QUEL TRENO NON LO PERDEREMO

Paola Pilati
L'Espresso

Moda, design, macchinari.Infrastrutture e farmaceutica. Agroalimentare e cinema, banche e vino. La ricca agenda indiana del nostro ministro del Commercio con l'estero.


Il nostro ìnrcrscambio con l'India è pari a quello con la Croazia: basta questo per capire che qualcosa non ha funzionato... Emma Bonino considera l'India una delle grandi opportunità per l'Italia, quasi più della Cina, e da quando è ministro del Commercio estero ha cominciato a battere il ferro con la caparbietà che la contraddistingue. A fine 2006 ha spedito una delegazione governativa indiana in toor nei nostri distretti industriali, a inizio gennaio è volata lei in India per preparare il grande evento di febbraio: la mega missione da cui punta a riportare a casa qualche buon risultato.

Quali, ministro?

"Su almeno due delle priorità di sviluppo che si è dato il governo indiano, cioè infrastrutture e agroalimentare, noi siamo in grado di fare molto. Certo, sul primo fronte il contesto è molto concorrenziale, visto che è presidiato dalle imprese di tutto il mondo. Per questo è bene essere anche noi lì, in agguato. Tanto per fare un esempio, Finmeccanica ha già venduto 70 Atr per i voli interni, e si ipotizza la possibilità di una joint-venrure per costruirli in loco. Sul secondo fronte noi siamo molto bravi, e poiché l'India trasforma solo il 2 per cento di quello che produce, e persino il riso lo deve vendere tutto al momento del raccolto perché non ha silos a secco, di cose da fare ce ne sono tante: dalla catena del freddo al sottovuoto. Poi ci sono i settori in cui siamo già forti, dalla moda al design ai macchinari, che valgono il 40 per cento del nostro export".

Qualche settore tutto da scoprire?

"Quello farmaceutico: sviluppare un brevetto in India costa 100 milioni, negli Stati Uniti un miliardo. E l'industria del cinema. Ho visitato Film-city a Bombay: chapeau! Ma per far venire i loro registi a girare in Italia, piuttosto che in Svizzera o nello Yorkshire come accade oggi, occorre offrire facilitazioni, dallo sdoganamento dei materiali agli orari dei tecnici. E poi i luoghi dove girano i loro film diventano anche una meta del turismo".

Fare business in India è più facile che in Cina?

"I colli di bottiglia ci sono, a cominciare da una burocrazia piuttosto complessa, ma gli imprenditori italiani che stanno lì mi dicono che le cose stanno cambiando. Il settore bancario, per esempio, sarà liberalizzato nel 2008, ed è chiaro che chi si posiziona adesso compra un biglietto di prima fila. Restano ancora delle barriere doganali: per quelle sul vino ci siamo rivolti al Wto...".

Non è un pò marginale come vertenza?

"E' una questione di discriminazione che non si giustifica sotto nessun punto di vista. Nata perché loro vogliono far entrare in Europa con l'etichetta "indian whisky" il loro whisky di molassa, che quindi whisky non è, e gli inglesi sì oppongono, per cui alla fine tutto è finito al Wto. Nel frattempo, però, visto che il Doha Round è bloccato, il commissario europeo Peter Mandelson sta cercando di ottenere dalla Commissione un mandato per un negoziato bilaterale di libero scambio con l'India".

Un trattato commerciale Europa-India: sarebbe una rivoluzione. Di cosa dovrebbe preoccuparsi l'Italia?

"Potrebbe esserci una questione tessile, anche se in realtà il nostro tessile è di alta nicchia, al contrario dell'indiano. Quanto all'agricoltura, se c'è reciprocita, tutto va bene".

Il suo ministero intanto cosa ha fatto di concreto per i nostri imprenditori laggiù?

"Ho deciso di rafforzare la presenza dell'lce sia a Bombay che a Delhi, e aprire un ufficio a Calcutta. Sono gli imprenditori medi e piccoli che hanno bisogno di noi, non certo la Fiat, che la fa sola".

Investimenti indiani in Italia ancora non ce ne sono. Eppure qualche interesse cominciamo a suscitarlo. Il gruppo Hìnduja si sta tacendo avanti per la Telecom. Qual è la nostra politica: porte aperte?

"Stanno incominciando ora a scoprire l'Italia, perché finora per loro Europa voleva dire solo Gran Bretagna. Dobbiamo entrare nel loro radar, e fargli capire che oltre al vino siamo un paese in cui si possono anche fare affari. L'accordo Tata-Fiat aiuta, ma di gruppi come la Fiat non ne abbiamo tanti".