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Purtroppo soltanto per sei mesi Ecco il piano di Tony Blair, presidente dell’Europa
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- 24/06/2005
- Il Foglio
- Tony Blair
Pubblichiamo il testo del discorso nvolto ieri dal premier inglese Tony Blair al Parlamento europeo.
E’ per me un onore essere qui, oggi, al Parlamento europeo. Con il vostro permesso, dopo ogni Consiglio europeo, nel corso della presidenza inglese, intendo tornare per farvi un resoconto di quanto discusso. Inoltre mi sarebbe gradito consultare il Parlamento prima di ogni Consiglio, per fare tesoro delle opinioni dei suoi membri prima che il Consiglio adotti le proprie delibere. Questo discorso giunge in un momento opportuno. Per quanto oggi in Europa possa esistere disaccordo in merito a diverse questioni, tutti sono concordi almeno su un punto: l'Europa è nel pieno di un profondo dibattito circa il suo futuro. Oggi è mia intenzione trattare questo argomento con chiarezza, parlando delle cause e del modo in cui è possibile risolvere la questione. Per ogni crisi esiste una possibilità di soluzione. Anche per l'Europa, se avremo il coraggio di metterla in atto. Il dibattito sull'Europa non dovrebbe basarsi sullo scambio di offese, nè essere condotto in termini di personalità. Dovrebbe essere uno scambio di idee aperto e sincero. E voglio subito precisare la mia opinione in merito a questo dibattito e al disaccordo che lo sottende. Il problema non consiste nella differenza tra un'Europa basata sul "libero mercato" e un'Europa sociale, tra chi vuole rifugiarsi in un mercato comune e chi crede nell'Europa come progetto politico. Non si tratta di un semplice travisamento, ma di una strategia mirata a intimidire chi chiede un cambiamento in Europa, facendo passare questo desiderio per un tradimento dell'ideale europeo, e a cercare di evitare un dibattito serio sul futuro dell'Europa sostenendo che l'ostinazione stessa a voler portare avanti tale dibattito costituisce una dimostrazione di antieuropeismo. E' un atteggiamento mentale contro cui ho dovuto lottare durante tutta la mia carriera politica. Gli ideali sopravvivono al cambiamento, ma muoiono se le sfide vengono affrontate con inerzia.
"Un appassionato fautore"
Sono un appassionato fautore dell'Europa. Lo sono sempre stato. Il mio primo voto risale al 1975, in occasione del referendum britannico sull'adesione, al quale ho dato una risposta affermativa. Nel 1963, quando l'ultimo candidato del Regno Unito a essere scelto poco prima delle elezioni e il mio partito sosteneva una politica di ritiro dall'Europa, feci presente alla conferenza preposta alla selezione che disapprovavo tale politica. Alcuni pensarono che non sarei più stato scelto. Forse qualcuno se lo augurava. Negli anni 80, poi, ho contribuito a modificare la nostra politica, sentendomi orgoglioso di quel cambiamento. Da quando sono primo ministro ho sottoscritto il Protocollo sulla politica sociale, ho partecipato — assieme alla Francia — alla creazione della moderna politica di difesa europea e ho dato il mio contributo ai trattati di Amsterdam, Nizza e Roma. Si tratta di un'unione di valori, di solidarietà tra nazioni e popoli, non solo di un mercato comune a fini commerciali, ma di uno spazio politico comune di cui siamo cittadini. Lo sarà sempre. Credo in un'Europa come progetto politico. Credo in un'Europa con una dimensione sociale solida e impegnata. Non accetterei mai un'Europa che si limiti a essere un semplice mercato. Non è il momento di accusare di tradimento chi chiede un cambiamento dell'Ue. Solo cambiando, 1'Ue recupererà forza economica. Affermare che il problema consiste in questo significa ignorare il vero dibattito per nascondersi dietro alla rassicurante certezza di quanto è stato sempre dichiarato in tempi difficili. Non c'è alcuna distinzione tra l'Europa necessaria per un successo economico e l'Europa sociale: Europa politica ed Europa economica non sono entità separate. L'obiettivo dell'Europa sociale e dell'Europa economica dovrebbe essere il sostegno reciproco. L'obiettivo dell'Europa politica dovrebbe essere la promozione di istituzioni valide e democratiche che elaborino una politica in queste due sfere e laddove si renda necessaria una collaborazione nel reciproco interesse. Ma l'obiettivo della leadership è creare politiche adatte alla realtà attuale. I leader europei assolvono a tale compito da 50 anni. Si parla di crisi, ma parliamo prima di risultati. Alla fine della guerra, l'Europa era distrutta. Oggi l'Ue si erge a baluardo del successo politico. Quasi 50 anni di pace, prosperità e progresso. Pensiamoci e mostriamo gratitudine.
