LA SERBIA TRA CRIMINALITA' E POLITICA


Il Premier serbo Zoran Djindjic e' già stato il bersaglio di attentati. L'ultimo tentativo di omicidio risale al 21 febbraio di quest'anno quando Dejan Milenkovic, detto Bagzi, sull'autostrada di Belgrado, si inserì con un camion nella colonna di macchine del Premier. Grazie alla destrezza dell'autista di Djindjic l'incidente fu evitato. Tuttora l'evento non è stato chiarito, Milenkovic venne infatti rilasciato su pretesto che fosse l'unico sostentamento della sua famiglia e mancassero prove concrete della sua colpevolezza. Si presume che Milenkovic, appartenente all'ambiente criminale e mai condannato, sia fuggito all'estero. Commentando l'accaduto, in un primo momento Djindjic rigettò l'ipotesi di essere stato l'obiettivo dell'attentato, cambiò in seguito idea e dichiarò che parte dei mandanti non si trovasse in Serbia ma a Sarajevo, Banja Luka e Montengro e addirittura "anche in Croazia". Da anni ormai la Serbia è segnata da una spirale di violenze e omicidi politici, in cui il gioco letale viene condotto da criminali e politici. Il vaso di Pandora fu spalancato da Slobodan Milosevic il quale adeguò il vecchio apparato comunista al suo potere totalitario e divise una fetta della torta con criminali come Zeljko Raznatovic Arkan. Questi si occupavano del lavoro sporco del regime di Milosevic e, in cambio, si arricchivano concludendo affari redditizi.

Alla caduta di Milosevic seguirono una serie di attacchi sanguinosi, attentati e omicidi di fronte alla quale lo stesso popolo serbo rimase sconcertato. Quando a Belgrado uccisero Bosko Buha, il vice-ministro della polizia, il Ministero degli Interni serbo installò apparecchi elettronici di intercettazione delle telefonate e di individuazione dei luoghi in cui venivano fatte.

Si scoprì che un gruppo criminale stava preparando una serie di attentati e dieci persone erano coinvolte negli omicidi, i dettagli non vennero mai resi noti.

Zoran Djindjic commentò le attività della malavita criminale giudicandole il risultato della collusione fra politica e criminalità allo scopo di rendere il governo serbo debole e tollerante nei confronti della malavita. L'ambizione dei criminali, diceva Djindjic, era quella di continuare il contrabbando di sigarette, droga, petrolio sfruttando le vie della criminalità che attraversavano la Serbia. Alcuni media lo collegarono con ambienti criminali, ma Djindjic smentì sempre tali ipotesi incolpando i criminali stessi di accusarlo perché lui cercava di sbaragliarli e per creare una situazione di caos.

Djindjic apparteneva alla nuova generazione di politici serbi, era molto colto, facoltoso, cooperativo e pragmatico. Nato il 1 agosto 1952, si laureò in Filosofia presso la Facolta' di Belgrado e ottenne un dottorato in Germania. Ancora studente, s'impegno' politicamente con l'opposizione all'attuale governo. Venne condannato a un anno di carcere per aver fondato, con i colleghi di Zagabria e Ljubljana, un'organizzazione studentesca autonoma. Djindjic fu tra i fondatori del Partito democratico nel 1989 e venne eletto presidente del Governo serbo nel gennaio 2001. Era sposato con Ruzica ed era padre di due figli.

Il periodo della guerra lo visse da oppositore di Slobodan Milosevic, ma venne coinvolto nel giro nazionalistico. Nell'ottobre 2000 svolse un ruolo chiave nell'abbattere il regime di Milosevic e fu subito evidente che era più disponibile a collaborare con la comunità internazionale rispetto al Presidente della RFJ, Vojislav Kostunica, da lui descritto come nazionalista da salotti ovvero come "Il Milosevic con il viso umano".

Djindjic aveva capito che doveva cedere alle pressioni dell'Occidente e inviare prima Milosevic all'Aia (cosa che fece nel luglio 2001) per poi aprire il capitolo buio dei crimini serbi commessi sul territorio della ex-Jugoslavia. Il Partito democratico della Serbia di Kostunica, per motivi di conflitto con il premier Djindjic, abbandonò il governo e il parlamento serbo. Kostunica voleva continuare sulla scia di Milosevic mentre Djindjic aveva capito che l'ideale di una "Grande Serbia" era irreale e non sarebbe stata possibile ne' in guerra ne' in pace. Si impegnò sulle riforme nella RFJ, riuscendo a instaurare un più stretto contatto col Montenegro e tentando perfino di "spegnere l'incendio" in Kosovo.