RICORDATE LA NORD COREA CHE BATTÉ L’ITALIA? BEH, LA SQUADRA FINÌ IN UN LAGER PERCHÉ OSÒ FAR FESTA

Antonio Socci
Il Foglio

Qualche dato che no global e dintorni amano dimenticare (mentre criticano capitalismo e democrazia) sulla fame e sulla dittatura comunista di Pyongyang

Pare debbano essere sempre i paesi democratici, non le tirannie più sanguinarie, i bersagli polemici delle campagne d’opinione dei nostri mass media. Adesso tocca al Giappone. Trovandosi sotto i riflettori per i Mondiali di calcio c’è chi ha pensato di lanciare un’iniziativa pubblica contro la pena di morte in quel paese (ha aderito entusiasticamente Sandro Curzi). Non mi piace la pena di morte, neanche quando è inflitta da paesi liberi che assicurano la certezza del diritto nei processi e che condannano dei colpevoli di gravi crimini. Ma è curioso che – dovendo approfittare dei Mondiali in Giappone e Corea – si taccia la vera, immensa tragedia di quella regione, che si continua a consumare non in Giappone, ma da mezzo secolo in Corea del Nord, dove un folle comunismo familiare continua a mietere tante vittime innocenti senza uno straccio di legalità e di rispetto dei diritti umani.
Lo stesso dicasi per la fame. Per il summit della Fao si sono radunati tutti i gruppuscoli no global che – sia pure con un clamoroso flop di partecipazione – mettono sotto processo l’Occidente per la fame nel mondo. Nessuno che abbia anche solo menzionato la più grande catastrofe alimentare in corso: appunto in Corea del Nord, dove, grazie alla folle politica militarista del regime rosso che dilapida capitali immensi per gli armamenti, una devastante carestia ha provocato negli ultimi anni 2-3 milioni di vittime, su una popolazione totale di 22 milioni di persone.
Eppure della terribile fame nordcoreana non c’è traccia nelle battaglie dei no global e di certi cattolici sempre pronti a denunciare le responsabilità del capitalismo. Perché chi muore di fame in Corea del Nord non interessa? Forse c’è un motivo. Quando – 50 anni fa – la Corea è stata divisa in due, la parte meridionale era la più sottosviluppata e oggi – dopo mezzo secolo di “infame” capitalismo e di alleanza con gli americani – è ormai la settima potenza industriale del pianeta, una vera tigre dell’economia mondiale.
Invece la Corea del Nord, dove fu imposta dall’Urss una delle più tetre e feroci dittature comuniste, è letteralmente divorata dalla fame e dal terrore, sebbene fosse stata in partenza la più sviluppata. Insomma il “caso Corea” è la confutazione vivente delle tesi divulgate a piene mani in questi anni sulla globalizzazione. Per questo va censurato. La Corea del Nord è l’immenso buco nero nella coscienza del mondo. E anche nel discorso pubblico.
C’è un caso esemplare. In questi giorni – nei programmi sportivi – non si fa che ricordare la notoria batosta subita dall’Italia nei Mondiali del 1966 in Inghilterra, quando la nostra Nazionale venne eliminata dalla Corea del Nord, con un gol galeotto segnato da Pak Du-ik (anche Enzo Biagi di recente ha ricordato quell’evento). Fu un momento di gloria per il sanguinario regime comunista di Kim Il-sung, perché fu interpretato come una vittoria del socialismo su una potenza – anche calcistica – del mondo capitalista.
In questi giorni lo si ricorda spesso, ma nessuno si chiede che fine abbiano fatto i giocatori di quella nazionale coreana. Eccone la storia. Dopo aver vinto con l’Italia, gli atleti si concessero una serata al bar per festeggiare. Il regime di Pyongyang attribuì a quei festeggiamenti – ritenuti segno di decadenza borghese e reazionaria – la successiva sconfitta col Portogallo per 5 a 3. Così, al rientro in Corea del Nord, tutta la squadra venne deportata nei lager, ad eccezione di Pak Du-ik, quello che aveva segnato il gol all’Italia, il quale per un attacco di gastrite non aveva potuto partecipare alla serata ed era rimasto in albergo.
Quei poveretti devono essere marciti nei lager per anni stando alla testimonianza che dà Kang Chol-Hwan, autore con Pierre Rigoulot dell’impressionante autobiografia “L’ultimo Gulag”. In questo libro racconta di sé, quando, bambino di nove anni, fu chiuso in un lager con la sorella di 7, come tutta la sua famiglia, perché il nonno era stato arrestato come controrivoluzionario.

