L’Africa non è il bersaglio, ma una forza motrice della CPI


In questo 17 luglio, data che segna l'anniversario dell'adozione dello Statuto di Roma, Trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale (CPI), e durante la quale celebriamo la giornata internazionale della giustizia penale, è opportuno, per noi militanti radicali che abbiamo lottato con determinazione per la sua creazione, fare un primo bilancio dei dieci anni di esistenza operativa di questo strumento essenziale nella lotta contro l'impunità per quei crmini così gravi che minacciano la pace, la sicurezza ed il benessere del mondo, e scuotono la coscienza dell'umanità.

Il mondo di oggi è molto diverso da com'era dieci anni fa. Ormai, le vittime di questi atroci crimini hanno una possibilità di ricevere giustizia, conducendo coloro che rivestono le maggiori responsabilità nella loro pianificazione o istigazione a rispondere penalmente dei loro atti. Come dimostrano la sentenza e la condanna a 14 anni di prigione pronunciate contro Thomas Lubanga, fondatore ed ex comandante delle Forze Patriottiche per la Liberazione del Congo e fondatore dell'Unione Patriottica Congolese, la Corte Penale Internazionale può giocare un significativo ruolo deterrente verso tutti coloro che pianificano la commissione di gravi crimini in violazione al diritto internazionale, come il reclutamento, l'arruolamento o l'utilizzo di bambini soldato durante un conflitto armato. Allo stesso modo, emettendo un mandato d'arresto contro alti dignitari o addirittura capi di Stato, come il presidente sudanese Omar al Bashir, la CPI contribuisce ad inviare un messaggio forte e chiaro: qualunque sia il vostro grado, sarete condotti davanti alla giustizia a rispondere delle vostre azioni. In altri termini, l'impunità non è più possibile per coloro che intendono conquistare il potere o conservarlo attraverso la violenza, commettendo gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

Come tutti ben sappiamo, in quanto strumento di ultima istanza, la CPI entra in azione solo quando lo Stato competente non vuole o non ha la capacità di compiere indagini e processi per i crimini considerati più gravi agli occhi della comunità internazionale, commessi all'interno del territorio sotto sua giurisdizione nazionale. In virtu del principio di complementarietà su cui si fonda la CPI, è sugli stati che incombe la responsabilità principale di indagare e punire i crimini più gravi di competenza della Corte. Allo stesso modo, una volta stabilita la competenza della Corte, l'efficacia della sua azione dipende anche da una piena cooperazione della comunità internazionale ed in particolare degli stati parte, nel dare esecuzione alle sue operazioni e decisioni.

A questo riguardo, numerosi mandati d'arresto emessi dalla Corte rimangono oggi senza esecuzione, per mancanza di volontà da parte di alcuni Stati Parte di offrire, in conformità con le loro obbligazioni, il loro pieno sostegno all'applicazione delle decisioni della CPI. L'anno scorso, alcuni stati parte della Corte hanno violato i loro obblighi, contenuti nello Statuto di Roma accogliendo impunemente Omar al Bashir sul loro territorio. Cosi facendo, tali Stati hanno rinnegato il loro impegno ad essere dalla parte delle vittime e non dei loro carnefici. Accogliendo un presunto criminale di guerra ricercato, hanno violato il diritto alla riparazione ed a vedere stabilite la verità e la giustizia per le popolazioni del Sudan e del Darfur. La recente e coraggiosa decisione del Malawi di non accogliere il vertice dell'Unione Africana, in ragione del fatto che non intendevano invitare Omar al Bashir, costituisce un progresso positivo nella cooperazione che ci si attende dagli stati.

