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Leadership radicale
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Breve inchiesta sulla capacità dei radicali di formare e talvolta guidare la coscienza pubblica. Anche questo Natale se lo sono aggiudicato con la campagna originata dalla volontà di Welby. Pareri laici e cattolici
Roma. In Italia, culla della cristianità e sede del Vaticano, a due giorni dal Natale, le prime pagine di tutti i giornali in edicola – compreso questo – non parlano che del “caso Welby”. Ancora una volta, come oramai da decenni, un piccolissimo partito composto di nemmeno duemila iscritti, che alle elezioni oscilla tra l’uno e il due per cento, si dimostra capace di esercitare un’influenza profonda sul paese. Sul suo dibattito pubblico, sulle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte, su quella politica alla quale in fondo sembra non appartenere. Un non-partito che si muove ai confini della politica, e proprio per questo è capace di cogliere quello che in Italia dalla politica resta fuori, ma tocca profondamente la vita pubblica. “Una singolare forza politica – dice lo storico Gian Enrico Rusconi – che non sa organizzarsi come un partito e che quando ci prova fa dei gran pasticci, piena di personalità egocentriche, ma in cui il vizio personale diviene virtù collettiva, perché permette loro di cogliere problemi reali che nessuno, per ragioni di opportunità, può o vuole affrontare. Non è un partito anche perché se lo fosse divenuto sarebbe entrato nella stessa dinamica. E’ un caso unico in Europa, probabilmente legato proprio alla personalità del suo fondatore. Un movimento che ogni dieci anni prende improvvisamente un punto essenziale e lo pone al centro dell’agenda politica del paese, dopodiché viene come riassorbito da tutte le patologie della politica, di cui soffre come gli altri, salvo riemergerne dieci anni dopo. E infatti temo che adesso, dopo il ‘caso Welby’, accada esattamente questo: che ci marceranno sopra per altri dieci anni, rovinando tutto”.
In un sistema chiuso
E’ come se i radicali fossero l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso. Allo stesso tempo anticorpo e parte della malattia, o se si vuole dell’anomalia. “A cominciare naturalmente dall’anomalia prima, il ruolo delle gerarchie, che discende ovviamente dal fatto che in Italia, e non altrove, sta il Vaticano. E’ il loro ruolo preponderante, proprio sui temi che toccano l’etica pubblica, che crea naturalmente un contropotere”. E infatti le battaglie radicali che si sono rivelate più efficaci, anche quando sono state perse – come il referendum sulla fecondazione assistita – sono state quelle che hanno visto dall’altra parte della barricata la Chiesa cattolica. “Le battaglie dei radicali sulla fame nel mondo, o quelle in cui il confronto è stato con la sinistra, come sui temi economici, hanno avuto assai meno successo”, osserva don Gianni Baget Bozzo. Ma la ragione dei loro successi non starebbe in Italia. Al contrario: “L’Italia, per l’influenza della chiesa, è il punto di maggiore resistenza”. La forza dei radicali sta nel loro essere parte di un fenomeno più largo, un fenomeno europeo. “Il radicalismo altro non è che un laicismo conseguente: mentre i comunisti mettono il partito al posto di Dio, la concezione laicista nega anche il posto di Dio. L’uomo può decidere tutto perché non significa nulla, il suo diritto è tutto perché oltre l’uomo non c’è nulla. e’ lui il punto di riferimento, e non a caso questo concetto era alla base della Carta europea”.
La forza dei radicali, secondo Baget Bozzo, starebbe dunque non in loro stessi, ma nel “nichilismo avanzante”. Forse dunque i radicali riescono a esercitare un’influenza così significativa sulla vita pubblica, apparentemente tanto al di sopra delle loro forze, non perché siano capaci di sollevarsi per i capelli, come il barone di Munchausen, ma perché sollevati dallo spirito del tempo? “Deboli come organizzazione di partito, ma fortissimi come avanguardia del potere ideologicamente dominante”, dice Antonio Socci, citando l’esempio della campagna referendaria sulla legge 40, quando “il Corriere della Sera si trasformò per l’occasione in giornale-partito, con tutti i grandi giornali”. Ma questo tocca un problema più generale. “Il fatto che la quasi totalità dei giornali è fatta da persone che quando raccontano l’Italia raccontano in realtà la propria redazione, i propri piccoli circoli, se non semplicemente i propri familiari”.