Con il soprannome di “scarafaggio”

A differenza di altri loro coetanei di quel lager di Yodok i due bambini riuscirono a sopravvivere per dieci anni, diventarono adolescenti e adulti nutrendosi di topi, scarafaggi e lombrichi, costretti ai lavori forzati anche a 20 gradi sotto zero, picchiati selvaggiamente, indottrinati, costretti a seppellire cadaveri e svuotare fogne. Uscito dal lager il poveretto riuscì avventurosamente a scappare dalla Corea del Nord e a raccontare la propria storia.
Nel lager di Yodok fra l’altro conobbe uno dei campioni della nazionale coreana, Park Seung-jin, da cui ha appreso la sorte di quegli atleti. Kang ricorda: “Quando l’ho incontrato aveva già passato dodici anni nel campo. Quando sono uscito dal campo, lui era ancora detenuto e molto indebolito”. Ciò significa che nel 1987, cioè 21 anni dopo quella sconfitta col Portogallo, quel calciatore era ancora detenuto nel lager. Dove era conosciuto col soprannome di “scarafaggio” perché finendo molte volte in cella di rigore aveva dovuto imparare a nutrirsi quasi solo di insetti. La cella di rigore è un vero incubo per i detenuti nordcoreani. Ci si può finire per le più piccole “colpe”, come il non dare prova di sollecitudine quando un guardiano dà un ordine.
La cella di rigore è una piccola baracca, buia e senza aperture, dove per alcuni mesi si è costretti in condizioni che “spezzano fisicamente anche gli uomini più robusti. Possono uscirne vivi ma spesso ne escono menomati e a volte con gravi conseguenze. La privazione di cibo in una situazione di isolamento, l’obbligo di restare in ginocchio, con le mani appoggiate alle cosce, senza muoversi, o a gambe incrociate, è devastante”.
La conseguenza di questa tortura, subita per mesi, è spesso la necrotizzazione e l’impossibilità di camminare. E’ proibito pronunciar parola e fare qualsiasi movimento. Si può solo alzare la mano destra se si è malati e la sinistra per i bisogni. Ma il guardiano può decidere di non vedere la mano alzata. Se il prigioniero parla o si muove viene selvaggiamente picchiato o subisce una punizione supplementare, come essere costretti a stare con il naso sulla latrina per mezz’ora. La cella di rigore “comporta un prolungamento della detenzione per cinque anni”.
Kang ricorda che il povero giocatore Park, una volta, si era preso una condanna a tre mesi di cella di rigore, perché era stato accusato di aver rubato dei chiodi e aveva negato con decisione. Nessuno oggi si chiede se sia ancora vivo e dove siano gli altri suoi colleghi.
Contro quel regime, che impone addirittura l’adorazione di Kim Il-sung e del figlio e che ha fatto milioni di morti, nessuna marcia di protesta, nessuna manifestazione, nessuna pressione sui governi. Perfino quando il governo italiano di centrosinistra nel 2000 è stato il primo del G7 a ristabilire le relazioni diplomatiche con quel regime nessuno ha protestato. Intellettuali “firmaioli”, no global e “girotondisti” nostrani, sono pronti solo a scagliarsi sugli Stati Uniti, sui governi liberali, sulla Chiesa o su Israele. Contro l’orrore, nulla da dire.