La grande fuga dall'ex Armata Rossa

Anna Zafesova
La Stampa

Quest´anno soltanto il nonnismo ha fatto 531 morti e 20 mila feriti. Attualmente sono considerati latitanti tredicimila militari

Per disertare hanno preso l´«elektrichka», il trenino dei pendolari. Hanno indossato abiti borghesi, sono saliti sul treno, senza nascondersi, sono scesi a Ekaterinburg e si sono avviati dritti verso la sede della procura del distretto militare degli Urali. Erano in tredici, sono entrati a capo chino e si sono costituiti al primo ufficiale che hanno incontrato: «Siamo dei disertori, puniteci pure, ma non ne possiamo più». I magistrati militari non avevano mai visto 13 disertori in una volta sola, così docili e rassegnati. La sera dello stesso giorno, il 19 dicembre scorso, un´ispezione ha varcato il cancello del reparto numero 86791, fino a quel momento considerato una guarnigione modello. Perfino il procuratore militare Dmitrij Bashukhin è rimasto impressionato da quello che ha visto: i cinque soldati anziani accusati dai disertori non solo non hanno negato di aver picchiato, maltrattato e umiliato i loro commilitoni, ma hanno cercato di aggredire gli ufficiali che li hanno interrogati. «Non ho mai visto nulla del genere», ha commentato. L´ex Armata Rossa si è data alla fuga. I soldati scappano con ogni mezzo, di nascosto o aprendosi la strada con la violenza, da soli e in gruppo, armati e non, in treno, con l´autostop o a piedi nel gelo e nella neve. Non cercano più nemmeno di rifugiarsi dalla mamma, in casa, o di nascondersi nei boschi: si consegnano alla procura, pronti a tutto pur di fuggire dalla caserma. Mentre a Mosca continua da anni il dibattito sulla riforma delle forze armate, l´esercito russo sta vivendo un ammutinamento ormai inarrestabile che non aveva sperimentato dal 1917. L´incidente di Ekaterinburg è solo l´ultimo di una serie di diserzioni di massa che come un´epidemia sta contagiando il Paese. Tre giorni prima, sei disperati sono scappati dal reparto numero 69991 dell´antiaerea a Podolsk. Hanno aspettato l´appello serale, sono usciti di nascosto e hanno preso l´«elektrichka» per Mosca. Hanno passato la notte in un sottopassaggio della metropolitana e la mattina si sono costituiti in modo organizzato. Per tutti ha parlato Sanja, di Volgogrado, un ragazzino magro e piccolino, con le orecchie a sventola e la faccia da bambino nonostante i suoi 19 anni. Durante il servizio militare, per più di un anno, è stato vittima con i suoi compagni dei quattro commilitoni più robusti: li costringevano a svolgere al loro posto tutti i lavori più umili, li derubavano dei soldi, gli toglievano i regali mandati da casa. «Gli ufficiali sapevano», ha detto Sanja, «ma tutto questo si poteva ancora sopportare». Fino a che gli aguzzini hanno preteso di avere da ciascuna delle loro vittime 1500 rubli (circa 45 euro) per Capodanno. Una cifra inarrivabile per i soldati che vengono pagati 36 rubli (poco più di un euro) al mese, anche se avessero seguito l´esempio di alcuni loro compagni che chiedono elemosina per le strade di Mosca. «Altrimenti ci avrebbero violentati», ha detto Sanja e la sua faccia da bambino all´improvviso è stata deformata dal pianto. «E´ l´ultima fase della decomposizione di questo esercito», commenta il vicepresidente del comitato per la Difesa della Duma Alexej Arbatov, che invoca l´abbandono della leva di due anni a favore di un reclutamento a contratto, sul modello degli Stati Uniti. Ai suoi oppositori dello Stato Maggiore e della stessa Duma risponde con cifre micidiali: quest´anno 531 soldati russi sono morti per le conseguenze di «relazioni in violazione dello statuto», un eufemismo per il nonnismo. Altri 20 mila sono rimasti feriti o mutilati. Cinquemila reclute scappano ogni anno dalle caserme, attualmente sono latitanti 13 mila militari, un´intera