Di parere opposto è invece il liberale Piero Ostellino, secondo il quale i radicali “sono la prova che se un partito ha la forza dei propri principi si fa ascoltare”. Tutti gli altri “danno la sensazione di non avere principi, nessuno riesce a capire che cosa siano”. Una grande occasione l’ha avuta il centrodestra, cioè il cosiddetto partito liberale di massa. “Ma poi alle dichiarazioni di principio non ha fatto seguire l’azione politica, sono mancati i fatti”. Eppure, da un punto di vista liberale, non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbero i partiti essere organizzazioni capaci di rappresentare, elaborandole unitariamente, le diverse istanze di diversi gruppi sociali più o meno omogenei, nel contrasto con i partiti rappresentanti istanze (gruppi sociali, interessi, aspettative) opposte? L’alternativa non è l’atomizzazione in mille micro-partiti confessionali, valoriali, per definizioni inabili alla mediazione politica? “In linea teorica sì – risponde Ostellino – resta il fatto, però, che portatori di principi, cioè di un’idea della società nella quale si voglia vivere, i partiti devono pur esserlo, per poi tradurre tutto questo in azione politica, con tutti gli inevitabili compromessi del caso. Altrimenti, cosa traducono, su cosa si effettua la mediazione?”.
Anche Socci non manca di riconoscere ai radicali grandi capacità. “Rappresentano l’élite e fanno benissimo il loro lavoro, sono i cattolici che non fanno altrettanto bene il loro, sui media e nel dibattito pubblico, dove un punto di vista originale e non subalterno proprio non si vede”. Resta però il fatto che “sul Corriere, un giorno sì e l’altro pure, viene intervistato un radicale, come non accadeva nemmeno ai dirigenti dc degli anni Cinquanta”. E forse si potrebbero aggiungere anche i grandi giornali internazionali, e specialmente anglosassoni, dove raramente le corrispondenze dall’Italia mancano di dare rilievo alle posizioni radicali. Per merito, per lo spirito del tempo o per diverse ragioni.
Roma. In Italia, culla della cristianità e sede del Vaticano, a due giorni dal Natale, le prime pagine di tutti i giornali in edicola – compreso questo – non parlano che del “caso Welby”. Ancora una volta, come oramai da decenni, un piccolissimo partito composto di nemmeno duemila iscritti, che alle elezioni oscilla tra l’uno e il due per cento, si dimostra capace di esercitare un’influenza profonda sul paese. Sul suo dibattito pubblico, sulle scelte fondamentali che riguardano la vita e la morte, su quella politica alla quale in fondo sembra non appartenere. Un non-partito che si muove ai confini della politica, e proprio per questo è capace di cogliere quello che in Italia dalla politica resta fuori, ma tocca profondamente la vita pubblica. “Una singolare forza politica – dice lo storico Gian Enrico Rusconi – che non sa organizzarsi come un partito e che quando ci prova fa dei gran pasticci, piena di personalità egocentriche, ma in cui il vizio personale diviene virtù collettiva, perché permette loro di cogliere problemi reali che nessuno, per ragioni di opportunità, può o vuole affrontare. Non è un partito anche perché se lo fosse divenuto sarebbe entrato nella stessa dinamica. E’ un caso unico in Europa, probabilmente legato proprio alla personalità del suo fondatore. Un movimento che ogni dieci anni prende improvvisamente un punto essenziale e lo pone al centro dell’agenda politica del paese, dopodiché viene come riassorbito da tutte le patologie della politica, di cui soffre come gli altri, salvo riemergerne dieci anni dopo. E infatti temo che adesso, dopo il ‘caso Welby’, accada esattamente questo: che ci marceranno sopra per altri dieci anni, rovinando tutto”.
In un sistema chiuso
E’ come se i radicali fossero l’altra faccia della medaglia di un sistema politico chiuso. Allo stesso tempo anticorpo e parte della malattia, o se si vuole dell’anomalia. “A cominciare naturalmente dall’anomalia prima, il ruolo delle gerarchie, che discende ovviamente dal fatto che in Italia, e non altrove, sta il Vaticano. E’ il loro ruolo preponderante, proprio sui temi che toccano l’etica pubblica, che crea naturalmente un contropotere”. E infatti le battaglie radicali che si sono rivelate più efficaci, anche quando sono state perse – come il referendum sulla fecondazione assistita – sono state quelle che hanno visto dall’altra parte della barricata la Chiesa cattolica. “Le battaglie dei radicali sulla fame nel mondo, o quelle in cui il confronto è stato con la sinistra, come sui temi economici, hanno avuto assai meno successo”, osserva don Gianni Baget Bozzo. Ma la ragione dei loro successi non starebbe in Italia. Al contrario: “L’Italia, per l’influenza della chiesa, è il punto di maggiore resistenza”. La forza dei radicali sta nel loro essere parte di un fenomeno più largo, un fenomeno europeo. “Il radicalismo altro non è che un laicismo conseguente: mentre i comunisti mettono il partito al posto di Dio, la concezione laicista nega anche il posto di Dio. L’uomo può decidere tutto perché non significa nulla, il suo diritto è tutto perché oltre l’uomo non c’è nulla. e’ lui il punto di riferimento, e non a caso questo concetto era alla base della Carta europea”.
