Mandela torna a sorpresa per l'ultima battaglia

Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica

L´elicottero è azzurro. Come il carro celeste di un dio che arriva dal cielo, supera la barriera di nuvole che coprono il vecchio stadio della città e atterra nel centro del campo, tra mulinelli di polvere e il rumore assordante di motori. Per i trentamila sostenitori, in attesa da ore, è il tripudio. Si accalcano sulle gradinate che possono accoglierne la metà. Si alzano, si spingono, si urtano a vicenda. Gridano, battono le mani, ballano. Si muovono sulle note gospel di Umshini Wami, la canzone diventata il simbolo di una battaglia e che ora il dj Siyanda spara a tutto volume. Il messia giunto dal Paradiso, il grande favorito di queste elezioni presidenziali, si affaccia dal portellone, allarga le braccia, osserva dalla punta del Capo il gigante che si appresta a governare e si tuffa nell´immenso bagno di folla.

Jacob Zuma, 67 anni, presidente dell´Anc (African national congress), non è solo l´erede naturale di Nelson Mandela, l´icona del riscatto delle masse contadine dalla schiavitù e dalla povertà. E´ un mito. Il mito che qui, in Sudafrica, alla vigilia delle prime vere elezioni, chiamano con due lettere: Jz. Decine di analisti hanno cercato di spiegare la storia e il destino di un uomo dato per morto politicamente solo tre mesi fa e ora risorto come un vero fenomeno mediatico e di massa. Zuma viene dalla base, è cresciuto tra le fila del Cosatu, il potentissimo sindacato che determina gli equilibri politici del paese. E la base si riconosce in lui. Ha carisma, sa parlare alla gente. Ha alle spalle una lunga esperienza di guerriglia. Si è fatto i suoi anni di dura galera a Robben island. Eppure, il mondo lo ha conosciuto come l´uomo accusato di stupro e per un brutto caso di corruzione in una compravendita di armi da cui è uscito prosciolto tra molti dubbi. Zapiro, uno dei più noti e apprezzati vignettisti del paese, sul Mail & Guardian lo ha raffigurato con una doccia con cui si lava le mani. A fianco, crocefissa e trafitta da una spada, la vittima. Sintetizzando così la riposta che Zuma ha dato alla Corte che lo giudicava per aver stuprato una giovane militante sieropositiva: "Sì, è vero, l´ho violentata. Ma per evitare il contagio è bastato solo farmi una lunga doccia". Zapiro, è stato citato in giudizio e messo al bando.

Jacob Zuma vincerà queste quarte elezioni che si tengono mercoledì. I sondaggi lo confermano con un 60%. La vera sorpresa, quella che disegnerà il profilo del futuro Sudafrica e aprirà i rubinetti dei grandi investitori stranieri, sarà con quale distacco. Difficile che l´Anc riesca a mantenere quel 70% dei voti che dal 1994 lo rende padrone del campo. La Democratic alliance della combattiva Helen Zille, attuale sindaco bianco di Città del capo, raccoglie sempre più consensi. Così l´Inkatha freedom party e l´Indipendent democratic, due formazioni di sinistra che hanno schierato anche loro due donne in prima fila. l´Anc punta ai due terzi dei seggi in parlamento: 287 deputati. E «due terzi, due terzi» gridava ieri la folla allo stadio di Ellis Park, nel cuore di Soweto, dove 100 mila persone, radunate per gli ultimi comizi, hanno accolto con una lunga ovazione l´inattesa presenza di Nelson Mandela. Il Premio Nobel per la Pace, 90 anni, non ha avuto la forza di parlare. Ha diffuso nello stadio un discorso registrato nel quale ha ricordato che il primo compito dell´Anc, una volta ottenuta la vittoria, è «sradicare la povertà nel paese». Ma l´obiettivo immediato è ottenere più voti possibili, per mantenere inalterato il suo dominio, cambiare la Costituzione, allungare a vita i mandati presidenziali, accentrare sul governo i poteri delle amministrazioni locali.

La crisi finanziaria mondiale qui non si è fatta ancora sentire. Ma è la gestione Zuma a preoccupare. Le mosse astute di un uomo che si è fatto da solo, inserito nell´apparato di partito, e che la storia e la gente hanno trasformato in un mito: le dimissioni forzate del suo avversario storico, l´ex presidente Thabo Mbeki; i proscioglimenti sospetti; le dure critiche del premio Nobel Desmond Tutu nei confronti di «una classe dirigente che non riconosco più»; Infine, l´ultimo grande rifiuto: il mancato visto d´ingresso al Dalai Lama per non urtare la suscettibilità di Pechino che qui, come in gran parte del continente africano, ha soppiantato i vecchi imperi coloniali e forse gli stessi indiani.

La posta in gioco è alta. I giornali denunciano che in questa campagna elettorale sono stati spesi ben 200 milioni di rand, qualcosa come 20 milioni di euro. Una cifra spropositata, se si considera che il 43% dei 48,5 milioni di sudafricani vive ancora con meno di 2 dollari al giorno; che il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 40%; che dieci bambini muoiono ogni 24 ore per dissenteria; che 38 persone vengono ammazzate ogni giorno per la violenza della criminalità; che oltre la metà della popolazione convive con l´Aids. In un paese che intanto cresce, si sviluppa, produce. E che, incredibilmente, registra un incremento del 7,8% del Pil.

All´esterno del nuovo stadio per i Mondiali di calcio quasi ultimato i vagabondi senza casa si trascinano dietro carrelli della spesa colmi degli scarti di varia umanità. Scuotono la testa davanti a quell´uragano di suoni e di colori, trasmesso sui megaschermi piazzati in città per l´ultima diretta prima del voto finale. «Lui è un mito. Ma per noi non cambierà nulla».