Lettere / Radicali in digiuno corrono sulla rete per fermare i censori / Tunisi 3


A chi vede la Rete come una prateria dove poter correre liberi, solo a sentir parlare di "regolamentazione di Internet" si drizzano le orecchie. Se poi sono le Nazioni Unite a dover fissare le regole - quelle stesse Nazioni Unite che non fanno differenza tra dittature e democrazie - allora l'allarme va dato a sirene spiegate. A partire da ieri l'Onu ha convocato a Tunisi il Summit mondiale della società dell'informazione: uno dei paesi dove la comunicazione e l'informazione sono meno libere fungerà da vetrina per fare lo stato dell'arte della rivoluzione digitale e discutere, tra gli altri temi, anche di regole globali. C'è di che preoccuparsi, e dunque occorre occuparsene.

La Rete da sempre subisce la regolamentazione non "armonica" di decine e decine di paesi, nonché gli accordi internazionali che riguardano privacy, libertà d'espressione, limitazioni ai sistemi informatici, diritti d'autore, brevetti e quant'altro. Fino a oggi a sorvegliare su Internet ci ha pensato l'Icann (Internet corporation for assigned names and numbers), un club privato di diritto californiano, che fortunatamente si è guardato bene dall'imporre restrizioni e proibizioni, ma che allo stesso tempo non è riuscito a impedire che altri lo facessero. Con la crescita esponenziale della Cina e della sua grande muraglia telematica (costruita tra l'altro con tecnologia Microsoft) nonché il rafforzamento di protezionismi e barriere di natura giuridica, economica, linguistica o tecnologica (basti pensare alla censura ottenuta da Pechino da parte di Google e Yahoo!), la lungimiranza dei padri fondatori di Internet dovrà essere rafforzata da meccanismi vincolanti ed efficaci affinché il mondo virtuale possa consenitre la "ricerca della felicità e della prosperità" piuttosto che offrire nuovi strumenti orwelliani per la caccia al "deviante" o per consentire la concentrazione e il controllo del sapere e della conoscenza.

Dallo scoppio della bolla delle dotcom è in atto un vero e proprio sviluppo autoritario e anti liberista di Internet tanto in Cina, Russia, Tunisia e Vietnam quanto nei paesi democratici dove stiamo assistendo alla moltiplicazione di "leggi Urbani" che criminalizzano i sistemi di condivisione di materiale digitale impedendone lo sviluppo. A tutto ciò va opposto uno sforzo di promozione di "e-liberty" al fine di privilegiare lo Stato di diritto senza illudersi che la panacea della (presunta) globalizzazione dei mercati oppure l'intervento di un benevolo vigilante "privato" possa risolvere tutti i problemi.

Negli ultimi cinque anni i libertari della Rete — ma anche una miriade di piccoli imprenditori, per non parlare di militanti politici, dissidenti e attivisti dei diritti umani — hanno subito poderosi attacchi sferrati da chi vuole regolamentare Internet non per esaltarne le caratteristiche e possibilità di democrazia virtuale, bensì per rafforzare posizioni dominanti e monopoli, promuovere sistemi di sorveglianza generalizzata oppure imporre limitazioni allo scambio di idee e opinioni andando a colpire le innovazioni, la cultura e più in generale la libertà della e nella Rete. I governi democratici devono cogliere l'occasione del Summit di Tunisi per porre fine a questa deriva illiberale della Rete.

Durante la partecipazione al processo preparatorio della fase finale del Summit di Tunisi, il Partito Radicale, che da dieci anni è affiliato all'Onu, ha cercato di coinvolgere europei e americani nella ricerca di soluzioni che rafforzassero l'individuo anche nel suo rapporto con lo Stato, privilegiando la e-democracy — cioè il potenziamento di diritti e libertà democratiche grazie all'accesso alle teconologie digitali — piuttosto che l'e-govermnent, cioè la digitalizzazione della burocrazia, che diviene più efficiente nel perseguire i propri interessi, spesso divergenti dall'interesse pubblico.

Sulla base di questa esperienza all'interno dell'Onu riteniamo che un buon punto di partenza potrebbe essere l'effettiva applicazione delle norme universali codificate nei patti sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali al fine di consentire l'esistenza di uno spazio di libertà legalizzata anche nel mondo virtuale. Certo, osservando come vengono applicati gli standard internazionali di rispetto dei diritti umani anche negli Stati democratici, andrebbe soprattutto rafforzato o potenziato il sistema al quale poter far ricorso in caso di violazioni di norme ormai riconosciute come universali. Infatti, a chi possono rivolgersi oggi gli otto militanti tunisini che da tre settimane digiunano per denunciare il regime oppressivo e censoreo del presidente tunisino Ben Ali? Dove potranno appellarsi i nove cyber-dissidenti della città tunisina di Zarzis incarcerati senza prove perché accusati di aver scaricato dalla Rete materiale 'terrorista"?
Per un sistema di arbitrato aperto
Non si tratta necessariamente di creare un'altra Corte ad hoc; un sistema di arbitrato aperto potrebbe essere maggiormente auspicabile. Qualunque sia la scelta finale, andrà tenuto presente quanto già esiste a livello di Nazioni Unite in termini di documenti e istituzioni, non foss'altro che per frenare la preoccupante deriva censorea che ha caratterizzato alcune delle fasi preparatorie del Summit sulla società dell'informazione.

Da ieri ci siamo uniti al digiuno di dialogo dei militanti tunisini con la speranza che l'attenzione mondiale ai problemi sull'agenda di Tunisi cresca e si inizino a organizzare risposte di governo liberale della Rete. Allo stesso tempo invitiamo tutti i giornalisti italiani presenti al Summit di tentare di intervistare gli otto digiunatori per iniziare a far conoscere quali siano le reali condizioni della società tunisina che Ben Ali mobiliterà per fornire un ottimo spettacolo ai partecipanti del suo Summit.

NOTE

rispettivamente segretario Associazione Luca Coscioni e rappresentante all'Onu del Partito radicale transnazionale