La storia è dalla parte dell'Unione europea. Paesi di tutto il mondo si riuniscono perché, collaborando, sono in grado di incrementare la propria forza individuale. Fino alla seconda metà del XX secolo, per centinaia di anni le nazioni europee avevano separatamente dominato il mondo, colonizzato ampie parti di esso e combattuto guerre reciproche in vista della supremazia nel pianeta. Riflettendo sulla carneficina della Seconda guerra mondiale, i leader politici si sono resi conto che quei tempi erano terminati. Il mondo odierno non indebolisce quella visione, bensì ne dimostra la prescienza. Gli Stati Uniti sono l'unica superpotenza mondiale. Ma tra pochi decenni, Cina e India saranno le maggiori economie del pianeta, ciascuna con popolazioni tre volte superiori a quella dell’intera Unione europea. L'idea di un'Europa unita e collaborativa è essenziale affinché le nostre nazioni possano essere sufficientemente forti da non perdere la posizione acquisita in questo mondo. Ora, dopo quasi 50 anni, dobbiamo rinnovarci. Questo non deve essere motivo di vergogna. Tutte le istituzioni sono tenute a rinnovarsi. E noi ne siamo in grado. Ma solo se sapremo riarmonizzare gli ideali europei nei quali crediamo con il mondo moderno nel quale dobbiamo vivere. Se l’Europa cedesse allo scetticismo nei confronti dell'euro, o se le nazioni europee che si trovano ad affrontare quest'immensa sfida decidessero di stringersi l'una all'altra sperando di evitare la globalizzazione e rifuggire dai cambiamenti circostanti, rifugiandosi nelle attuali politiche europee come se, ripetendole costantemente e proprio grazie a questo, fosse possibile renderle più utili, il rischio sarà un fallimento su vasta scala in termini strategici. Non è il momento di accusare di tradimento chi chiede un cambiamento dell'Europa. E' il momento di riconoscere che, solo cambiando, l'Europa recupererà la propria forza, la propria rilevanza, il proprio idealismo e, pertanto, il sostegno da parte della popolazione. E, come sempre, la gente comune è in anticipo sui politici. Come classe politica, riteniamo sempre che le persone, indifferenti all'ossessione quotidiana della politica, possano non comprenderla, non vederne le sottigliezze e le complessità. In definitiva, però, la gente vede la politica con maggior chiarezza rispetto a noi, proprio perché non ne è quotidianamente ossessionata. Il problema non riguarda il concetto di Unione europea, ma la modernizzazione, la politica. Non è un dibattito sul modo di abbandonare l'Europa, ma su come far sì che essa assolva al compito per il quale è nata: migliorare la vita dei suoi cittadini, che però, al momento, non si dimostrano convinti. Pensiamoci.
"Un'insoddisfazione più ampia e profonda"
Per quattro anni l'Europa ha condotto un dibattito sulla nostra nuova Costituzione, di cui due anni in Convenzione. Si è trattato di un'opera dettagliata e accurata, contenente le nuove norme per il governo di un'Europa di 25 e, col tempo, 27,28 e più Stati membri. Il documento è stato approvato da tutti i governi e ha incontrato il favore di tutti i leader. Poi è stato completamente rifiutato in occasione di due referendum tenuti in due Stati fondatori (nel caso dei Paesi Bassi da oltre il 60 per cento dei votanti). La realtà è che oggi in gran parte degli Stati membri sarebbe difficile ottenere un "sì" a favore della Costituzione in un referendum. Le spiegazioni possibili sono due. Una è che la gente abbia studiato la Costituzione, disapprovandone i singoli articoli. Dubito che questa spiegazione sia alla base della maggioranza dei "no". Non si è trattato di un problema di cattiva stesura o di uno specifico disaccordo testuale. L'altra spiegazione è che la Costituzione sia diventata semplicemente un mezzo per esprimere un'insoddisfazione più ampia e profonda per la situazione in Europa. A mio parere, questa è l'analisi corretta. In tal caso, non è una crisi delle istituzioni politiche, ma una crisi della leadership politica. La popolazione europea ci pone questioni difficili. E' preoccupata per la globalizzazione, la sicurezza del posto di lavoro, le pensioni e il tenore di vita. Essa nota un cambiamento non solo nell'economia, ma anche nella stessa società che la circonda. Le comunità tradizionali si disgregano, i modelli etnici cambiano, la vita familiare è sotto pressione per la difficoltà di trovare un equilibrio tra casa e lavoro. Viviamo in un'era di profondo sconvolgimento e cambiamento. Pensiamo ai nostri figli, alla tecnologia che usano e al mercato del lavoro che si prospetta loro. Il mondo è irriconoscibile rispetto ai tempi in cui eravamo studenti noi, 20 o 30 anni fa. Quando si verifica questo tipo di cambiamento, i moderati devono assumere la leadership. In caso contrario, sono gli estremisti a prendere in mano le redini del processo politico. Questo avviene in una nazione. Ora sta accadendo in Europa. Pensiamoci. La Dichiarazione di Laeken che ha varato la Costituzione aveva l'obiettivo di "avvicinare l'Europa alle persone". Lo ha fatto? Nel 2000 è stata lanciata l'agenda di Lisbona, con l'ambizione di rendere l'Europa "il posto più concorrenziale del mondo per il commercio entro il 2010". Siamo ormai a metà del periodo previsto: l'agenda ha avuto successo? Ho dovuto sorbirmi una conclusione del Consiglio dopo l'altra, ascoltando discorsi su come stiamo "riavvicinando l'Europa alle persone". Lo stiamo davvero facendo? E' il momento di fare mente locale, di svegliarci. Stanno suonando le trombe attorno alle mura della città: le ascoltiamo? Abbiamo la volontà politica di uscire e incontrare la gente, così che essa possa considerare la nostra leadership come parte della soluzione, non come il problema? E' questo il contesto in cui bisognerebbe impostare il dibattito sul bilancio. Si sostiene che il bilancio è necessario per ripristinare la credibilità dell'Europa. Naturalmente. Ma dovrebbe essere il bilancio giusto. Non dovrebbe essere astratto dal dibattito sulla crisi europea, ma essere parte della risposta a essa.
Voglio spendere qualche parola sul summit di venerdì scorso. E' stato affermato che non sono intenzionato a scendere a compromessi sullo sconto concesso al Regno Unito, che ho posto la questione della riforma della Politica agricola comunitaria (Pac) solo all'ultimo minuto, che ho aspettato a rinegoziare la Pac venerdì notte. In realtà, sono l'unico leader inglese che si sia mai dichiarato disposto a discutere lo sconto. Non ho mai sostenuto che dovremmo porre fine alla Pac ora o rinegoziarla in una notte. Una simile posizione sarebbe assurda. Qualunque cambiamento deve tenere in considerazione le legittime necessità delle comunità agricole e avvenire nel tempo. Ho semplicemente fatto presente due cose: che non possiamo concordare una nuova prospettiva finanziaria che non contempli almeno un processo che porti a un bilancio più razionale; e che questo deve permettere a un simile bilancio di plasmare la seconda metà di tale prospettiva fino al 2013. In caso contrario, qualunque cambiamento fondamentale potrebbe essere concordato soltanto nel 2014, per non parlare della relativa implementazione. Nel frattempo è evidente che la Gran Bretagna darà il proprio equo contributo per l'espansione. Potrei far notare che, in ogni caso, rimarremmo il secondo più importante contributore netto dell'Ue, avendo versato a tale riguardo miliardi in più rispetto a paesi di dimensioni analoghe.
