La riscoperta dell'America

Vittorio Zucconi
La Repubblica

Sessantacinque anni esatti dopo lo sbarco del soldato Ryan in Normandia, Barack Hussein Obama sta riportando nel mondo, e non soltanto nella galassia musulmana alla quale ha parlato ieri, la "voglia di America" e la possibilità di proclamarsi senza ipocrisia "tutti americani". «We love you Obama» gridava qualche studente della più grande, e antica, università islamica del mondo, al-Azhar al Cairo.
Anche scontando la coreografia organizzata, immaginare qualcuno che gridasse «we love you George» in Egitto sarebbe difficile. È di nuovo possibile, dicono i sondaggi e le reazioni internazionali a questa figura così felicemente anomala di presidente, innamorarsi di una nazione, e di una cultura, che per gli otto anni di Bush e poi nel collasso tossico della sua finanza, avevano messo a dura prova l´ammirazione per gli Stati Uniti e per i suoi valori.
Questa è la vera novità, il "nuovo inizio", che il 44esimo presidente ha offerto agli elettori in casa e ora offre ai nemici come ai molti amici scoraggiati. Proprio l´anniversario della più cruenta operazione militare condotta dagli Stati Uniti dai tempi della Guerra Civile, l´invasione dell´Europa, serve a ricordare che non è l´azione bellica la discriminante invalicabile fra il giusto e l´ingiusto. È la qualità delle intenzioni che spingono all´azione ciò che fa la differenza fra la gratitudine e l´odio, fra gli ordinati, affettuosi cimiteri di guerra in Normandia e la macelleria di soldati americani dilaniati e dissacrati a migliaia nelle strade di Saigon, di Falluja o di Bagdad.
Il senso della "operazione Obama" è che senza il sentimento che la democrazia americana resti davvero "l´ultima speranza", nessuna azione diplomatica od operazione militare od offensiva diplomatica può davvero vincere e ogni vittoria resta effimera. Se l´America ritrova la credibilità perduta, ogni suo intervento torna a essere efficace. Quando invece, come ha finalmente ammesso due giorni or sono l´ex burattinaio dell´amministrazione Bush, Dick Cheney, si spacciano come vere responsabilità inesistenti da parte dell´Iraq di Saddam nell´11 settembre, ogni parola, ogni azione è incurabilmente inquinata.
L´America non perse la guerra in Vietnam perché le proprie armate fossero inferiori, ma perché la qualità delle sue intenzioni, la limpidezza del suo combattere, si consumarono in fretta. Non vinse la Guerra Fredda con i missili, ma con la potenza del proprio esempio. Ed è questa chiarezza che Obama sta cercando di ricostruire e che il resto del mondo ha detto di volere ritrovare, salutandolo dal novembre scorso come una novità e una speranza. «Finalmente siamo di nuovo orgogliosi di essere americani» ha scritto un ascoltatore alla Cnn dopo il discorso, «Obama torna a farci sentire intelligenti».
In questo immenso serbatoio di buona volontà interna e internazionale il presidente cerca di pescare, quando rinnega la tortura, i campi di concentramento, le scorciatoie costituzionali e respinge la negazione dei "valori" democratici e costituzionali nel nome degli espedienti ideologici, sapendo di sfidare anche i propri elettori e la paura che il ritorno al Kennedy e al Reagan dei discorsi a Berlino sia un segno di debolezza o di resa.
Se nella sua azione di governo i comportamenti sono assai meno rettilinei delle parole, l´opinione pubblica è disposta a tollerare e perdonare molto, se crede alla sincerità delle intenzioni. E pensa, come ripete Obama a israeliani e palestinesi, a europei e a americani, che sia nel loro interesse tornare ad avere fiducia. Da questa sensazione sgorga la nuova voglia di essere ancora "americani". Il senso che il mondo ha ancora bisogno dell´America migliore e la voglia riabbracciare, come 65 anni or sono.