Parigi vota, Roma rischia

Lorenzo Bini Smaghi
Corriere della Sera

Chi rischia di più da un eventuale NO francese alla Costituzione europea? La risposta dipende in parte dagli scenari che si apriranno il “giorno dopo” e dal ruolo che ogni Paese riuscirà a ritagliarsi. Uno dei principali perdenti sarebbe, comunque, la stessa Francia. L’Italia verrà subito dopo.

Cominciamo dalla Francia. Il rifiuto della Costituzione da parte dei cittadini francesi delegittimerebbe qualsiasi governo nel partecipare a un progetto alternativo alla Costituzione. Il motivo è duplice. Innanzitutto anche se molti sostenitori del NO francese sono a favore di una maggiore integrazione dell’Europa, essi non saranno in grado ex post di far valere la loro posizione, perché non potranno contarsi e di distinguersi dagli altri. I fautori del NO, contrari all’Europa non si faranno rubare quella che considereranno una loro vittoria.

Inoltre, il governo francese non verrebbe più considerato come credibile dagli altri partner, perché non in grado di rappresentare i propri cittadini su un comune progetto europeo. La Francia perderebbe la sua capacità propositiva e propulsiva, che è stato il motore della costruzione europea. Verrebbe così meno anche la forza di spinta del duo franco-tedesco, necessario soprattutto in una Europa a 25.

Molti sperano, in caso di mancata ratificata nella possibilità di dar vita alle cosiddette “Cooperazioni rafforzate” tra paesi che intendono proseguire tra di loro l’integrazione. Ma le Cooperazioni rafforzate sono molto difficili da realizzare. Creano una serie di problemi istituzionali, in particolare per quel che riguarda il ruolo del Parlamento europeo e del Consiglio. Hanno comunque bisogno di una forte iniziativa propulsiva da parte di un nucleo ristretto di paesi e del via libero dagli altri, inclusi quelli che non vi partecipano. Non è pensabile oggi, ma nemmeno in uno scenario post NO francese, promuovere cooperazioni rafforzate senza il ruolo propulsivo franco-tedesco. Per questo, un NO francese alla Costituzione ha un significato ben diverso da un no di qualsiasi altro paese. Un NO francese aggraverebbe la paralisi del processo di integrazione europea.

E’ vero che l’attuale Trattato di Nizza rimane in vigore. Tuttavia, era proprio la consapevolezza che l’Europa a 25 anni non poteva funzionare con questo Trattato ad aver spinto verso l’adozione di una Costituzione, che ne rafforzasse i meccanismi decisionali e le basi politiche.

Il fallimento della Costituzione accentuerebbe sempre più la caratteristica di area di libero scambio dell’Unione, a scapito dell’integrazione politica. Perché l’Italia sarebbe tra i perdenti di tale scenario?

Perché l’Italia è tra i meno attrezzati nella competizione tra paesi. La struttura produttiva e il livello dei costi è sfavorevole, in particolare rispetto ai nuovi entrati. L’elevato debito pubblico ci rende più sensibili alle turbolenze finanziarie che potrebbero seguire il NO francese. Non ci consente di competere nel campo fiscale. In una Europa meno forte, meno integrata, meno politica, l’Italia sarebbe uno degli anelli deboli. Per questo l’unificazione europea è stata il punto di riferimento della politica estera italiana per 50 anni. Rischiamo di perdere anche quello, se il referendum francese va male.

Cerchiamo dunque, in tutti i modi, di salvare i nostri cugini francesi da tentazioni suicide. E’ anche nel nostro interesse.