L'ACCESSO AL WEB FARA' LA DIFFERENZA

Emma Bonino
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 L'analisi di Larry Diamond sull'inesistenza di democrazie arabe è sostanzialmente condivisibile. Semmai, alle sue motivazioni potrei aggiungerne altre. Vado quindi subito alle conclusioni che trae e che non mi trovano del tutto d'accordo. Diamond elenca tre fattori che potrebbero determinare una svolta democratica nel mondo arabo:

 

1) L'emersione di un paese che faccia da modello e da apripista per l'intera regione. Diamond cita l'Iraq come paese candidato più plausibile, legittimando dunque implicitamente l'operazione Iraqi Freedom, con tutto quello che ne è conseguito: decine e decine di migliaia di morti tra civili e militari, Guantanamo e Abu Ghraib, waterboarding, impiccagioni, per non parlare del casus belli, le WMDs mai trovate...Visto il futuro democratico ancora alquanto incerto dell'Iraq, non mi sembra francamente questo il paese su cui puntare a breve e medio termine (a parte il fatto che per l'Iraq noi radicali abbiamo spinto per una strada diversa e nonviolenta, quella dell'esilio possibile di Saddam, e che per il mondo arabo sosteniamo da sempre che i cambiamenti devono venire dall'interno, vale a dire dal fronte dei cittadini organizzati attraverso una crescente assunzione di responsabilità, un processo che noi occidentali dobbiamo cercare di agevolare e sostenere in tutti i modi). Piuttosto, e lo dico come europea innanzitutto, continuo a vedere nell'adesione della Turchia (paese musulmano benché non arabo) come la chiave di volta nei nostri rapporti con il mondo arabo musulmano. Le implicazioni di un ancoraggio della Turchia all'Europa purtroppo continuano ad essere sottovalutati, per non dire ignorati, da una certa leadership europea.

2) Una politica americana che non punti solo ad elezioni come panacea ma che sostenga le varie componenti dello stato di diritto. Sono totalmente d'accordo con questa tesi, e non da oggi. Secondo le previsioni dei demografi, nel 2050 Usa ed Europa rappresenteranno soltanto il 12% della popolazione del pianeta. Come ha scritto Dominique Moïsi (Financial Times - 4 agosto 2010) questo dato impone a noi occidentali di tornare a ripensare al modo di relazionarci con il resto del mondo a partire dal messaggio universale di cui siamo portatori - in quanto figli dell'illuminismo e non di altro - e che lui chiama "il nostro vantaggio comparato": gli ideali di democrazia, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, ideali che in buona parte rimangono unici.

Con l'associazione radicale "Non c'è Pace senza giustizia" abbiamo avviato sin dal 2004 (con la Conferenza di Sana'a) delle campagne volte a rafforzare le capacità degli attivisti locali di avere un impatto sul processo politico nei paesi del Medio Oriente allargato e Nord Africa. Creando opportunità di confronto e di consultazione costruttiva fra attori non governativi, governi e istituzioni pubbliche, sulle tematiche inerenti non solo ai processi elettorali ma a tutti i principali pilastri dello stato di diritto - libertà di espressione, libertà di stampa, libertà religiosa, autonomia del potere giudiziario, diritti civili, a cominciare da quello delle donne - abbiamo cercato di favorire il riconoscimento, da parte dei governi della regione, dei cittadini organizzati come interlocutori legittimi e necessari.

Sostenere e mobilitare direttamente le forze vive che lottano nei loro singoli paesi per lo sviluppo di istituzioni liberali e democratiche è di vitale importanza per stabilire pratiche capaci di avviare una possibile transizione democratica. Allo stesso modo, la risposta al deficit democratico di cui patisce il mondo arabo risiede nella rimozione di tutte le restrizioni legali, amministrative e giudiziarie che impediscono l’emergenza di una cittadinanza attiva nello spazio pubblico e politico.

Questi sono gli obiettivi a cui dedichiamo gli sforzi non solo di "Non c'è Pace senza giustizia" ma anche del Partito Radicale nel suo insieme e che hanno portato a qualche vittoria come le modifiche costituzionali in Kuwait che hanno consentito alle donne di essere elette per la prima volta in Parlamento, alle leggi sullo stato di famiglia in Marocco, alla legge contro le mutilazioni genitali femminili e a quella che consente alle donne non sposate di registrare la nascita dei propri figli in Egitto.

Grandi e piccoli passi in avanti che hanno contribuito a coagulare e consolidare un'opinione pubblica spesso inesistente, ad aprire qualche spiraglio in società chiuse e a mettere in rete le fragili organizzazioni femminili. Questa è la cornice - la "nicchia di eccellenza", come l'ha definita Moïsi - all'interno della quale noi europei dovremmo muoverci. Con qualche accorgimento che troppo spesso sfugge a qualche "falco" di turno: come ha scritto nel suo recente intervento - favorevole, tra l'altro - sulla moschea a Ground Zero (Newsweek di agosto), il non credente Fareed Zakaria ricorda che la stragrande maggioranza dei fedeli musulmani è disposta ad accogliere solo gli argomenti corroborati dalla dottrina (da qui l'importanza di avere partiti politici confessionali ma laici).

3) Declino del prezzo del petrolio come conseguenza delle nuove tecnologie energetiche. Secondo Diamond questo produrrebbe la fine dei cartelli petroliferi e, quindi, del political exceptionalism del mondo arabo. Mi sembra wishful thinking: di aerei che vadano ad elettricità ancora non ne ho visti e neppure di alternative ai tanti prodotti derivati dal petrolio, plastica in primis. Per non parlare del fatto che pochi governi occidentali farebbero a meno della "leva" benzina, tra i pochi prodotti i cui prezzi possono essere alzati o abbassati a seconda delle esigenze politiche. E' vero: i cambiamenti climatici c'imporranno delle trasformazioni epocali ma non credo che il declino, alquanto aleatorio, del prezzo del petrolio possa essere il biggest game changer, come sostiene Diamond.

Invece, se un game changer esiste, ed è irreversibile, questo è semmai la diffusione dell’accesso ad Internet, soprattutto ora che avviene anche attraverso i telefoni cellulari, uno sviluppo che Diamond non ritiene di dover prendere in conto. Se ne sente spesso parlare in maniera aneddotica, ma secondo me merita un'analisi più profonda. A differenza della radio per la generazione precedente e dei canali televisivi satellitari per quella attuale (che pure hanno avuto e hanno il loro effetto), la natura fondamentalmente orizzontale di Internet, non solo come mezzo di comunicazione, ma specialmente come luogo di interazione sociale e politica, ha la potenzialità di cambiare i rapporti di potere tra individuo e stato.