Laotiana. Il piccolo Paese legato a doppio filo col Vietnam. La marcia del '99 e le bombe del 2003. Storia di uno studente universitario che voleva diventare giornalista e sparì nel buco nero

Massimo Lensi
Il Riformista

Thongpraseuth Keaukoun nel 1999 era uno studente universitario che voleva diventare giornalista. Viveva con la famiglia nel piccolo villaggio di Ban Nongsano, vicino a Sikhottabong, nella provincia di Vientiane, capitale del Laos. Studiava e lavorava per sbarcare il lunario, come accade a quasi tutti i giovani laotiani. Ogni tanto, di mattina presto, Keaukoun raggiungeva la capitale, pedalando con la sua bicicletta fino alla Piazza della Fontana, ad una decina di metri dalla sponda del Mekong. Dall’altra parte del fiume la Tailandia. Lì con i molti amici dell’Università discuteva di politica, di arte e di giornalismo. Sognava un Laos libero e democratico. Il 26 ottobre di quel 1999 decise che era arrivato il momento di passare all’azione. I primi segnali delle riforme economiche, del "Jintanakan Mai" gli avevano infuso coraggio e con un gruppo di amici organizzò una marcia dal Palazzo Presidenziale fino al centro città. Reggeva uno striscione con su scritto "libertà, democrazia e riconciliazione", ma dopo soli pochi metri intervenne la polizia. Alcuni testimoni oculari raccontarono di feroci pestaggi. Si parlò di un centinaio di fermati, poi rilasciati, quasi tutti. Ad eccezione di cinque giovani, tra cui Keaukoun. La marcia del "Movimento degli Studenti del 1999" ebbe eco internazionale, e rimane fino ad oggi l’unica manifestazione di un gruppo di opposizione democratica in Laos. Dei cinque studenti si è però persa la traccia. Probabilmente sono stati torturati e lasciati marcire per settimane, forse mesi, nelle "dark room" dei bagni penali laotiani, piccoli loculi oscurati dove non si può stare né in piedi né distesi. Inferni. Si sa solo che sono stati tradotti nel più duro carcere del Laos, il campo di Samkhe, chiamato l’Isola per la assoluta impenetrabilità e lontananza dal mondo civile. Da quando si è conclusa la "sporca guerra" nel Sud Est asiatico, il Laos ha trascorso anni apparentemente tranquilli. In nome della dittatura del proletariato, il complicato intreccio istituzional-militare che caratterizzava il piccolo staterello indocinese aveva lasciato il passo nel 1975 ad una strana pace interna. Prima della fine del conflitto in Indocina, infatti, guerra segreta e monarchia, Air America, etnie ribelli e Pathet Lao tennero ferocemente la scena consumando stragi di civili, traffico di oppio e continui e violenti tentativi di presa del potere. Dal 1975 il "Paese dei mille elefanti" è apparentemente tranquillo, governato, anzi guidato, dal Partito Rivoluzionario di Kamthay Siphandone. Nei fatti, il Paese è piuttosto una provincia esterna del Vietnam, cui è legato da un solido rapporto di sussistenza, politica, militare e soprattutto economica. Sulle montagne del nord si annida l’unica resistenza di natura militare al Governo di Vientiane. Si chiama Chao Fa (Signori del Cielo) ed è una costola ribelle dell’etnia Hmong, da sempre irriducibile nemica del Pathet Lao di Kaysone Phomvihane, il padre della patria. Nemica, va detto, per la sopravvivenza. Oggi, il partito unico ha però perso la sua natura rivoluzionaria, pur mantenendo intatta la forte presa sul potere, sia centrale che periferico. Ma non tutto fila liscio all’ombra dei palazzi di Vientiane. Ieri si fronteggiavano in territorio laotiano americani e vietnamiti, oggi ancora vietnamiti, i cartelli della droga e le tribù ribelli. Una vera miccia accesa. Di recente alcuni attentati terroristici, hanno smosso le acque melmose del Mekong. Bombe a Vientiane, la capitale, e in altre città del sud. Una manciata di civili sono stati uccisi, compresi due turisti francesi. Undici cristiani, appartenenti alle etnie Khmu e Oey, sono stati arrestati nella provincia di Sanamsay nel sud del Paese, con l’accusa di aver voluto pregare assieme durante le festività natalizie. Secondo il Movimento Lao per i diritti dell’Uomo di Parigi (MLDH) si ha motivo di temere per la loro incolumità. Sempre il MLDH denuncia che a dicembre l’esercito laotiano ha messo a ferro e fuoco la "Zona Speciale" di Saysomboune nel nord del Paese, una regione abitata soprattutto dall’etnia Hmong, e che potrebbero essere circa tremila i civili ad aver perso la vita. Nel frattempo, un gruppo clandestino, autoproclamatosi "Governo del libero e democratico popolo del Laos", ha rivendicato tutte le aggressioni "del presente e del passato" compresa quella in una stazione di autobus di Vientiane il 4 agosto scorso. L’organizzazione clandestina promette nuove e più gravi azioni terroriste – si legge nelle agenzie internazionali - se non verrà realizzata la democrazia e se "le truppe vietnamite non saranno espulse dal Laos". Sulla natura del gruppo gli analisti sono dubbiosi, così come sull’interpretazione del documento. Potrebbero esserci gruppi antigovernativi, miliziani Hmong, forze anti-comuniste in esilio ma anche, più probabilmente, elementi dell’esercito laotiano in contrasto con la politica di Vientiane. Per ora, come tradizione in Laos, tutto rimane avvolto nel mistero.