La forza dei radicali, secondo Baget Bozzo, starebbe dunque non in loro stessi, ma nel “nichilismo avanzante”. Forse dunque i radicali riescono a esercitare un’influenza così significativa sulla vita pubblica, apparentemente tanto al di sopra delle loro forze, non perché siano capaci di sollevarsi per i capelli, come il barone di Munchausen, ma perché sollevati dallo spirito del tempo? “Deboli come organizzazione di partito, ma fortissimi come avanguardia del potere ideologicamente dominante”, dice Antonio Socci, citando l’esempio della campagna referendaria sulla legge 40, quando “il Corriere della Sera si trasformò per l’occasione in giornale-partito, con tutti i grandi giornali”. Ma questo tocca un problema più generale. “Il fatto che la quasi totalità dei giornali è fatta da persone che quando raccontano l’Italia raccontano in realtà la propria redazione, i propri piccoli circoli, se non semplicemente i propri familiari”.
Di parere opposto è invece il liberale Piero Ostellino, secondo il quale i radicali “sono la prova che se un partito ha la forza dei propri principi si fa ascoltare”. Tutti gli altri “danno la sensazione di non avere principi, nessuno riesce a capire che cosa siano”. Una grande occasione l’ha avuta il centrodestra, cioè il cosiddetto partito liberale di massa. “Ma poi alle dichiarazioni di principio non ha fatto seguire l’azione politica, sono mancati i fatti”. Eppure, da un punto di vista liberale, non dovrebbe essere il contrario? Non dovrebbero i partiti essere organizzazioni capaci di rappresentare, elaborandole unitariamente, le diverse istanze di diversi gruppi sociali più o meno omogenei, nel contrasto con i partiti rappresentanti istanze (gruppi sociali, interessi, aspettative) opposte? L’alternativa non è l’atomizzazione in mille micro-partiti confessionali, valoriali, per definizioni inabili alla mediazione politica? “In linea teorica sì – risponde Ostellino – resta il fatto, però, che portatori di principi, cioè di un’idea della società nella quale si voglia vivere, i partiti devono pur esserlo, per poi tradurre tutto questo in azione politica, con tutti gli inevitabili compromessi del caso. Altrimenti, cosa traducono, su cosa si effettua la mediazione?”.
Anche Socci non manca di riconoscere ai radicali grandi capacità. “Rappresentano l’élite e fanno benissimo il loro lavoro, sono i cattolici che non fanno altrettanto bene il loro, sui media e nel dibattito pubblico, dove un punto di vista originale e non subalterno proprio non si vede”. Resta però il fatto che “sul Corriere, un giorno sì e l’altro pure, viene intervistato un radicale, come non accadeva nemmeno ai dirigenti dc degli anni Cinquanta”. E forse si potrebbero aggiungere anche i grandi giornali internazionali, e specialmente anglosassoni, dove raramente le corrispondenze dall’Italia mancano di dare rilievo alle posizioni radicali. Per merito, per lo spirito del tempo o per diverse ragioni.
Gli iscritti e contribuenti 2012
| FRANCESCA T. MILANO | 200 euro |
| EUFEMIA T. MUGGIO' | 200 euro |
| AMBROGIO S. CASSINA DE' PECCHI | 200 euro |
| PIER PAOLO S. FROSINONE | 200 euro |
| DAVIDE R. MILANO | 200 euro |
| LORENA P. MONZA | 200 euro |
| DAVIDE L. MANTOVA | 200 euro |
| PAOLO G. ROMA | 200 euro |
| MARTA G. ROMA | 200 euro |
| ANNA MARIA D. ROMA | 200 euro |
| Total SUM | 397.572 euro |
Iscrizioni e contributi 2012
Gruppi radicali nel mondo
Comunicati stampa
Rassegna stampa
19/04/2010
la Repubblica (di domenica 18/04/2010)
Filippo Ceccarelli
Int. a Marco Pannella - "Da Togliatti a Wojtyla i miei 80 anni da sopravvisuto"
Documenti
27/02/2009
Discorsi (partito) Radicali
VII Congresso italiano del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito
03/11/2007
Discorsi (partito) Radicali
Intervento di Umar Khanbiev al 6° Congresso di Radicali Italiani.
08/07/2005
Lettere Radicali
Il Senato del Partito radicale affronta la situazione politico-organizzativa del partito











