Leggi sui gay, la chiesa e i laici. quegli accenti di moderazione.

Pierluigi Battista
Corriere della Sera

Il voto del parlamento spagnolo che autorizza il matrimonio tra gli omosessuali e consente l’adozione per i coniugi gay è il primo banco di prova della battaglia contro la “dittatura del relativismo” denunciata da Benedetto XVI. Rappresenta inoltre la prima barriera simbolica su cui rischia di infrangersi l’appello alle “radici cristiane” dell’Europa di cui Joseph Ratzinger è stato e certamente continuerà ad essere pugnace assertore. I vescovi spagnoli e prima di loro il cardinale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia Alfonso Lopez Trujillo, hanno criticato le norme promosse da Zapatero e hanno invocato l’obiezione di coscienza per contrastare quelle “leggi inique”. Eppure nelle loro parole è parso di cogliere un accento (anche solo un accento) di moderazione che si spera possa impedire alla legittima intransigenza di trasformarsi in oltranza fondamentalista, alla critica anche veemente di debordare in aperta guerra di religione, alla forza della denuncia antinichilista di diventare una crociata incapace di graduare la propria azione sulla reale misura dei colpi inferti all’ “identità cristiana”.

Così come la Chiesa (anche in Italia) non può essere favorevole al divorzio e tuttavia può scegliere di non scatenare un interminabile conflitto con le legislazioni divorziste, anche il mondo cattolico che crede nella famiglia come pilastro dell’universo sociale e morale può distinguere tra la forza di una battaglia culturale ferma sul piano dei principi e una avventurosa guerra senza quartiere contro le leggi che gli Stati si danno sul piano della concreta regolazione delle convivenze “di fatto”, in Spagna e in tutto il mondo. E se appare cruciale nella battaglia contro la “dittatura del relativismo” un atteggiamento non compromissorio nelle materie che attengono alle questioni prime e ultime della vita e della morte, nel rifiuto di un mondo che nella sua pretesa di onnipotenza arriva all’intollerabile della fabbricazione dell’umano o, nel nome dello stesso sciatto indifferentismo morale, alla soppressione arbitraria di quella medesima umanità, al contrario l’obiezione etica e culturale al “relativo” delle unioni diverse da quelle tradizionali del sacramento matrimoniale può richiedere prove supplementari di realismo e ragionevolezza.

La forza del “no” può avere insomma esiti diversi in circostanze obiettivamente diverse. E tanto più appare ricca di suggestioni la caparbietà della ratzingeriana battaglia contro la deriva relativistica, quanto più l’intransigenza su ciò che davvero non rientra nel novero delle materie negoziabili (le questioni della vita e della morte, appunto), può modularsi differentemente sulle questioni che attengono alla sfera delle scelte private e sentimentali, sessuali e affettive. Quell’accento di moderazione che traspare nelle dichiarazioni dei vescovi spagnoli forse sta a significare proprio la possibilità di distinguere l’inaccettabilità di comportamenti sociali non conformi all’impianto tradizionale della famiglia e della sessualità dalla totale e assoluta irricevibilità di pratiche eleggi che rischiano di manipolare i fondamenti stessi della vita umana. Forse è proprio in questo spiraglio che si situa il senso di attesa non preconcetta per il nuovo pontificato ratzingeriano manifestato da un protagonista della battaglia laica come Marco Pannella. E anche la sfida alla “dittatura del relativismo etico” condotta da Benedetto XVI può finalmente costringere la coscienza laica a non eludere gli interrogativi insistentemente formulati dai cattolici, finora vissuti come prepotente interdizione al libero formarsi delle leggi civili, ma che pure reclamano risposte non imbarazzate e superficiali.