divisione. Dati ovviamente parziali, che includono solo i casi che sono arrivati alla procura. Ma quasi ogni settimana dalle guarnigioni disseminate in tutta la Russia arrivano notizie di esplosioni di disperazione, di soldati che si suicidano, che sparano ai loro compagni, che si danno a una fuga disperata e sanguinosa. La protesta pacifica e civile delle ultime settimane è una novità, che dimostra come il terrore della naja non si possa più ridurre a singoli casi di abuso. A infierire sui ragazzi non sono solo i loro compagni più anziani: il 2 dicembre scorso al Comitato delle madri dei soldati di Mosca si sono presentati 16 militari, loro stessi «nonni» al secondo anno di leva. Appartenevano alla divisione Tamanskaja, uno dei reparti d´elite delle forze armate, e hanno denunciato il loro comandante. Il tenente Gasilin picchiava i soldati e gli estorceva soldi per comprare vodka. Quando il caporale Knjazev ha cercato di rivolgersi all´infermeria per curare le ferite dalle botte ricevute, Gasilin gliel´ha proibito, e 16 ragazzi si sono dati alla fuga. «Non abbiamo mai visto soldati così sporchi e affamati», dice Maria Fedulova, la «madre dei soldati» che ha convinto i fuggiaschi a rivolgersi alla procura. Gasilin è stato arrestato, ma la Fedulova dice che si tratta di un caso raro: «Di solito i tiranni con le mostrine vengono puniti al massimo con il rinvio della promozione». Il nonnismo è una piaga dell´Armata Rossa da sempre, e alcuni ufficiali giungono a teorizzarne l´utilità: «E´ l´unico modo di controllare i soldati di leva», hanno scritto Andrej Mikhailov e Serghej Sokut sulla «Rassegna militare indipendente». Come esempio viene citato il clamoroso caso di Volgogrado, dove a settembre 54 soldati hanno abbandonato la loro guarnigione e, marciando allineati come se fossero a una sfilata, sono andati a denunciare il loro comandante. L´indagine ha rivelato che l´ufficiale aveva picchiato brutalmente i suoi sottoposti per scoprire il colpevole di un furto. Ma anche i comandanti che non condividono questo metodo preferiscono non denunciare fatti di violenza, per non vedersi puniti per negligenza. Segregati per due anni nelle caserme fredde senza acqua calda, costretti a lavori umili, isolati dalle famiglie, dagli studi e dalla vita civile, con rarissimi congedi e una paga che dal primo gennaio verrà «aumentata» a 300 rubli, 9 euro, i soldati russi hanno ora un unico diritto, fuggire: solo di recente è stata abolita la legge che condannava un disertore al carcere o al battaglione disciplinare indipendentemente dai motivi che l´avevano spinto alla fuga. Le mamme cominciano a escogitare modi per fare evitare ai figli la leva. Si riescono ad arruolare solo 11 su cento coscritti, e viene ormai dibattuta apertamente la legalizzazione della renitenza a pagamento, per sostituire le tangenti che i genitori pagano a militari e medici per salvare i figli dalla caserma. A svolgere il «sacro dovere» finiscono i più poveri e deboli, i ragazzi dei sobborghi e delle campagne, spesso con precedenti penali o di tossicodipendenza, molti denutriti, perfino analfabeti. E´ dal 1917 che l´esercito russo non è stato così povero, affamato, inefficiente, demotivato. E indisciplinato. L´ammutinamento generale ha raggiunto il vertice nel caso clamoroso del generale Ghennadij Troshev, pluridecorato comandante del Caucaso, l´unico alto ufficiale della campagna cecena a conservare una buona reputazione. Nei giorni scorsi Troshev ha rifiutato - e contestato in pubblico - il suo trasferimento in Siberia ed è stato licenziato da Vladimir Putin. Si dice che il Presidente abbia voluto eliminare così un uomo che ostacolava la pacificazione della Cecenia, e che Troshev si sta già preparando a una carriera politica. Ma la scandalosa disobbedienza di un generale sembra il simbolo di un´armata allo sbando.