"Accrescere la nostra capacità di competere"
E così, questo è il contesto. Come potrebbe essere un'agenda politica diversa per l'Europa? Innanzitutto dovrebbe mirare a modernizzare il nostro modello sociale. Anche in questo caso alcuni hanno commentato che io voglio abbandonare il modello sociale europeo. Ma ditemi: che razza di modello sociale è quello in cui ci sono 20 milioni di disoccupati e tassi di produttività inferiori a quelli degli Stati Uniti? Quello che lascia che ci siano più laureati in discipline scientifiche in India che in Europa? E in cui tutti gli indici relativi di un’economia moderna — specializzazione, ricerca e sviluppo, brevetti, informatica — stanno calando anziché aumentare? Nei prossimi cinque anni l'India espanderà il proprio settore biotecnologico fino a farlo diventare cinque volte più grande di quanto non sia oggi. Negli ultimi cinque anni la Cina ha triplicato la propria spesa in ricerca e sviluppo. Solo due delle 20 maggiori università del mondo si trovano oggi in Europa. Lo scopo del nostro modello sociale dovrebbe essere accrescere la nostra capacità di competere, aiutare i nostri popoli ad affrontare la globalizzazione, far sì che essi possano goderne le opportunità ed evitarne i pericoli. Naturalmente abbiamo bisogno di un'Europa sociale, ma deve essere un'Europa sociale che funziona. E ci hanno anche detto come fare. Il Rapporto Kok del 2004 ci ha indicato la strada: investimenti in conoscenze, in capacità, in politiche attive per il mercato del lavoro, in parchi scientifici e innovazione, in una maggiore istruzione, nella rivalorizzazione urbana, in aiuti alle piccole imprese. Questa è una politica sociale moderna, e non regolamentazioni e tutela dell'occupazione che possono salvare qualche posto di lavoro solo per un po' di tempo, a spese di tanti posti di lavoro in futuro. E dato che questo è il momento di distruggere i falsi miti, lasciatemene distruggere un altro: l'idea che la Gran Bretagna sia in preda a qualche filosofia di mercato anglosassone estrema che calpesta i poveri e gli svantaggiati. L'attuale governo inglese ha introdotto una nuova riforma per la disoccupazione: il più vasto programma europeo per l'occupazione che mira ad abolire del tutto la disoccupazione giovanile in futuro. Ha previsto investimenti nei servizi pubblici maggiori di quelli di qualsiasi altro paese europeo negli ultimi cinque anni. Siamo stati costretti a farlo, è vero, ma lo abbiamo fatto. Abbiamo introdotto il primo salario minimo garantito britannico. Abbiamo rigenerato le nostre città. Abbiamo tolto quasi un milione di bambini dallo stato di indigenza e risollevato due milioni di pensionati da situazioni di grave difficoltà e abbiamo già avviato il progetto più radicale di allargamento dei diritti all'assistenza per i bambini, alla maternità e alla paternità di tutta la storia del nostro paese. Solo che lo abbiamo fatto sulla base di un'economia forte, e non a spese di un'economia forte. In secondo luogo, il bilancio deve rispecchiare queste realtà. E qui è il Rapporto Sapir che ci indica la strada. Pubblicato dalla Commissione europea nel 2003, il rapporto Sapir stabilisce in modo chiaro e dettagliato come dovrebbe essere il bilancio di un'Europa moderna. Mettiamolo in pratica. Ma un bilancio moderno per l'Europa non può essere un bilancio che tra dieci anni spenda ancora il 44 per cento del proprio denaro nella Pac. In terzo luogo, mettiamo in atto l'Agenda di Lisbona. Nel lavoro, nella partecipazione al mercato del lavoro, nel l'abbandono della scuola, nell'istruzione per tutte le età, stiamo tutti facendo progressi che non si avvicinano nemmeno agli obiettivi precisi che abbiamo fissato a Lisbona. Quell'Agenda ci ha detto cosa fare. Facciamolo. Quarto — e qui vado con i piedi di piombo — dare all'Europa una struttura macroeconomica che sia regolamentata, ma anche flessibile. Non spetta a me esprimere commenti sulla Zona Euro. Vi dico solo questo: se riuscissimo a concordare la realizzazione di un vero progresso nelle riforme economiche, se dimostrassimo di avere intenzioni serie in merito al cambiamento strutturale, allora la gente percepirebbe la riforma delle macropolitiche come qualcosa di sensato e razionale, e non come un prodotto del lassismo fiscale, ma come buon senso. E abbiamo bisogno di queste riforme con urgenza, se vogliamo che l'Europa cresca.
"Vi chiedo una cosa non prendiamoci in giro"
Dopo aver affrontato le problematiche economiche e sociali, poi, dobbiamo passare a tutta una serie di tematiche correlate: il crimine, la sicurezza e l'immigrazione. Il crimine oggi sta attraversando le frontiere con più facilità di quanta non ne abbia mai avuta in passato. La criminalità organizzata costa al Regno Unito almeno 20 miliardi di sterline l'anno. Negli ultimi 20 anni l'emigrazione è raddoppiata. Gran parte di essa è sana e ben accetta; ciononostante deve pur essere gestita in qualche modo. L'immigrazione illegale è un problema che affligge tutte le nostre nazioni ed è una tragedia umana per migliaia di migliaia di persone. Si stima che il 70 per cento di coloro che emigrano illegalmente sia agevolato nel trasferimento da gruppi di criminalità organizzata. E poi c'è la prassi ripugnante della tratta degli esseri umani, che consiste nello spostare persone da una zona del mondo a un'altra, a opera di gruppi malavitosi organizzati, con lo scopo di sfruttarli nel luogo di destinazione. Ogni anno, tra le 600 mila e le 800 mila persone sono vittime di questo traffico in tutto il mondo. Ogni anno, più di 100 mila donne cadono vittime della tratta degli esseri umani nell'Unione europea.
