Più Negri di prima. Intervista a Toni Negri

Stefania Rosini
L'Espresso

Il successo dei suoi libri. Una nuova casa. Una giovane compagna. La voglia di un figlio. I 72 anni ruggenti dell'ex leader di Potere operaio

Intervistare Toni Negri e un'esperienza giornalistica piuttosto insolita. Si parte con le solite armi del mestiere e si è costretti subito ad abbandonarle per navigare tra concetti nuovi che hanno nomi antichi: impero, moltitudine, comunanza. singolarità. Ma se l'intervista è anche sentimentale, Negri fa la sorpresa di mescolare per primo filosofia e corpo, impulsi e idee, carne e lotta di classe, sommossa e desideri, eros e diritto. Un'ovvietà per lui, che non sa separare la passione dalla rivoluzione. Capelli ingrigiti e corpo asciutto, a 72 anni Negri è fisicamente più attraente di quando era nel pieno dell'età . Allora, l'espressione grifagna e la risata contratta scandivano discorsi pubblici e privati. Oggi ha tempo, ritmo e anche il riso, che si è modulato su una cadenza parigina, è diventato un intercalare più morbido. Il successo clamoroso del saggio "Impero", scritto insieme all'americano Michael Hardt, gli ha dato fama e prestigio internazionali. Omaggiato dal "Time" nel 2001 come uno dei sette grandi innovatori del pensiero, Negri ha visto confermato il guidizio anche dal settimanale francese "Le Nouvel Observateur" che quest'anno lo ha inserito nella lista dei 25 uomini più saggi del mondo, mettendolo in copertina con il titolo “le nouveau Marx”. E il suo recente si .sulla Costituzione europea ha creato un caso politico nella sinistra francese. Ma, a conferma che nessuno è profeta in patria, da noi la sua fama resta inchiodata agli anni di piombo. Difficile che lo si nomini senza ricordarci vecchi reati veri e presunti e la condanna a 17 anni di carcere. Nella sua nuova e bella casa veneziana, convinto con qualche fatica a fidarsi della stampa, il vecchio sovversivo si lascia andare a questa chiacchierata sussultoria, senza nascondere la soddisfazione della rivincita.
Allora, Negri, come ci si sente a essere una star delta filosofia mondiale?
«Per cominciare non mi ritengo un filosofo. Figuriamoci una star».
Dica lei chi è.
«Non so definirmi attraverso una professione. perché nessuna mi ha mai accontentato. Io sono un militante che porta avanti certe idee in tutti gli spazi possibili. La mia è una filosofia contro. che si mischia con i corpi e con le lotte. Non conosco un'indipendenza astratta del pensiero».
Resta il fatto che mezzo mondo la acclama come grande teorico. Un successo così non le fa qualche effetto?
«Il salto c'è stato, è ovvio. Ho riavuto il passaporto soltanto nel giugno del 2003, dopo 24 anni. Da allora ho fatto il giro del mondo tre volte, senza spendere una lira».
Chi la invita?
«Tutti, dal Brasile alla Cina, dal Sudafrica al Canada, sono diventato professore honoris causa un pò ovunque. Tengo conferenze nelle accademie e nei grandi teatri. Non c'è paese d'Europa che mi abbia evitato».
Se non contiamo l'Italia. Come spiega la diffidenza di cui gode in patria?
Qui è intatto il risentimento per quello che abbiamo simboleggiato nelle lotte degli anni Sessanta e Settanta. Quando il risentimento non basta, c'è l'invidia. E non va sottovalutata neanche la vergogna».
Quanti sentimenti! Di chi stiamo parlando?
«Della sinistra. In Italia non c'e una destra forte, semplicemente manca una sinistra. E. questa sinistra manca perché è stata distrutta dalla paura che ebbe di essere tagliata fuori. Il risentimento e la vergogna le vengono dall'essere stata costretta a usare i giudici per eliminarci, come del resto ha fatto poi con Craxi».
Non si mette un po' troppo al centro delle cose, professore? Quella repressione ci salvò dal terrorismo.
«Valutiamola: ha funzionato come repressione e ha fallito rovinosamente nel ricambio della classe dirigente. La sinistra italiana è oggi il prodotto di vent'anni di desertificazione. Né in Germania, né in Francia sono accadute cose del genere».
Nè in Germania nè in Francia c'è stato un Sessantotto lungo dieci anni.
«E’ vero. ma per colpa di chi? Le università francesi furono subito aperte alla nuova generazione, mentre nelle città tedesche nacquero presto quartieri alternativi. Da noi, dove c'era il più grande partito comunista d'Occidente, hanno voluto sopprimere il pensiero operista che oggi è una delle tendenze maggiori nel mondo».
