la domanda legale di eroina e “giustificare” quindi la necessità di aumentare la produzione lecita di derivati d’oppio consentendo quindi una produzione legale anche in Afghanistan. Allo stesso tempo promuovere terapie contro il dolore a base di oppiacei, l’Italia è il fanalino di coda tra i paesi occidentali in questo campo, potrebbe andare nella stessa direzione.
Nel 2001, Costa, economista di consolidata esperienza europea, era stato mandato all’Unodc da Berlusconi anche nel tentativo di recuperare i danni alla “immagine paese” creati all’Italia dall’incompetenza e il nepotismo di Pino Arlacchi, una malagestione ampiamente documentati dalle Nazioni unite. Costa, che pur sempre deve rendere conto ai propri azionisti di maggioranza, primo fra tutti gli iper-proibizionisti Usa, Italia, Svezia e Giappone, non può però sfuggire al proprio mandato istituzionale che gli “impone” di promuovere il controllo e la limitazione della presenza legale e illegale di sostanze stupefacenti nel mondo. Ogni contrasto tra gli interessi dei finanziatori e il fine dell’Ufficio di Vienna dovrebbe essere affrontato anche pubblicamente, magari con lacerazioni e drastiche assunzioni di responsabilità, ma deve essere preso in considerazione con fermezza e urgenza. Dopo 40 anni di proibizionismo è arrivata l’ora di aprire un confronto a tutto campo sui fallimenti delle politiche “anti-droga”, specie in un periodo in cui si torna a parlare di Hiv/Aids trasmesso per via endovenosa.
Invece di portare avanti la proposta neo-punizionista di Fini sulle “droghe”, il Governo italiano, che da sempre è uno dei maggiori finanziatori dell’Agenzia di Vienna e che in Afghanistan è presente in forze attraverso l’Onu per ricostruire proprio il sistema legale, dovrebbe farsi promotore all’interno dell’Unione europea di una serie di scelte che, in attesa di una più ampia e comprensiva valutazione del problema, in linea con le Convenzioni delle Nazioni unite, possano consentire a Kabul di produrre oppio legalmente nell’immediato. Così facendo si andrebbero a intaccare i poteri delle narco-mafie che hanno ormai creato un vero e proprio stato parallelo in Afghanistan e si darebbe ai dottori di casa nostra la possibilità di poter prescrivere l’eroina per aiutare chi ha un problema di uso o dipendenza da stupefacenti.
Si tratta di avere il coraggio di dare seguito concreto alla retorica degli “aiuti umanitari e allo sviluppo” che caratterizza da decenni le politiche della Farnesina. Promuovere cambiamenti che potrebbero provocare risultati straordinari ed epocali sia per i contadini in Afghanistan che per gli eroinomani in Europa dovrebbe interessare maggioranza e opposizione di qualsiasi paese interessato al bene dell’umanità. La Commissione sugli stupefacenti che inizia a Vienna la settimana prossima è un primo banco di prova.