La rivincita delle democrazie. Pannella ci spiega come ridare forza alla causa liberale nelle Nazioni Unite

Stefano Magni
L'Opinione

L’Onu è ancora un’istituzione rispettabile? L’Onu ha ancora un ruolo nel far rispettare il diritto internazionale? A tutte queste domande, un conservatore americano risponderebbe con un laconico: no. E un ultra-conservatore dell’Ovest americano ne approfitterebbe per ribadire: “Secessione dall’Onu”. In alcune singole aree statunitensi, dell’Ovest e del Sud, dove i Repubblicani non sono ancora “neo” conservatori, ma solo conservatori, esistono già aree “Un Free”, “libere dalle Nazioni Unite”. C’è, però, anche chi pensa che l’Onu deve diventare un’istituzione differente” hanno dichiarato Emma Bonino e Gianfranco Dell’Alba un mese fa. “Nel tempo, le Nazioni Unite si sono trasformate, per due ragioni. Prima di tutto la presenza di dittature fra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ha causato la paralisi e ha trasformato in lettera morte la gran parte della Carta delle Nazioni Unite. Secondo: la crescita di un movimento dei non-allineati, fondati da Chou En Lai, Nehru e Tito nel 1955, ha lanciato una sorta di ideologia sostitutiva delle Nazioni Unite, riaffermando il principio di non-ingerenza negli affari interni degli Stati e la priorità di questo principio rispetto ai diritti individuali, sanciti dall’Articolo 1 della Carta”.
Le Nazioni Unite, dunque sono decadute e già presentavano handicap notevoli al momento della loro nascita. Molti intellettuali liberali avevano lanciato l’allarme dopo poco la nascita della nuova Organizzazione. Ad esempio l’economista e filosofo Hayek, faceva notare come la Carta delle Nazioni Unite fosse, nei suoi ultimi articoli, frutto di un compromesso inaccettabile con il sistema totalitario comunista. I primi a tutela della vita e della libertà dell’individuo, infatti, cozzano con gli articoli che riconoscono diritti positivi (diritto alla salute, al benessere economico, ecc…), compatibili anche con un sistema totalitario, ma non tanto con una democrazia di libero mercato. La romanziera e filosofa, di origine russa, Ayn Rand, commentò la nascita dell’Onu, come “una commissione anti-mafia di cui fanno parte anche i più violenti boss mafiosi” riferendosi alla presenza dell’Unione Sovietica fra i membri fondatori. Se i totalitarismi hanno inquinato già il Dna dell’Onu, in questi ultimi anni, come fanno notare Bonino e Dell’Alba “…sembra normale per le dittature, giudicare le democrazie e per la Libia presiedere la Commissione dei Diritti Umani”. Per non parlare della Siria (Stato che sponsorizza apertamente il terrorismo internazionale) che è stata presidente di turno del Consiglio di Sicurezza.
Di fronte a questo scenario sconfortante, nasce l’idea di ridare spazio alle democrazie liberali: coordinarle, far trovare loro una maggiore unità d’intenti… Come ci spiega Marco Pannella, che abbiamo incontrato a Saint Vincent in occasione della prima convention di Liberalismo Popolare, “Io, quando parlo di democrazia, penso alla difesa dei diritti individuali. I diritti individuali devono essere affermati e c’è il dovere, l’obbligo di ingerenza quando in alcuni Stati, aree o regioni, questi diritti fondamentali della persona umana sono negati. Quindi non si tratta di esportare sistemi democratici, ma di impedire che vi siano sistemi politici che negano i diritti naturali, storicamente acquisisti”. Non si tratterebbe solo di una riforma interna dell’Onu, ma anche qualcosa di più: “L’obiettivo è una organizzazione mondiale della e delle democrazie. Gli strumenti sono tanti nell’immediato. Per esempio cominciare anche ad andare alle prossime elezioni europee proponendo delle liste per gli Stati Uniti d’America e d’Europa, il che comincerebbe ad essere una prima forma di aggregazione delle democrazie”.
Le idee e gli strumenti per riunire e organizzare le democrazie, sono molteplici. “Da questo punto di vista, tutti gli strumenti sono buoni – continua Pannella – Si possono usare, come vogliamo fare dei nuovi “caucus” democratici all’interno di tutte le istituzioni delle Nazioni Unite, a cominciare dall’Assemblea Generale dell’Onu di settembre, ottobre e novembre. Poi potrebbe essere la volta di quella Community of Democracies. Nata nel giugno 2000 a Varsavia, è stata fondata da Cile, Repubblica Ceca, Repubblica di Corea, India, Mali, Messico, Polonia, Portogallo, Sud Africa e Stati Uniti: niente Francia, niente Germania… nessun membro fondatore dell’Unione Europea, cosa che fa riflettere. Dopo una conferenza programmatica a Seoul, tenutasi nel novembre del 2002, la Community of Democracies rimane uno degli organismi internazionali più inattivi e sconosciuti del mondo. Non è un caso che i Radicali chiedano almeno una sua ristrutturazione, affinché diventi un organismo istituzionale e permanente.
Oltre alla Community of Democracies, vi è il progetto (più che altro una speranza) che il Consiglio d’Europa possa trasformarsi in un Consiglio Mondiale delle Democrazie. Le sue radici sono buone: solo democrazie costituzionali, che garantiscono i diritti individuali, possono farne parte. Inoltre, il Consiglio, già adesso, non è riservato in esclusiva, ai Paesi del Vecchio Continente. Stati Uniti, Giappone, Messico, Israele e Canada sono membri osservatori. Turchia, Armenia, Georgia e Adzerbaidjan sono membri a tutti gli effetti.
I mezzi (e gli interessi in gioco) per far sentire la voce delle democrazie, insomma, ci sarebbero tutti. Francia permettendo…