E lei ne è un leader. Ha ragione il ministro Pisanu a indicarla ancora come un capo?
«Non mi provochi. Con i ministri degli Interni ho sempre avuto qualche problema. Cossiga, che inventò ogni espediente per tenermi in galera, tempo fa mi abbracciò in un bar, urlando "Toni!" e lasciando ,allibita la mia giovane cognatina francese che, abituata a un Paese dove le regole del potere contano. vedeva un ex presidente della Repubblica fare le feste a un pregiudicato in libertà vigilata»
Negri, da dove le viene questa passione irriducibile? Se lo è mai chiesto?
«Le do qualche spunto. Una terra, il Veneto, che ha visto la sola rivoluzione che si sia verificata in Italia: dalla miseria assoluta all'industria e poi alla ricchezza. Un nonno operaio, comunista duro, che mi ha fatto capire cosa fosse la fatica fisica, portare ogni giorno quintali e quintali chi ti buttano sulle spalle. Una madre, rimasta vedova con tre figli, che mi ha spinto verso lo studio come unico mezzo per uscire dalla miseria. insegnandomi che libertà e sapere vanno insieme. Un padre. morto quando avevo due anni, che aveva fondato il Pci nel 1921
Le è mancato questo padre?
«Come sì fa a dirlo? Quando me lo chiedono, mi sento come il capitano del “Tifone” di Conrad che non aveva mai visto ua bufera. "Come sì fa”, si chiedeva, "a sapere se sono dentro o fuori della bufera, quando non so cosa sia essere dentro o fouri?". E poi ho avuto presto un padre elettivo molto importante»
Chi era?
Un giovane partigiano comunista che divenne poi mio cognato. Si era rifugiato da noi nell'inverno del 1943-44. dopo che la sua brigata era stata sterminata in montagna. Insieme al nonnoEnea fu il mio mentore per il comunismo».
Bilanciò anche l’esperienza di un fratello repubblichino?
«Repubblichino? Un ragazzo di 16 anni che si invaghisce dell’idea di Nazione e va a farsi .ammazzare in Jugoslavia pochi giorni dall’'8 settembre? Mia madre, disperata, era andata in bicicletta a prenderlo per le orecchie, ma era gia morto. I fascisti, vergognandosi della sua età, fecero scrivere che si era suicidato per non cadere nelle mani dei briganti comunisti. Il mio amore per la stampa comincia lì».
Ha mai creduto in Dio?
«Perché me lo chiede? Io sono tranquillamente ateo».
E’ stato nell'Azione cattolica.
«Quella fu la mia prima comunità di passioni condivise. Il partito comunista a Padova non esisteva e l’unico modo per affrontare la questione sociale era stare con questo gruppo di giovani che si ispirava ai preti operai francesi. Infatti due anni dopo fummo tutti espulsi. Ma non ho mai pensato che la liberazione passi attraverso l'ateismo. Passa semmai nel rifiuto della trascendenza come fondamento del potere»
Lei ha perso i diritti civili e non voterà ai prossimi referendum. Che impressione ha del dibattito intorno all'embrione?
«La vita è stata continuamente trasformata dall'azione dell’uomo e trovo che un’azione responsabile della scienza sia bella e utile. Ma tutto è confuso dal fatto che a sinistra non sono stati capaci di trattare con strumenti non teologici il grande obiettivo di distanziare la morte»
Che cosa dovrebbero fare?
«Non avere vergogna di parlare di corpo. di sesso, di amore. di povertà. Ma non possono affrontare discorsi come questi. quando sono lì, terrorizzati dal Welfare che è stato trasformato dalle lotte di questi decenni e che oggi impone di occuparsi anche dei vecchi, tenendoli tra noi e pagando loro ricche pensioni»
E sulla sua stessa morte che pensieri fa? Ne sente l’incombenza?
«Non faccio pensieri. A me la vita piace veramente molto e detesto annoiarmi. Ritengo che sia la noia, come diceva Heidegger; una delle forme della morte».
Come la combatte?
«Quasi non la conosco. Lavoro come un pazzo, leggo e studio tutto il giorno. Scrivo cose diverse, come la pièce che il 3 giugno debutterà in un teatro di Parigi. Si chiama “Essaim” (Sciame) ed è il monologo di un kamikaze in crisi.
Insomma, a 72 anni si aspetta ancora cose nuove cose dal futuro?
«Eccome! Sto vivendo e mi auguro che la vita mi faccia di nuovo una bella puntura, che mi porti ad attraversare una terza. una quarta epoca. Io gli darò una mano..
Come?
«Facendo un altro figlio, per esempio. Amo molto la mia giovane compagna. E se verrà fuori che sono troppo vecchio per concepire, lo adotteremo».