Allo stesso modo non possiamo che criticare e condannare la benedizione accordata dall'Unione Africana a questi ripetuti rifiuti di collaborazione con la CPI, che rappresentano una flagrante violazione dell'impegno, suggellato nel suo atto costitutivo, di lottare contro l'impunità e per l'affermazione della giustizia penale internazionale. Inoltre, le ragioni addotte per giustificare queste decisioni sono per la maggior parte tendenziose se non false. Ai detrattori africani della CPI che la vedono come uno strumento parziale, vorrei dire che gli stati africani non ne sono i bersagli privilegiati ma i principali fruitori. In effettti, gli stati africani, non solo ne hanno rappresentato una forza motrice e hanno giocato un ruolo fondamentale nel processo di creazione della CPI, ma si sono rivelati anche i piu attivi nel deferire volontariamente alla Corte situazioni di massicce violazioni del diritto internazionale commesse sul loro territorio.

Agendo in tale maniera, la Repubblica Democratica del Congo, l'Uganda e la Repubblica Centraficana hanno riconosciuto l'utilità della Corte. Allo stesso modo, oggi, consideriamo necessario ed urgente che la CPI agisca in Mali, al fine di verificare se sono stati commessi crimini di guerra e contro l'umanità dopo lo scoppio, nel gennaio scorso, della grave crisi nella quale il paese è precipitato.
Diverse fonti, compresi funzionari di alto livello delle Nazioni unite, hanno riferito che crimini di guerra sono stati commessi soprattutto in riferimento ai massacri commessi ad Aguel contro i militari fedeli al governo maliano e l'arruolamento di bambini soldato, ma anche assassini, rapimenti, stupri, ed altre violenze commessi da diversi gruppi armati che occupano la parte settentrionale del paese contro la popolazione civile. Questo giustifica almeno l'apertura di un'inchiesta preliminare e noi invitiamo il nuovo procuratore Fatoumata Bensouda ad agire in tale direzione.

Se gli Stati parte e la comunità internazionale si trovano ad esercitare un ruolo chiave per garantire che la CPI non si riduca ad un semplice spauracchio, essa deve dal canto suo migliorare i suoi metodi di lavoro. La CPI non puo pensare di essere efficace, nel suo lavoro di indagine e punizione dei crimini, attraverso la sua sola presenza a L'Aja. La moltiplicazione e disseminazione di uffici di rappresentanza e collegamento sul terreno, una maggiore collaborazione con i difensori dei diritti umani e le comunità colpite dai crimini nei singoli paesi, permetterebbero senza alcun dubbio di far fronte ai suoi limiti e mancanze attuali, e di rispondere in maniera piu adeguata alla natura ed estensione dei crimini commessi all'interno dei vari paesi di cui essa si occupa. Sensibilizzare ed informare le popolazioni colpite, accrescere la partecipazione fin dall'inizio del processo delle vittime, in particolare di quelle più vulnerabili come donne e bambini, sono ulteriori mezzi adeguati perché la Corte possa realizzare un aspetto fondamentale del suo mandato: diffondere un sentimento di giustizia condivisa e di maggiore comprensione del suo lavoro per le vittime dei crimini che intende perseguire e giudicare. Questo è ugualmente cruciale per assicurare un'eredità di lungo periodo nei paesi interessati dal suo lavoro per stabilire una pace duratura e garantire l'affermazione dello stato di diritto.

Per quanto imperfetti ed incompleti siano i meccanismi della CPI, essi contribuiscono alla realizzazione di un ideale per il quale noi tutti militanti radicali abbiamo lotatto e continuiamo a lottare con tenacia. Sono anche il frutto e l'incarnazione di una convinzione profonda che non abbiamo mai smesso di affermare: invece che contrapporsi, la pace (pace reale e duratura, fondata sulla primazia del diritto) e la giustizia sono due facce della stessa medaglia, lo stabilimento dell'una all'interno dei paesi colpiti da conflitti dove la violenza ha infuriato non può avvenire senza la piena affermazione dell'altra.

 

Demba Traoré, Segretario Generale del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, e Niccolo’ Figa-Talamanca, Segretario Generale di Non c’è Pace Senza Giustizia