A poche ore dall’apertura dei lavori del CG del PRNTT modesta proposta per evitare che l’europa continui ad essere un inutile tormentone
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(bozza di intervento di Angiolo Bandinelli)
Il tema di fondo dell’imminente Consiglio generale del PRNTT sembra dunque essere quello di “individuare gli obiettivi concreti da assegnare a se stesso” e di compiere “un serio passo in avanti per individuare e precisare nuove forme di lotta, tradizionali e nonviolente, che possano essere immediatamente d’aiuto alle forze democratiche che devono affrontare la reazione delle vecchie sovranità statuali nazionali, geopoliticamente contraddittorie rispetto alla politica dei diritti umani e alla nuova legalità internazionale”.
Prima osservazione: perché si parla di obiettivi “concreti”?, e non di obiettivi anche o soprattutto “teorici”, scaturiti da una analisi necessariamente rinnovata rispetto - per dire - al momento in cui il Partito Transnazionale nasceva, in un clima di guerra fredda, con incombente sull’Europa la minaccia di una Unione Sovietica ancora viva e (almeno apparentemente) vitale? In quegli anni, il PRNTT aprì delle sedi in alcune capitali dell’Est, e si mosse nella prospettiva di far nascere e crescere focolai di resistenza nonviolenta rispetto al Moloch sovietico e ai suoi satelliti. L’Europa occidentale procedeva lentamente sul binario di una unificazione economica tutta chiusa nel quadro di una irresponsabilità di prospettiva politica, nella consapevolezza che lo scenario politico era ineluttabilmente e interamente occupato dal confronto tra le due Superpotenze. Si sono dissolte sia la prima che la seconda condizione, ma il PRNTT sostanzialmente adotta gli stessi schemi interpretativi di quei tempi ormai lontani.
Nella presentazione dell’assise radicale, temi ed obiettivi sono suddivisi e saranno dibattuti in tre sezioni: la prima e la terza sono in buona parte sovrapponibili, in quanto riguardano i modi di lotta da assumere per difendere la “legalità internazionale”, la democrazia e i diritti umani e civili, possibilmente con “lotte nonviolente, transnazionali e transpartitiche”. La seconda sezione riguarda invece, specificamente, l’Europa. Il tema si inserisce surrettiziamente tra gli altri due, con i quali finisce col legare poco o nulla. Surrettiziamente, ma anche in termini un po’ vaghi. Ho più volte, in varie sedi, fatto cenno al tema di fondo sul quale oggi, se potessi intervenire al Consiglio generale, interverrei. Per i pochi che vi avessero interesse, ne ripropongo qui, schematicamente, il nocciolo.
Penso che sia inutile ormai ripetere le tesi, gli schemi, i valori che furono tipici del federalismo europeo alla Spinelli. Li conosciamo tutti, li abbiamo introiettati più o meno coscientemente e utilmente, forniscono lo schema, l’infrastruttura che sostiene le riflessioni, i giudizi, le proposte avanzate ancora oggi da figure di altissimo rilievo - ma non radicali - come Mario Monti o Padoa Schioppa. Non hanno bisogno di essere ancora ripetute. C’è chi, come - per dire - un Giuliano Amato, per il quale quei concetti sono divenuti addirittura un alibi per una stanca autogiustificazione, e c’è chi - come Barbara Spinelli - ne colora, nostalgicamente ma del tutto infruttuosamente, le proprie paginate domenicali sulla “Stampa” che di politico, ormai, hanno ben poco. Non vorrei che una situazione del genere - dico quella rappresentata da Monti o Padoa Schioppa, non quella degli Amato o Spinelli - si cristallizzasse anche nel e sul PRNTT.
Io credo che le tesi spinelliane abbiano avuto legittimazione e autorevolezza fino alla caduta del muro di Berlino. Fino a quel momento - ripeto - l’Europa andava avanti sotto la copertura dell’ombrello politico-militare garantito dall’America. Costruiva una unità che però non si assumeva nessuna responsabilità politica, non pensava di poter essere un soggetto politico autonomo, collocato fuori (o a fianco) dell’ombrello americano. Era una situazione di irresponsabilità che ha favorito il processo di integrazione, non a caso sempre restato ancorato alla chiave funzionalista senza mai arrivare al livello schiettamente politico. Il problema del “soggetto politico” nemmeno si poneva. Sul tema “Europa” il confronto politico era sempre il confronto tra le tesi federaliste e le resistenze degli Stati. In questo quadro metodologico si era in realtà raggiunto un equilibrio statico tra le due spinte, che tutti sapevano non sarebbe mai stato superato. Più Delors o più Spinelli? Il dibattito aveva le cadenze dell’infinito. Dopo la caduta del muro di Berlino e la crisi del comunismo sovietico le cose sono radicalmente cambiate. L’Europa si è venuta a trovare sempre più scoperta, sempre meno inglobata nel programma, nella politica, nella progettualità di una America che veniva man mano perdendo il suo status di potenza egemone a livello mondiale. Gli anni del Bush junior sono stati anni in cui gli Stati Uniti hanno tentato disperatamente di recuperare quel loro ruolo egemone, inventandosi le teorie neoimperiali dei neocon e gettandosi in una guerra, o in due guerre che avrebbero dovuto dare la percezione chiara e incontrovertibile della ritrovata centralità USA in un panorama politico che, secondo la Condoleeza Rice, avrebbe sì potuto diventare multinazionale, multietnico, ecc., ma mai multipolare. E invece è accaduto proprio questo, che il mondo è divenuto multipolare, trovando impreparata la stessa America. Oggi, Obama cerca di individuare una nuova strategia, ma ha dovuto proprio ieri ammettere che l’America “da sola non può farcela”. Non riesce però a formularla, questa strategia, e deve sostenere il peso di una sfiducia che non merita affatto. La canea dei conservatori, dei fondamentalisti, dei vedovi di Bush e dei suoi consiglieri d’assalto - figli o nipotini di Leo Strass - è pronta a morderlo, aiutata e sospinta dalla crisi della fiducia economica e sociale che dà l’aire a tendenze anarcoidi tipo Sarah Palin o Tea Party.