Ma una specifica agenda Gai (Giustizia e affari interni, ndr) si occuperebbe anche di questi altri problemi: l'attuazione del piano d'azione Ue per contrastare il terrorismo, che ha enormi possibilità di migliorare l'applicazione della legge, come anche di affrontare la radicalizzazione e il reclutamento dei terroristi; l'intelligence transfrontaliera e le forze di polizia internazionale che si occupano di criminalità organizzata; lo sviluppo di proposte che mirino a punire duramente chi effettua tratte di persone e di droga mediante l'accesso ai conti correnti bancari, cercando di ostacolare le loro attività, arrestando le loro componenti dirigenziali e portandoli di fronte alla giustizia; raggiungere accordi per il rimpatrio dei rifugiati e degli immigrati clandestini provenienti dai paesi confinanti e dagli altri; sviluppare la tecnologia biometrica per rendere più sicuri i confini dell'Europa. Infine c'è tutta l'area della Pesc (Politica estera e di sicurezza comune). Dovremmo concordare delle misure pratiche atte a potenziare la capacità di difesa dell'Europa, essere preparati ad assumerci più missioni di mantenimento e imposizione della pace, sviluppare la capacità, assieme alla Nato o dove la Nato non vuole impegnarsi al di fuori dei propri limiti, essere in grado di intervenire rapidamente ed efficacemente a sostegno della risoluzione dei conflitti. Considerate i contingenti degli eserciti europei oggi e la nostra spesa. Peri sate che rispondano veramente alle esigenze strategiche del mondo odierno?
Una simile politica di difesa è una parte necessaria di una politica estera efficace. Ma anche senza di essa dovremmo comunque operare al fine di comprendere come far sì che l'Europa conti. La recente decisione comune dell'Unione europea di raddoppiare gli aiuti all'Africa è stato uno stimolo immediato non solo per i problemi che affliggono quel continente, ma anche per la cooperazione europea. Siamo leader mondiali nello sviluppo e ne andiamo fieri. Dovremmo diventare leader anche nella promozione di un nuovo accordo commerciale multilaterale che stimoli il commercio per tutti, e in particolare per le nazioni più povere. Stiamo conducendo il dibattito sul cambiamento climatico e stiamo sviluppando politiche paneuropee per affrontare il problema. Grazie a Javier Solana, l'Europa ha cominciato a far sentire la propria presenza nel processo di pace in medio oriente. Ma quello che voglio dire è molto semplice: un'Europa forte sarebbe un attore molto importante per la politica estera, un buon partner per gli Stati Uniti, naturalmente, ma anche uno stato in grado di dimostrare la propria capacità di dar forma al mondo e di farlo progredire. Un'Europa come questa, con un'economia in via di ammodernamento, con una sicurezza potenziata da chiari interventi all'interno dei propri confini e oltre, sarebbe un'Europa sicura di sé, un'Europa abbastanza sicura di sé da vedere l'allargamento non come una minaccia, come se farne parte fosse un gioco a somma zero dove i vecchi Stati membri perdono se ne entrano di nuovi, bensì una straordinaria opportunità storica di costruire un'unione maggiore e più potente. Perché non illudetevi: arrestare l'allargamento o rifiutarsi di vederne le naturali conseguenze alla fine dei conti non salvaguarderà un solo posto di lavoro, non terrà in piedi una sola impresa, non eviterà una sola delocalizzazione. O, al limite, lo potrebbe fare per un po', ma non a lungo. E nel frattempo l'Europa diventerà più ristretta, più introspettiva, e quelli che raccoglieranno consensi non saranno coloro che affondano le proprie radici nelle tradizioni dell'idealismo europeo, ma i sostenitori di un nazionalismo superato e della xenofobia. Ma vi dico, in tutta franchezza, che è contraddittorio essere a favore della liberalizzazione dell'appartenenza all'Ue e contrari all'apertura della sua economia.
Se sapremo dirigerci senza esitazioni in questa chiara direzione, se poi ci uniremo alla Commissione (come questa attuale leadership di José Manuel Barroso è decisamente capace di fare), che è pronta a respingere qualche regola non necessaria, a grattare via un po' di burocrazia e a patrocinare un'Europa globale, competitiva e che guarda all'esterno, allora non sarà difficile catturare l'immaginazione e il consenso dei popoli d'Europa. Durante la nostra presidenza cercheremo di portare avanti la riforma finanziaria, di risolvere alcune delle pratiche più irte di difficoltà, come la Direttiva servizi e la Direttiva sugli orari di lavoro, di adempiere agli obblighi dell'Unione nei confronti di quei paesi come la Turchia e la Croazia che aspettano speranzosi di poter avere un futuro di paesi membri dell'Europa, e di condurre questo dibattito sul futuro dell'Europa in modo aperto e onnicomprensivo, affermando con forza i nostri punti di vista, certamente, ma nel pieno rispetto dei punti di vista altrui. Vi chiedo una sola cosa: non prendiamoci in giro raccontandoci che questo dibattito non è necessario, che se svolgiamo le nostre normali mansioni di amministrazione ordinaria, la gente prima o poi si calmerà e si arrenderà alFEuropa cosi com'è e non come vorrebbe che fosse. Durante la mia esperienza come primo ministro mi sono reso conto che il difficile non è tanto prendere delle decisioni, quanto capire quando è il momento giusto per prenderle. E' capire la differenza tra le sfide da gestire e quelle da affrontare e superare. E ora, per l'Europa, ci troviamo in un momento in cui va presa una decisione. I popoli d'Europa ci stanno dicendo qualcosa. Ci stanno facendo delle domande. Vogliono la nostra leadership. E' ora di dargliela.
