PECHINO HA UNA POLITICA ESTERA AGNOSTICA. BASTA AVERE IL PETROLIO.


Il Foglio

La Cina segue il principio della “non interferenza”, ma si mette di traverso sui dossier più delicati del Consiglio di sicurezza.


Roma. Dal 13 al 18 settembre l'Italia va alla conquista della Cina con quattro ministri, un viceministro, tre sottosegretari, dodici rappresentanti delle regioni, 700 imprese, 26 associazioni di industriali e 20 banche. Un totale di oltre mille italiani capitanati dal presidente del Consiglio Romano Prodi che ha definito gli obiettivi della trasferta cinese: "Fare dell'Italia la porta dell'est, la porta dell'oriente". C'è da augurarsi che, a fronte di cotanto dispiegamento di forze — Emma Bonino l'ha definita "la più grande missione imprenditoriale e istituzionale mai organizzata all'estero"— l'Italia possa stringere accordi, ma anche incalzare Pechino al di là della pur rilevante questione del dumping. Non si tratta soltanto di chiedere conto del rispetto dei diritti umani in Cina, una questione che Prodi ha già promesso di sollevare ma che Bonino si è dimenticata di menzionare giovedì in conferenza stampa si tratta di pretendere da Pechino l'assunzione di un ruolo responsabile sullo scacchiere internazionale. Perché dinnanzi al boom economico, alle previsioni di crescita stabilite al 9 per cento per i prossimi vent'anni, all'urbanizzazione massiccia e alla crescita dei consumi, per Pechino non c’è dittatore che tenga. Assorbita dalla domanda interna, per la Cina la politica estera è quella delle risorse: rame, nichel e soprattutto gas e petrolio. "Lo scopo della diplomazia cinese è assicurare un ambiente favorevole allo sviluppo cinese", ha detto il portavoce del ministro degli Esteri Liu Jianchao. "La Cina ha bisogno di petrolio e loro di mercati". La sua politica estera è agnostica. A Pechino non interessano né le ideologie né i fatti privati dei partner. La Cina preferisce lavarsi le mani dai più scottanti dossier internazionali, dal genocidio in Darfur all'atomica iraniana alla repressione della giunta militare birmana. Il principio è quello della "non interferenza" portato avanti sotto le insegne di un eterno "dialogo"; così Pechino non esita a sabotare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, che si tratti delle sanzioni contro Teheran o dell'intervento di Caschi blu in Sudan. Del resto con Teheran sono in ballo accordi energetici da 100 miliardi di dollari e Khartoum rappresenta il cuore dell'espansione cinese in Africa. L'avanzata tocca anche l'Angola, il Ciad e la Nigeria.
Un quarto del petrolio cinese arriva dal continente africano e per cementare le relazioni Pechino non esita ad accordare favori. Quando l'Angola si ritrovò nel mirino del Fondo monetario, la Cina corse in suo soccorso con un prestito senza interessi in deroga alle regole sulla trasparenza. Altrettanto amichevole è il rapporto con il Venezuela. Il presidente Hugo Chàvez ha annunciato che quadruplicherà le esportazioni di petrolio in Cina, 500 mila barili al giorno entro i prossimi cinque anni e un milione tra dieci. L’accordo ha convinto Pechino ad appoggiare la richiesta venezuelana di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza. Ci sono anche casi in cui l'amicizia cinese non si fonda su patti energetici come nel caso della Corea del nord, della Cambogia e dello Zimbabwe. A dispetto della terribile reputazione di Robert Mugabe, la facoltà di Affari internazionali di Pechino lo ha onorato con un premio per il suo "contributo alla democrazia" e con il titolo di "professore onorario". Sarebbe opportuno che, come ha suggerito il rappresentante per il Commercio americano, Robert Zoellick, al presidente George W. Busb, anche Prodi invocasse dalla Cina amicizie più consone al suo status di potenza emergente, senza dimenticare che Pechino ha stanziato 100 miliardi di dollari in armamenti.