La Mezzaluna è tornata nei Balcani

Roberto Spagnoli
Notizie Radicali

 A poco meno di un secolo di distanza dalla estromissione dell'Impero ottomano dai Balcani, in seguito alla guerra del 1912, la Turchia è tornata nella regione e con l'intenzione di restarci da protagonista. Ovviamente, quella di oggi è una Turchia completamente cambiata: è un paese sostanzialmente democratico, con una realtà economica e socio-culturale molto dinamica, ma è anche sempre un paese di notevole peso, un importante membro della Nato con in corso i negoziati per l'adesione all'Ue, situato in un’area strategica per gli equilibri geo-politici globali. Soprattutto, da qualche tempo non fa più mistero di ambire ad un ruolo di potenza regionale, grazie ad una politica estera a tutto campo, a tratti spregiudicata, portata avanti dal governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan e dal suo attivissimo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ex-professore di relazioni internazionali in diverse Università, e padre della dottrina della cosiddetta "profondità strategica". E' lui il protagonista della costruzione del nuovo ruolo della Turchia nei Balcani, soprattutto nelle zone dove vivono maggioranze musulmane: un ruolo che, assicura Davutoglu, lungi dal voler assumere connotazioni "neo-ottomane" o pan-islamiche, vuole piuttosto far leva sui legami storici con la popolazione musulmana della regione, specialmente in Bosnia, per contribuire alla stabilità dell'area.

 

Se diversa è la Turchia che torna nei Balcani, la realtà geopolitica dei Balcani è invece abbastanza simile a quella di un secolo fa. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, la regione risulta oggi infatti formata da diversi piccoli Stati che dipendono, chi più chi meno, dalle potenze europee. Il dato nuovo è che la Turchia si trova oggi in compagnia del gruppo dei paesi dei Balcani occidentali che aspirano all’ingresso nell’Unione europea. E a parte la Croazia, il cui ingresso nell'Ue è ormai sicuro, anche se non c'è per il momento una data certa, tutti gli altri in lista d'attesa - Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo - sono i paesi che per secoli hanno fatto parte dell’impero ottomano: ovvio che proprio a questi negli ultimi mesi la Turchia ha rivolto le proprie attenzioni diplomatiche e politiche.

 

L’impressione è che al centro dell’iniziativa diplomatica turca nei Balcani ci sia proprio la Bosnia Erzegovina. L'attivismo turco nei Balcani ha infatti preso slancio dopo il fallimento del vertice di Butmir (l’aeroporto di Sarajevo) organizzato, in maniera a dire il vero un po' improvvisata, da Ue e Usa il 9 ottobre del 2009 per cercare di sbloccare l'impasse istituzionale che paralizza le riforme in Bosnia avviando il superamento degli accordi di pace di Dayton che nel 1995 misero fine alla guerra. E' da notare che Davutoglu ha dichiarato che, durante il suo incontro con Clinton a Zurigo dedicato alla questione armena, avrebbe alla fine parlato molto più a lungo della Bosnia che dei rapporti con l'Armenia. Del resto è stata proprio la Turchia a favorire la presentazione da parte della Bosnia Erzegovina del "Mambership action plan" per l'adesione alla Nato (il "Map" è il primo passo formale di un paese che intende aderire all'Alleanza).

 

A partire dall'ottobre del 2009 l'iniziativa turca verso i Balcani è proseguita senza soste. Il 16 ottobre del 2009 il ministro degli esteri turco Davutoglu, intervenendo al Convegno "Eredità ottomana e comunità musulmane nei Balcani di oggi", svoltosi Sarajevo, parlava di una storia, un destino ed un futuro comune della Turchia e dei Balcani. E in occasione delle sue altre visite nella regione non ha mancato di evocare con toni analoghi altri momenti della comune storia (va da sé che gli storici serbi e croati non condividono del tutto questa interpretazione del passato). Dieci giorni dopo il convegno di Sarajevo, il presidente turco Abdullah Gül, a Belgrado, dichiarava che "Serbia e Turchia sono paesi chiave nei Balcani", mentre il presidente serbo Boris Tadi, leader del fronte filo-europeista, parlava di collaborazione strategica tra i due paesi. Dopo la Serbia il Presidente Gül si è recato anche in altri paesi balcanici, ribadendo questa stessa impostazione politica. A metà gennaio di quest'anno Davutoglu ha poi avuto un incontro con il suo omologo bosniaco, Sven Alkalaj, e con quello serbo Vuk Jeremic. Il 24 aprile a Istanbul si è svolta una "trilaterale" con i presidenti di Turchia, Bosnia Erzegovina e Serbia: un vertice definito dalla stampa turca un "evento storico", che si è concluso con una Dichiarazione in cui si afferma l'impegno comune per favorire la stabilizzazione e la pacificazione definitiva del Balcani. Quattro giorni prima, ancora a Belgrado, Davotuglu aveva incontrato il suo omologo serbo Jeremic e quello spagnolo, Miguel Angel Moratinos, presidente di turno dell'Ue, per discutere del vertice Ue/Balcani occidentali che si è poi tenuto il 2 giugno a Sarajevo e al quale è stata invitata anche la Turchia.

 

Come molti hanno fatto notare, il maggior successo del vertice è stato quello di riuscire a mettere attorno allo stesso tavolo i rappresentanti di tutti i paesi della regione, compresi Serbia e Kosovo. E sembra proprio che questo risultato si debba, oltre che all'Italia che ha proposto il compromesso della "formula Gymnich", anche alla Turchia a cui la Serbia aveva chiesto di intervenire nei confronti delle autorità kosovare per garantire la loro partecipazione.

 

Molti si chiedono se l’iniziativa turca nei Balcani sia totalmente autonoma o se sia stata ispirata dagli Stati Uniti. Di certo essa è vista positivamente sia a Washington che a Bruxelles, come dimostra l'invito a partecipare al vertice del 2 giugno. Ad Ankara questo ruolo non può che far piacere, non solo per le sue ambizioni di potenza regionale, ma anche perché non può che fargli guadagnare punti preziosi nel suo negoziato di adesione all'Unione europea. Un negoziato il cui esito positivo è tutt'altro che scontato, complici le resistenze di alcuni Paesi membri, le diffidenze delle opinioni pubbliche europee (sfruttate da politici e governanti contrari all'adesione della Turchia), la crisi economica e lo "stress da allargamento" di cui l'Ue soffre dopo le ultime adesioni del 2004 e 2007. Il fatto che nei Balcani occidentali molti problemi geo-politici restino tutt'ora aperti accende l'interesse sul ruolo che Ankara potrebbe avere per favorire la stabilizzazione e la definitiva pacificazione dell'area. Naturalmente è ancora presto per valutare l’impatto che la politica turca potrà avere nella regione, ma quel che è chiaro è che la Turchia è tornata nei Balcani con l'intenzione di restarvi e di giocare un ruolo da protagonista nella partita.