E’ per me un onore essere qui, oggi, al Parlamento europeo. Con il vostro permesso, dopo ogni Consiglio europeo, nel corso della presidenza inglese, intendo tornare per farvi un resoconto di quanto discusso. Inoltre mi sarebbe gradito consultare il Parlamento prima di ogni Consiglio, per fare tesoro delle opinioni dei suoi membri prima che il Consiglio adotti le proprie delibere. Questo discorso giunge in un momento opportuno. Per quanto oggi in Europa possa esistere disaccordo in merito a diverse questioni, tutti sono concordi almeno su un punto: l'Europa è nel pieno di un profondo dibattito circa il suo futuro. Oggi è mia intenzione trattare questo argomento con chiarezza, parlando delle cause e del modo in cui è possibile risolvere la questione. Per ogni crisi esiste una possibilità di soluzione. Anche per l'Europa, se avremo il coraggio di metterla in atto. Il dibattito sull'Europa non dovrebbe basarsi sullo scambio di offese, nè essere condotto in termini di personalità. Dovrebbe essere uno scambio di idee aperto e sincero. E voglio subito precisare la mia opinione in merito a questo dibattito e al disaccordo che lo sottende. Il problema non consiste nella differenza tra un'Europa basata sul "libero mercato" e un'Europa sociale, tra chi vuole rifugiarsi in un mercato comune e chi crede nell'Europa come progetto politico. Non si tratta di un semplice travisamento, ma di una strategia mirata a intimidire chi chiede un cambiamento in Europa, facendo passare questo desiderio per un tradimento dell'ideale europeo, e a cercare di evitare un dibattito serio sul futuro dell'Europa sostenendo che l'ostinazione stessa a voler portare avanti tale dibattito costituisce una dimostrazione di antieuropeismo. E' un atteggiamento mentale contro cui ho dovuto lottare durante tutta la mia carriera politica. Gli ideali sopravvivono al cambiamento, ma muoiono se le sfide vengono affrontate con inerzia.
"Un appassionato fautore"
Sono un appassionato fautore dell'Europa. Lo sono sempre stato. Il mio primo voto risale al 1975, in occasione del referendum britannico sull'adesione, al quale ho dato una risposta affermativa. Nel 1963, quando l'ultimo candidato del Regno Unito a essere scelto poco prima delle elezioni e il mio partito sosteneva una politica di ritiro dall'Europa, feci presente alla conferenza preposta alla selezione che disapprovavo tale politica. Alcuni pensarono che non sarei più stato scelto. Forse qualcuno se lo augurava. Negli anni 80, poi, ho contribuito a modificare la nostra politica, sentendomi orgoglioso di quel cambiamento. Da quando sono primo ministro ho sottoscritto il Protocollo sulla politica sociale, ho partecipato — assieme alla Francia — alla creazione della moderna politica di difesa europea e ho dato il mio contributo ai trattati di Amsterdam, Nizza e Roma. Si tratta di un'unione di valori, di solidarietà tra nazioni e popoli, non solo di un mercato comune a fini commerciali, ma di uno spazio politico comune di cui siamo cittadini. Lo sarà sempre. Credo in un'Europa come progetto politico. Credo in un'Europa con una dimensione sociale solida e impegnata. Non accetterei mai un'Europa che si limiti a essere un semplice mercato. Non è il momento di accusare di tradimento chi chiede un cambiamento dell'Ue. Solo cambiando, 1'Ue recupererà forza economica. Affermare che il problema consiste in questo significa ignorare il vero dibattito per nascondersi dietro alla rassicurante certezza di quanto è stato sempre dichiarato in tempi difficili. Non c'è alcuna distinzione tra l'Europa necessaria per un successo economico e l'Europa sociale: Europa politica ed Europa economica non sono entità separate. L'obiettivo dell'Europa sociale e dell'Europa economica dovrebbe essere il sostegno reciproco. L'obiettivo dell'Europa politica dovrebbe essere la promozione di istituzioni valide e democratiche che elaborino una politica in queste due sfere e laddove si renda necessaria una collaborazione nel reciproco interesse. Ma l'obiettivo della leadership è creare politiche adatte alla realtà attuale. I leader europei assolvono a tale compito da 50 anni. Si parla di crisi, ma parliamo prima di risultati. Alla fine della guerra, l'Europa era distrutta. Oggi l'Ue si erge a baluardo del successo politico. Quasi 50 anni di pace, prosperità e progresso. Pensiamoci e mostriamo gratitudine.
La storia è dalla parte dell'Unione europea. Paesi di tutto il mondo si riuniscono perché, collaborando, sono in grado di incrementare la propria forza individuale. Fino alla seconda metà del XX secolo, per centinaia di anni le nazioni europee avevano separatamente dominato il mondo, colonizzato ampie parti di esso e combattuto guerre reciproche in vista della supremazia nel pianeta. Riflettendo sulla carneficina della Seconda guerra mondiale, i leader politici si sono resi conto che quei tempi erano terminati. Il mondo odierno non indebolisce quella visione, bensì ne dimostra la prescienza. Gli Stati Uniti sono l'unica superpotenza mondiale. Ma tra pochi decenni, Cina e India saranno le maggiori economie del pianeta, ciascuna con popolazioni tre volte superiori a quella dell’intera Unione europea. L'idea di un'Europa unita e collaborativa è essenziale affinché le nostre nazioni possano essere sufficientemente forti da non perdere la posizione acquisita in questo mondo. Ora, dopo quasi 50 anni, dobbiamo rinnovarci. Questo non deve essere motivo di vergogna. Tutte le istituzioni sono tenute a rinnovarsi. E noi ne siamo in grado. Ma solo se sapremo riarmonizzare gli ideali europei nei quali crediamo con il mondo moderno nel quale dobbiamo vivere. Se l’Europa cedesse allo scetticismo nei confronti dell'euro, o se le nazioni europee che si trovano ad affrontare quest'immensa sfida decidessero di stringersi l'una all'altra sperando di evitare la globalizzazione e rifuggire dai cambiamenti circostanti, rifugiandosi nelle attuali politiche europee come se, ripetendole costantemente e proprio grazie a questo, fosse possibile renderle più utili, il rischio sarà un fallimento su vasta scala in termini strategici. Non è il momento di accusare di tradimento chi chiede un cambiamento dell'Europa. E' il momento di riconoscere che, solo cambiando, l'Europa recupererà la propria forza, la propria rilevanza, il proprio idealismo e, pertanto, il sostegno da parte della popolazione. E, come sempre, la gente comune è in anticipo sui politici. Come classe politica, riteniamo sempre che le persone, indifferenti all'ossessione quotidiana della politica, possano non comprenderla, non vederne le sottigliezze e le complessità. In definitiva, però, la gente vede la politica con maggior chiarezza rispetto a noi, proprio perché non ne è quotidianamente ossessionata. Il problema non riguarda il concetto di Unione europea, ma la modernizzazione, la politica. Non è un dibattito sul modo di abbandonare l'Europa, ma su come far sì che essa assolva al compito per il quale è nata: migliorare la vita dei suoi cittadini, che però, al momento, non si dimostrano convinti. Pensiamoci.
