ritratto di Giorgio Inzani
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Obietto all'indifferenza e al cinismo
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SOMMARIO: Dupuis difende l'iniziativa cui partecipò con Pannella ed altri militanti nonviolenti, di indossare simbolicamente la divisa croata e di trascorrere Natale e Capodanno 1991 nelle trincee croate di Osijek. Per lui, nonviolento radicale, il rifiuto della divisa non è motivato da ragioni ideologiche, ma dalla convinzione dell'inutilità della difesa e dell'esercito nazionale. Indosserebbe invece, in piena coerenza con le sue scelte da obiettore, la divisa di un esercito di pace delle Nazioni Unite. Quindi, nessuna contraddizione ideale con l'iniziativa "esemplare" e di "solidarietà con l'aggredito" portata avanti nella ex-Jugoslavia.
(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, 9 novembre 1993)
Nel dicembre del 1991, sotto Natale e capodanno, passai alcuni giorni nelle trincee intorno a Osijek, la città della Slavonia assediata dai serbi, in solidarietà con i croati aggrediti. Ero assieme a Marco Pannella e ad altri militanti radicali. Indossavamo la divisa croata. Il gesto ci venne rimproverato: "Ma non siete in contraddizione, rispetto al vostro antimilitarismo e alla professata nonviolenza?"
Ne avevamo discusso, già a Roma, con Marco. Io ero, inizialmente, perplesso, non potevo non avvertire il peso della domanda. Nel 1985 nel mio Paese, il Belgio, avevo fatto 11 mesi di carcere per aver rifiutato di raggiungere l'unità militare cui ero stato assegnato per il servizio militare obbligatorio. Avevo motivato il rifiuto con alcune convinzioni precise: pensavo, nel contesto di allora, che sia la difesa militare sia la cosiddetta alternativa civile fossero incapaci a fronteggiare le vere minacce alla pace e alla sicurezza, l'assenza di democrazia all'Est e del diritto alla vita nel Sud del mondo. Ero iscritto al Partito Radicale dal 1981, mi ero impegnato sulla fame nel mondo e nel 1982, per promuovere l'applicazione della cosidetta "Legge Sopravvivenza" votata dal Parlamento del mio paese, avevo già fatto uno sciopero della fame durato cinque settimane. Sempre nel 1982 venni arrestato a Praga assieme a tre altri radicali per aver distribuito volantini a favore della democrazia, della Vita del Diritto e del Diritto alla Vita: fummo tenuti dentro per tre giorni e quindi espulsi dalla Cecoslovacchia. Ma proprio perché "nonviolento" radicale non sono un generico "pacifista". Sono contrario ad indossare una divisa non per odio religioso o per disprezzo dell'uniforme o di chi la indossa. Semplicemente, non credo che gli eserciti possano oggi funzionare come strumenti di pace: in primo luogo, perché sono eserciti "nazionali". Le recenti vicende dell'Est europeo mi danno ragione. I Paesi che hanno preso il posto dell'Unione Sovietica o della Jugoslavia pretendono di affermare le loro identità espellendo come "stranieri" coloro che parlano altre lingue o professano altre religioni. E' l'aberrante filosofia di Hitler, "Ein Volk, ein Recht", che ha portato alla seconda guerra mondiale: un ritorno alla barbarie.
Ma se domani l'ONU potesse essere dotato di una sua forza autonoma di intervento, a carattere transnazionale e dunque sottratta ai ricatti dei vari Paesi, mirata ad operazioni di "peacekeeping" o di "peaceenforcing", non obietterei ad indossare la divisa, riterrei anzi questo un dovere preciso, per me nonviolento. Darei la stessa indicazione a tutti gli obiettori. C'è insomma coerenza, storica e teorica, tra le mie scelte di ieri e quelle di oggi. Per queste ragioni, già allora mature nel partito e in me stesso, non vi era contraddizione tra la mia obiezione di coscienza e l'indossare - esemplarmente, per solidarietà con l'aggredito - la divisa croata, nel 1991, a Osijek.
(1994 - IL QUOTIDIANO RADICALE, 9 novembre 1993)
Nel dicembre del 1991, sotto Natale e capodanno, passai alcuni giorni nelle trincee intorno a Osijek, la città della Slavonia assediata dai serbi, in solidarietà con i croati aggrediti. Ero assieme a Marco Pannella e ad altri militanti radicali. Indossavamo la divisa croata. Il gesto ci venne rimproverato: "Ma non siete in contraddizione, rispetto al vostro antimilitarismo e alla professata nonviolenza?"
Ne avevamo discusso, già a Roma, con Marco. Io ero, inizialmente, perplesso, non potevo non avvertire il peso della domanda. Nel 1985 nel mio Paese, il Belgio, avevo fatto 11 mesi di carcere per aver rifiutato di raggiungere l'unità militare cui ero stato assegnato per il servizio militare obbligatorio. Avevo motivato il rifiuto con alcune convinzioni precise: pensavo, nel contesto di allora, che sia la difesa militare sia la cosiddetta alternativa civile fossero incapaci a fronteggiare le vere minacce alla pace e alla sicurezza, l'assenza di democrazia all'Est e del diritto alla vita nel Sud del mondo. Ero iscritto al Partito Radicale dal 1981, mi ero impegnato sulla fame nel mondo e nel 1982, per promuovere l'applicazione della cosidetta "Legge Sopravvivenza" votata dal Parlamento del mio paese, avevo già fatto uno sciopero della fame durato cinque settimane. Sempre nel 1982 venni arrestato a Praga assieme a tre altri radicali per aver distribuito volantini a favore della democrazia, della Vita del Diritto e del Diritto alla Vita: fummo tenuti dentro per tre giorni e quindi espulsi dalla Cecoslovacchia. Ma proprio perché "nonviolento" radicale non sono un generico "pacifista". Sono contrario ad indossare una divisa non per odio religioso o per disprezzo dell'uniforme o di chi la indossa. Semplicemente, non credo che gli eserciti possano oggi funzionare come strumenti di pace: in primo luogo, perché sono eserciti "nazionali". Le recenti vicende dell'Est europeo mi danno ragione. I Paesi che hanno preso il posto dell'Unione Sovietica o della Jugoslavia pretendono di affermare le loro identità espellendo come "stranieri" coloro che parlano altre lingue o professano altre religioni. E' l'aberrante filosofia di Hitler, "Ein Volk, ein Recht", che ha portato alla seconda guerra mondiale: un ritorno alla barbarie.
Ma se domani l'ONU potesse essere dotato di una sua forza autonoma di intervento, a carattere transnazionale e dunque sottratta ai ricatti dei vari Paesi, mirata ad operazioni di "peacekeeping" o di "peaceenforcing", non obietterei ad indossare la divisa, riterrei anzi questo un dovere preciso, per me nonviolento. Darei la stessa indicazione a tutti gli obiettori. C'è insomma coerenza, storica e teorica, tra le mie scelte di ieri e quelle di oggi. Per queste ragioni, già allora mature nel partito e in me stesso, non vi era contraddizione tra la mia obiezione di coscienza e l'indossare - esemplarmente, per solidarietà con l'aggredito - la divisa croata, nel 1991, a Osijek.
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