MANIFESTAZIONI: OGGI PER L’IRAN, DOMANI PER LA CECENIA?


Sono una cittadina iraniana che vive in Italia. Sono sconvolta dalle persecuzioni contro i miei giovani connazionali, delle quali in Italia nessuno parla.
Sono venuta a conoscenza, attraverso la rete televisiva Azadi Tv, dell’esecuzione capitale di una ventina di giovani studentesse tra quelle arrestate durante le recenti proteste e di tanto altro... Attraverso la sua rubrica, caro Mieli, vorrei portare a conoscenza dell’opinione pubblica italiana queste atrocità misconosciute, salvaguardando tuttavia la mia identità, mettendo però a disposizione il mio recapito su Internet.
Se potrà in qualche modo aiutare lo sventurato popolo iraniano le saremo infinitamente grati.
Samira



Cara Samira, non credo si possa dire che qui in Italia nessuno parla delle sofferenze inflitte agli iraniani. Anzi: ieri una prova di sensibilità è venuta dai radicali e oggi, a Roma, si terrà una eccezionale manifestazione di sostegno alla vostra battaglia promossa dal Riformista di Antonio Polito. Ho scritto eccezionale per il fatto che l’odierno corteo ha ricevuto l’adesione di un arco davvero ragguardevole di personalità che va da una parte consistente del centrodestra, alla quasi totalità del centrosinistra e perfino alla sinistra estrema di Fausto Bertinotti.
Oggi cade la ricorrenza di quel 9 luglio del 1999 in cui all’università di Teheran uno studente strappò il microfono a un mullah che esortava a «non cedere alle provocazioni degli agenti americani» e gridò: «Basta Khamenei, ora vattene». Fu il segno d’avvio di una rivolta che si è riproposta adesso con il vigore di qualcosa che può provocare la caduta del regime nonché l’avvento di un’autentica democrazia. Secondo Mohammed Reza Djalili, professore all’Istituto di scienze politiche dell’Università di Ginevra - autore del libro «Iran: l’illusion réformiste» che ha messo in evidenza la fragilità dell’esperimento politico del presidente Mohammed Khatami il quale aveva cercato di convivere con gli ayatollah - il «regime change» a Teheran è già in atto «e non si tratta di un fenomeno reversibile».
In questi stessi giorni ventiquattro associazioni universitarie hanno firmato un documento in cui affermano l’assoluta «priorità della libertà sull’indipendenza»: un’affermazione che equivale a una grande apertura di credito nei confronti degli Stati Uniti e delle loro iniziative per provocare, appunto, il cambio di regime nel Paese che fu di Khomeini.
È questa la novità del corteo di oggi: per la prima volta gli Stati Uniti, la stessa amministrazione Bush non sono il bersaglio polemico dei manifestanti, bensì l’interlocutore naturale di chi auspica per l’Iran l’avvento di una democrazia. Lo ha messo in evidenza, tra le righe, Furio Colombo in un editoriale comparso domenica scorsa sull’ Unità che valorizzava (giustamente) l’adesione di coloro i quali qualche mese fa marciarono contro la guerra a Bagdad e che adesso si ritroveranno a fianco di quelli che furono a favore dell’intervento militare in Iraq.
Dell’articolo di Colombo mi ha colpito un’inesattezza: il direttore dell’ Unità ha attribuito l’iniziativa della marcia pro studenti iraniani, anziché a Polito, ad Adriano Sofri. Un piccolo lapsus. Sofri aveva proposto, è vero, una manifestazione: ma non per l’Iran bensì - qualche tempo prima - per la Cecenia. Così, soffermatomi su quell’irrilevante qui pro quo, mi sono poi domandato: come mai, a differenza di quanto si è prontamente fatto per l’Iran, non è stato possibile convocare la gente in piazza a favore del popolo che soffre in terra caucasica (per loro si farà, tutt’al più, un convegno)?
Dopodiché, il giorno stesso dell’editoriale di Colombo, si è avuta notizia dell’ennesimo atto di terrorismo contro inermi a un concerto rock rivendicato da una frangia della resistenza cecena e si sono ascoltate da parte dei sostenitori europei di quella causa le tradizionali, blande, tortuose parole di presa di distanza dal gesto sanguinoso. E qui ho ipotizzato una risposta alla domanda che mi ero appena fatto: fintanto che non sapremo collocare tra i nemici quei terroristi così simili agli altri che provengono dal fondamentalismo islamico e non lo faremo con modalità inequivocabili, sarà molto difficile che riusciremo a raccogliere l’appello di Sofri. Dopo, forse sì.