"Un'insoddisfazione più ampia e profonda"
Per quattro anni l'Europa ha condotto un dibattito sulla nostra nuova Costituzione, di cui due anni in Convenzione. Si è trattato di un'opera dettagliata e accurata, contenente le nuove norme per il governo di un'Europa di 25 e, col tempo, 27,28 e più Stati membri. Il documento è stato approvato da tutti i governi e ha incontrato il favore di tutti i leader. Poi è stato completamente rifiutato in occasione di due referendum tenuti in due Stati fondatori (nel caso dei Paesi Bassi da oltre il 60 per cento dei votanti). La realtà è che oggi in gran parte degli Stati membri sarebbe difficile ottenere un "sì" a favore della Costituzione in un referendum. Le spiegazioni possibili sono due. Una è che la gente abbia studiato la Costituzione, disapprovandone i singoli articoli. Dubito che questa spiegazione sia alla base della maggioranza dei "no". Non si è trattato di un problema di cattiva stesura o di uno specifico disaccordo testuale. L'altra spiegazione è che la Costituzione sia diventata semplicemente un mezzo per esprimere un'insoddisfazione più ampia e profonda per la situazione in Europa. A mio parere, questa è l'analisi corretta. In tal caso, non è una crisi delle istituzioni politiche, ma una crisi della leadership politica. La popolazione europea ci pone questioni difficili. E' preoccupata per la globalizzazione, la sicurezza del posto di lavoro, le pensioni e il tenore di vita. Essa nota un cambiamento non solo nell'economia, ma anche nella stessa società che la circonda. Le comunità tradizionali si disgregano, i modelli etnici cambiano, la vita familiare è sotto pressione per la difficoltà di trovare un equilibrio tra casa e lavoro. Viviamo in un'era di profondo sconvolgimento e cambiamento. Pensiamo ai nostri figli, alla tecnologia che usano e al mercato del lavoro che si prospetta loro. Il mondo è irriconoscibile rispetto ai tempi in cui eravamo studenti noi, 20 o 30 anni fa. Quando si verifica questo tipo di cambiamento, i moderati devono assumere la leadership. In caso contrario, sono gli estremisti a prendere in mano le redini del processo politico. Questo avviene in una nazione. Ora sta accadendo in Europa. Pensiamoci. La Dichiarazione di Laeken che ha varato la Costituzione aveva l'obiettivo di "avvicinare l'Europa alle persone". Lo ha fatto? Nel 2000 è stata lanciata l'agenda di Lisbona, con l'ambizione di rendere l'Europa "il posto più concorrenziale del mondo per il commercio entro il 2010". Siamo ormai a metà del periodo previsto: l'agenda ha avuto successo? Ho dovuto sorbirmi una conclusione del Consiglio dopo l'altra, ascoltando discorsi su come stiamo "riavvicinando l'Europa alle persone". Lo stiamo davvero facendo? E' il momento di fare mente locale, di svegliarci. Stanno suonando le trombe attorno alle mura della città: le ascoltiamo? Abbiamo la volontà politica di uscire e incontrare la gente, così che essa possa considerare la nostra leadership come parte della soluzione, non come il problema? E' questo il contesto in cui bisognerebbe impostare il dibattito sul bilancio. Si sostiene che il bilancio è necessario per ripristinare la credibilità dell'Europa. Naturalmente. Ma dovrebbe essere il bilancio giusto. Non dovrebbe essere astratto dal dibattito sulla crisi europea, ma essere parte della risposta a essa.
Voglio spendere qualche parola sul summit di venerdì scorso. E' stato affermato che non sono intenzionato a scendere a compromessi sullo sconto concesso al Regno Unito, che ho posto la questione della riforma della Politica agricola comunitaria (Pac) solo all'ultimo minuto, che ho aspettato a rinegoziare la Pac venerdì notte. In realtà, sono l'unico leader inglese che si sia mai dichiarato disposto a discutere lo sconto. Non ho mai sostenuto che dovremmo porre fine alla Pac ora o rinegoziarla in una notte. Una simile posizione sarebbe assurda. Qualunque cambiamento deve tenere in considerazione le legittime necessità delle comunità agricole e avvenire nel tempo. Ho semplicemente fatto presente due cose: che non possiamo concordare una nuova prospettiva finanziaria che non contempli almeno un processo che porti a un bilancio più razionale; e che questo deve permettere a un simile bilancio di plasmare la seconda metà di tale prospettiva fino al 2013. In caso contrario, qualunque cambiamento fondamentale potrebbe essere concordato soltanto nel 2014, per non parlare della relativa implementazione. Nel frattempo è evidente che la Gran Bretagna darà il proprio equo contributo per l'espansione. Potrei far notare che, in ogni caso, rimarremmo il secondo più importante contributore netto dell'Ue, avendo versato a tale riguardo miliardi in più rispetto a paesi di dimensioni analoghe.