L’Europa, rimasta senza la coperta di Linus, mostra oggi appieno cosa significhi vivere senza una progettualità, un ritmo unitario, ma soprattutto una classe dirigente a livello politico. Nessun politico è, in Europa, non dico federalista ma almeno europeo. Nessuno si pone in termini seriamente operativi il problema della soggettività politica dell’Europa nel confronto con gli altri soggetti che agiscono nel panorama multipolare. L’illusione di una pace comunque non a rischio, garantita dall’impossibilità per ciascuno di questi poli di scatenare una guerra, un confronto militare serio, fa addirittura sì che quel tanto di unificazione che c’è sia posta a rischio: la Germania pensa di poter riconquistare un ruolo di prima grandezza come soggetto economico di stazza mondiale, l’Inghilterra si acconcerà ancora al ruolo di partner (finanziario) privilegiato di Washington, la Francia scalderà inutilmente i muscoli, la Spagna riproverà a scavalcare l’Italia sul terreno del PIL, e così via.
Naturalmente, se questo dovesse accadere, non si sarebbe da stracciarsi le vesti. Semplicemente, si dovrebbe prendere atto che la parentesi europeista - figurarsi quella federalista - si è chiusa. Non cadrebbe il mondo. Ma, di fronte a questo panorama, mi pare perfettamente inutile riproporre il mantra spinelliano, senza poter dare una sola indicazione seria sul “che fare” per avvicinarne sul serio la realizzazione. Diciamocelo francamente: i radicali (la galassia radicale) poco hanno fatto per dare davvero impulso al programma spinelliano, almeno dai tempi di Delors. E, successivamente, il mutamento delle condizioni politiche e geopolitiche non è stato afferrato, né tampoco analizzato e sviscerato come si doveva.
Oggi, inserire ritualmente il tema dell’Europa tra quelli che prendono in esame la problematica dei diritti civili è francamente troppo poco, e forse anche deviante. Si confondono due piani di possibile azione che sono non sovrapponibili totalmente. Le questioni dei diritti civili pongono un certo tipo di problemi e di soluzioni, il tema dell’Europa ne pone uno solo: la creazione di un soggetto politico interamente votato ad avviare nella lotta quotidiana - magari con metodi e iniziative nonviolente - la possibilità di creare istituzioni politiche di tipo federalista. Tale soggetto dovrebbe porsi in contrapposizione alternativa con le politiche governative: ieri, i governi contrattavano sui confini reciproci delle loro responsabilità economiche, finanziarie, gestionali. Oggi, posti di fronte alla questione della responsabilità politica, non vogliono cedere di un millimetro le loro prerogative sovrane. Il confronto potrebbe essere posto sotto una epigrafe, una domanda: chi è, dove è il cittadino europeo capace di lottare contro quei governi e i loro Stati? Si tratta di un mutamento di prospettiva a 360°, che apre un problema assorbente e che non ammette distrazioni. E dunque, se si può affrontarlo in maniera adeguata, bene; altrimenti è meglio lasciarlo cadere, per non illudere nessuno. Lasciamo a Monti, a Padoa Schioppa, il ruolo dei profeti disarmati del verbo spinelliano; non saranno altro che mosche cocchiere, a meno - ma non facciamocene un alibi - di un evento rivoluzionante, per ora imprevedibile. Penso, ad es., a un crollo verticale delle economie e della credibilità del complesso europeo; sarebbe il solo evento che possa riaprire il discorso a livello interstatuale. Possiamo intanto affidare a Tremonti il compito di salvare il salvabile, dall’euro a un po’ di legislazione bancaria, a un po’ di conti pubblici, etc.; compito assunto comunque per scopi di politica interna e non certo per passione federalista da chi, insieme allo stesso Berlusconi, ha per anni vergognosamente sparato a zero sull’euro, responsabile di ogni difficoltà denunciata dal pizzicarolo e dal fruttarolo sotto casa, che strillavano nel veder lievitare i prezzi del pane o della verdura.
La mia è una “modesta proposta” un po’ come quella di Swift, anche se non così sanguinolenta. Mi consento ancora un qualche ininfluente corollario. Un simile cambiamento di metodologia e di prospettiva nella lotta per l’Europa avrebbe avuto qualche possibilità di successo, o almeno di “affermazione” mediatico-simbolica, se avviato anni fa, attraverso - magari - l’individuazione di momenti parziali di confronto. Si sarebbe potuto pensare - per dire - a un grande dibattito e ad un avvio di iniziativa sulla questione dei Balcani e del loro ruolo nella costruzione europea. Magari a partire da quell’ipotesi di “Confederatio balcanica” che non è utopia (dello scrivente, se non altro) ma antico progetto, antica aspirazione di intellettuali e forse anche di segmenti di classi dirigenti, restata minoritaria per l’opposizione decisa, storica, di potenze come la Russia, interessata a mantenere divisa un’area sulla quale esercitare un ruolo egemonico o quasi, nel confronto/scontro - semmai - con altre grandi potenze, dall’Austria absburgica alla Francia, alla Germania (e persino all’Italia). Si sarebbe potuto evocare il modello del Benelux, come punto di avvio di una riorganizzazione funzionale del sistema statuale europeo, ecc. Ma queste sono fantasie, del tutto ininfluenti.
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