PE/Dibattito sul Tibet: intervento di Olivier Dupuis

Parlamento Europeo, Strasburgo, seduta di giovedì 19 dicembre 2002
Dibattito sui casi di violazione dei diritti dell’Uomo, della democrazia e dello Stato di diritto (Articolo 50 del regolamento del PE)


Olivier Dupuis (NI-Radicali) – Signora Presidente, Signora Commissaria, cari colleghi, il Sig. Posselt ha perfettamente ragione, si tratta della maggioranza tibetana all’interno del Tibet. E, Sig.ra Maes, il problema sollevato oggi da queste due condanne a morte rivela anche le trasformazioni delle frontiere effettuate dai cinesi. Il Tibet della regione autonoma, è un terzo del Tibet. C’è anche la provincia del Sinchuan, di cui una buona parte appartiene al Tibet storico.

I colleghi che mi hanno preceduto, ne hanno parlato. C’è stato, tre mesi fa, un segno di speranza da parte di alcuni al ritorno di Kelsang Gyaltsen e di Lodi Gyari, gli emissari del Dalaï-Lama che si sono recati per la prima volta dopo molto tempo in visita ufficiale a Pechino. Nel frattempo, è intervenuto un “piccolo” cambiamento nella Repubblica Popolare Cinese. Hu Jintao è diventato il nuovo presidente, il segretario generale del partito comunista cinese. Il seguito del cosiddetto dialogo intavolato, è dato da queste due condanne a morte: quelle di Tenzin Delek e di Lobsang Dhondup.

Come segno di dialogo, evidentemente, Sig.ra Gebhardt, c’è di meglio. Detto questo, penso che dovremmo soprattutto interrogarci, noi, membri del Parlamento europeo e noi, europei, sulle modalità del nostro sostegno al popolo tibetano. Credo che dobbiamo porci seriamente questa domanda. Il rischio di esotismo esiste, come esiste il rischio che la lotta pacifica e non nonviolenta dei nostri amici tibetani non sia all’altezza dell’obiettivo che è quello della liberazione del Tibet. Un obiettivo dei tibetani, ma anche un obiettivo di tutti gli uomini liberi e di tutte le donne libere del mondo.

Il nostro Parlamento ha votato quasi tre anni fa, nel giugno 2000, una risoluzione che invitava i governi degli Stati membri a riconoscere il governo del Tibet in esilio, quello del Dalaï-Lama. Penso che è in questo modo che potremo dare veramente forza ai nostri amici tibetani e mostrare ai nostri amici cinesi che lo Stato di Diritto si costruisce su basi solide di dialogo, e non solo sulla base di un dialogo apparente, su briciole di dialogo che essi gettano ai tibetani e, contemporaneamente, a noi europei per farci credere, come fanno da 40 anni, che vogliono dialogare mentre, ogni volta, rifiutano il vero dialogo e ogni soluzione politica.

Il presidente del parlamento tibetano in esilio, il professor Samdhong Rimpoche, ha chiesto di trattenersi fino al mese di giugno. Io mi tratterrò fino al mese di giugno, ma credo che a partire dal mese di giugno, dovremo riconsiderare tutto il nostro sostegno alla battaglia per la libertà del Tibet.