"Accrescere la nostra capacità di competere"
E così, questo è il contesto. Come potrebbe essere un'agenda politica diversa per l'Europa? Innanzitutto dovrebbe mirare a modernizzare il nostro modello sociale. Anche in questo caso alcuni hanno commentato che io voglio abbandonare il modello sociale europeo. Ma ditemi: che razza di modello sociale è quello in cui ci sono 20 milioni di disoccupati e tassi di produttività inferiori a quelli degli Stati Uniti? Quello che lascia che ci siano più laureati in discipline scientifiche in India che in Europa? E in cui tutti gli indici relativi di un’economia moderna — specializzazione, ricerca e sviluppo, brevetti, informatica — stanno calando anziché aumentare? Nei prossimi cinque anni l'India espanderà il proprio settore biotecnologico fino a farlo diventare cinque volte più grande di quanto non sia oggi. Negli ultimi cinque anni la Cina ha triplicato la propria spesa in ricerca e sviluppo. Solo due delle 20 maggiori università del mondo si trovano oggi in Europa. Lo scopo del nostro modello sociale dovrebbe essere accrescere la nostra capacità di competere, aiutare i nostri popoli ad affrontare la globalizzazione, far sì che essi possano goderne le opportunità ed evitarne i pericoli. Naturalmente abbiamo bisogno di un'Europa sociale, ma deve essere un'Europa sociale che funziona. E ci hanno anche detto come fare. Il Rapporto Kok del 2004 ci ha indicato la strada: investimenti in conoscenze, in capacità, in politiche attive per il mercato del lavoro, in parchi scientifici e innovazione, in una maggiore istruzione, nella rivalorizzazione urbana, in aiuti alle piccole imprese. Questa è una politica sociale moderna, e non regolamentazioni e tutela dell'occupazione che possono salvare qualche posto di lavoro solo per un po' di tempo, a spese di tanti posti di lavoro in futuro. E dato che questo è il momento di distruggere i falsi miti, lasciatemene distruggere un altro: l'idea che la Gran Bretagna sia in preda a qualche filosofia di mercato anglosassone estrema che calpesta i poveri e gli svantaggiati. L'attuale governo inglese ha introdotto una nuova riforma per la disoccupazione: il più vasto programma europeo per l'occupazione che mira ad abolire del tutto la disoccupazione giovanile in futuro. Ha previsto investimenti nei servizi pubblici maggiori di quelli di qualsiasi altro paese europeo negli ultimi cinque anni. Siamo stati costretti a farlo, è vero, ma lo abbiamo fatto. Abbiamo introdotto il primo salario minimo garantito britannico. Abbiamo rigenerato le nostre città. Abbiamo tolto quasi un milione di bambini dallo stato di indigenza e risollevato due milioni di pensionati da situazioni di grave difficoltà e abbiamo già avviato il progetto più radicale di allargamento dei diritti all'assistenza per i bambini, alla maternità e alla paternità di tutta la storia del nostro paese. Solo che lo abbiamo fatto sulla base di un'economia forte, e non a spese di un'economia forte. In secondo luogo, il bilancio deve rispecchiare queste realtà. E qui è il Rapporto Sapir che ci indica la strada. Pubblicato dalla Commissione europea nel 2003, il rapporto Sapir stabilisce in modo chiaro e dettagliato come dovrebbe essere il bilancio di un'Europa moderna. Mettiamolo in pratica. Ma un bilancio moderno per l'Europa non può essere un bilancio che tra dieci anni spenda ancora il 44 per cento del proprio denaro nella Pac. In terzo luogo, mettiamo in atto l'Agenda di Lisbona. Nel lavoro, nella partecipazione al mercato del lavoro, nel l'abbandono della scuola, nell'istruzione per tutte le età, stiamo tutti facendo progressi che non si avvicinano nemmeno agli obiettivi precisi che abbiamo fissato a Lisbona. Quell'Agenda ci ha detto cosa fare. Facciamolo. Quarto — e qui vado con i piedi di piombo — dare all'Europa una struttura macroeconomica che sia regolamentata, ma anche flessibile. Non spetta a me esprimere commenti sulla Zona Euro. Vi dico solo questo: se riuscissimo a concordare la realizzazione di un vero progresso nelle riforme economiche, se dimostrassimo di avere intenzioni serie in merito al cambiamento strutturale, allora la gente percepirebbe la riforma delle macropolitiche come qualcosa di sensato e razionale, e non come un prodotto del lassismo fiscale, ma come buon senso. E abbiamo bisogno di queste riforme con urgenza, se vogliamo che l'Europa cresca.
"Vi chiedo una cosa non prendiamoci in giro"
Dopo aver affrontato le problematiche economiche e sociali, poi, dobbiamo passare a tutta una serie di tematiche correlate: il crimine, la sicurezza e l'immigrazione. Il crimine oggi sta attraversando le frontiere con più facilità di quanta non ne abbia mai avuta in passato. La criminalità organizzata costa al Regno Unito almeno 20 miliardi di sterline l'anno. Negli ultimi 20 anni l'emigrazione è raddoppiata. Gran parte di essa è sana e ben accetta; ciononostante deve pur essere gestita in qualche modo. L'immigrazione illegale è un problema che affligge tutte le nostre nazioni ed è una tragedia umana per migliaia di migliaia di persone. Si stima che il 70 per cento di coloro che emigrano illegalmente sia agevolato nel trasferimento da gruppi di criminalità organizzata. E poi c'è la prassi ripugnante della tratta degli esseri umani, che consiste nello spostare persone da una zona del mondo a un'altra, a opera di gruppi malavitosi organizzati, con lo scopo di sfruttarli nel luogo di destinazione. Ogni anno, tra le 600 mila e le 800 mila persone sono vittime di questo traffico in tutto il mondo. Ogni anno, più di 100 mila donne cadono vittime della tratta degli esseri umani nell'Unione europea.
Ma una specifica agenda Gai (Giustizia e affari interni, ndr) si occuperebbe anche di questi altri problemi: l'attuazione del piano d'azione Ue per contrastare il terrorismo, che ha enormi possibilità di migliorare l'applicazione della legge, come anche di affrontare la radicalizzazione e il reclutamento dei terroristi; l'intelligence transfrontaliera e le forze di polizia internazionale che si occupano di criminalità organizzata; lo sviluppo di proposte che mirino a punire duramente chi effettua tratte di persone e di droga mediante l'accesso ai conti correnti bancari, cercando di ostacolare le loro attività, arrestando le loro componenti dirigenziali e portandoli di fronte alla giustizia; raggiungere accordi per il rimpatrio dei rifugiati e degli immigrati clandestini provenienti dai paesi confinanti e dagli altri; sviluppare la tecnologia biometrica per rendere più sicuri i confini dell'Europa. Infine c'è tutta l'area della Pesc (Politica estera e di sicurezza comune). Dovremmo concordare delle misure pratiche atte a potenziare la capacità di difesa dell'Europa, essere preparati ad assumerci più missioni di mantenimento e imposizione della pace, sviluppare la capacità, assieme alla Nato o dove la Nato non vuole impegnarsi al di fuori dei propri limiti, essere in grado di intervenire rapidamente ed efficacemente a sostegno della risoluzione dei conflitti. Considerate i contingenti degli eserciti europei oggi e la nostra spesa. Peri sate che rispondano veramente alle esigenze strategiche del mondo odierno?
Una simile politica di difesa è una parte necessaria di una politica estera efficace. Ma anche senza di essa dovremmo comunque operare al fine di comprendere come far sì che l'Europa conti. La recente decisione comune dell'Unione europea di raddoppiare gli aiuti all'Africa è stato uno stimolo immediato non solo per i problemi che affliggono quel continente, ma anche per la cooperazione europea. Siamo leader mondiali nello sviluppo e ne andiamo fieri. Dovremmo diventare leader anche nella promozione di un nuovo accordo commerciale multilaterale che stimoli il commercio per tutti, e in particolare per le nazioni più povere. Stiamo conducendo il dibattito sul cambiamento climatico e stiamo sviluppando politiche paneuropee per affrontare il problema. Grazie a Javier Solana, l'Europa ha cominciato a far sentire la propria presenza nel processo di pace in medio oriente. Ma quello che voglio dire è molto semplice: un'Europa forte sarebbe un attore molto importante per la politica estera, un buon partner per gli Stati Uniti, naturalmente, ma anche uno stato in grado di dimostrare la propria capacità di dar forma al mondo e di farlo progredire. Un'Europa come questa, con un'economia in via di ammodernamento, con una sicurezza potenziata da chiari interventi all'interno dei propri confini e oltre, sarebbe un'Europa sicura di sé, un'Europa abbastanza sicura di sé da vedere l'allargamento non come una minaccia, come se farne parte fosse un gioco a somma zero dove i vecchi Stati membri perdono se ne entrano di nuovi, bensì una straordinaria opportunità storica di costruire un'unione maggiore e più potente. Perché non illudetevi: arrestare l'allargamento o rifiutarsi di vederne le naturali conseguenze alla fine dei conti non salvaguarderà un solo posto di lavoro, non terrà in piedi una sola impresa, non eviterà una sola delocalizzazione. O, al limite, lo potrebbe fare per un po', ma non a lungo. E nel frattempo l'Europa diventerà più ristretta, più introspettiva, e quelli che raccoglieranno consensi non saranno coloro che affondano le proprie radici nelle tradizioni dell'idealismo europeo, ma i sostenitori di un nazionalismo superato e della xenofobia. Ma vi dico, in tutta franchezza, che è contraddittorio essere a favore della liberalizzazione dell'appartenenza all'Ue e contrari all'apertura della sua economia.
Se sapremo dirigerci senza esitazioni in questa chiara direzione, se poi ci uniremo alla Commissione (come questa attuale leadership di José Manuel Barroso è decisamente capace di fare), che è pronta a respingere qualche regola non necessaria, a grattare via un po' di burocrazia e a patrocinare un'Europa globale, competitiva e che guarda all'esterno, allora non sarà difficile catturare l'immaginazione e il consenso dei popoli d'Europa. Durante la nostra presidenza cercheremo di portare avanti la riforma finanziaria, di risolvere alcune delle pratiche più irte di difficoltà, come la Direttiva servizi e la Direttiva sugli orari di lavoro, di adempiere agli obblighi dell'Unione nei confronti di quei paesi come la Turchia e la Croazia che aspettano speranzosi di poter avere un futuro di paesi membri dell'Europa, e di condurre questo dibattito sul futuro dell'Europa in modo aperto e onnicomprensivo, affermando con forza i nostri punti di vista, certamente, ma nel pieno rispetto dei punti di vista altrui. Vi chiedo una sola cosa: non prendiamoci in giro raccontandoci che questo dibattito non è necessario, che se svolgiamo le nostre normali mansioni di amministrazione ordinaria, la gente prima o poi si calmerà e si arrenderà alFEuropa cosi com'è e non come vorrebbe che fosse. Durante la mia esperienza come primo ministro mi sono reso conto che il difficile non è tanto prendere delle decisioni, quanto capire quando è il momento giusto per prenderle. E' capire la differenza tra le sfide da gestire e quelle da affrontare e superare. E ora, per l'Europa, ci troviamo in un momento in cui va presa una decisione. I popoli d'Europa ci stanno dicendo qualcosa. Ci stanno facendo delle domande. Vogliono la nostra leadership. E' ora di dargliela.
Gli iscritti e contribuenti 2012
| FRANCESCA T. MILANO | 200 euro |
| EUFEMIA T. MUGGIO' | 200 euro |
| AMBROGIO S. CASSINA DE' PECCHI | 200 euro |
| PIER PAOLO S. FROSINONE | 200 euro |
| DAVIDE R. MILANO | 200 euro |
| LORENA P. MONZA | 200 euro |
| DAVIDE L. MANTOVA | 200 euro |
| PAOLO G. ROMA | 200 euro |
| MARTA G. ROMA | 200 euro |
| ANNA MARIA D. ROMA | 200 euro |
| Total SUM | 397.572 euro |











