L’Europa può essere la soluzione al rebus kosovaro e serbo. Ecco come.




Perché lo status quo non può più funzionare nei Balcani, in Kosovo in modo particolare? Perché genera tensioni: è uno status quo “pericoloso”, com’e definito nel Rapporto della Commissione internazionale presieduta da Giuliano Amato.

Il Kosovo è un singolare pasticcio istituzionale, a più di cinque anni dalla resa di Milosevic. Formalmente, è ancora una provincia della Serbia; ma la sovranità di Belgrado è stata sospesa nel giugno 1999 (risoluzione 1.244), dopo la fine dei bombardamenti Nato. Da allora, il Kosovo è governato da uno zoppicante protettorato dell'Onu, che ha appaltato all'Ue la ricostruzione economica e alla Nato la sicurezza. I kosovari hanno eletto proprie istituzioni provvisorie, fino al governo guidato da Ramush Haradinaj (ex combattente dell'esercito di liberazione, accusato dai serbi di crimini di guerra e guardato a vista da Carla Del Ponte) e alla presidenza di Ibrahim Rugova. E' un governo senza Stato; o uno Stato che vorrebbe esistere ma che in realtà non esiste. Il tutto in attesa di uno "status" finale, che dovrà essere discusso dalla comunità internazionale nei prossimi mesi: per gli albanesi questo status non può che essere l'indipendenza, per i serbi nazionalisti dovrà essere qualcosa di simile a una "cantonalizzazione", che è poi il modo gentile in cui il presidente Vojislav Kostunica definisce una spartizione di fatto.

All'ombra di questo pasticcio — non certo un glorioso prodotto dell'impero benevolo di cui scrive Robert Cooper, ma comunque la soluzione che nel 1999 ha consentito la fine della guerra — il Kosovo non è decollato. Le premesse politiche ed economiche di uno Stato sostenibile non sono mai nate. Ed è tutt'altro che sorprendente. Chi vorrebbe investire in un paese che sembra affondare in un limbo istituzionale? Quale economia può crescere senza certezza del diritto?

E così i kosovari sono rimasti disoccupati: la crisi economica ha generato una crisi sociale. E la crisi sociale non facilità coesistenze, né a Mitrovica nè altrove: le minoranze serbe in Kosovo vivono davvero, a questo punto, nella peggiore condizione possibile e con il nostro colpevole disinteresse.

Se nessuno si aspettava una pacificazione facile, si poteva comunque sperare che, dopo anni di aiuti internazionali, esistessero prospettive migliori. Così non è. Il risultato è la frustrazione di chi credeva di avere vinto nel 1999: la maggioranza albanese; ed è la paura di chi credeva di potere contare sulla protezione internazionale: i serbi di Kosovo.

Mentre tutto questo accadeva, nei cinque anni scorsi, del Kosovo non ci siamo occupati granché; è uscito dall'agenda della politica internazionale, messo via a gomitate dal mondo post 11 settembre. Ma la tensione rimane e può sempre esplodere, come è del resto già accaduto nella primavera 2004. Conviene quindi rimettere il Kosovo al centro dell'agenda, e si tratta ormai di un'agenda europea, per quanto sostenuta dagli Stati Uniti. Se ciò non accadrà, lo status irrisolto del Kosovo resterà anche uno dei maggiori ostacoli al rapporto fra l'Europa e i Balcani; e — questa la tesi di fondo del Rapporto Amato — per i Balcani non c'è gran futuro senza la condizione strutturale di una progressiva integrazione nell'Ue. E' importante, intanto, avere chiaro quello che non potrà più succedere: è da escludere, dopo anni in cui l'Onu ha "allevato" istituzioni di governo locali, che il Kosovo possa tornare a far parte della Serbia. Troppi odii si sono intrecciati, troppe tragedie si sono consumate, prima, durante e dopo l'intervento della Nato; troppi sono stati i passi già compiuti verso le strutture di uno Stato kosovaro. L'indipendenza, insomma, è ormai scritta nelle cose. Il problema è come arrivarci in modo pacifico.

Le tappe e lo scambio L'ipotesi della Commissione Amato — che ha condotto il suo lavoro non da Bruxelles ma nei Balcani stessi — è che l'evoluzione verso la piena sovranità avvenga per tappe. Passando, prima, da un"'indipendenza senza piena sovranità" (una specie di modello Taiwan), poi per una "sovranità guidata" (e cioè in ogni caso tutelata internazionalmente, dall'Ue) e arrivando infine a un piena sovranità al momento dell'ingresso contemporaneo di Serbia e Kosovo nell'Ue. Visto che entrando nell'Ue Serbia e Kosovo entrerebbero di fatto in un sistema fondato sul principio della "sovranità condivisa", il problema dell'indipendenza si sdrammatizzerebbe. Per la Serbia si tratta di capire questo e di "scambiare" il controllo formale — ma di fatto già perso — su Pristina con l'ingresso in Europa. Per il Kosovo si tratta di capire che essere parte dell'Ue significa garantire sicurezza e diritti delle minoranze.

E' difficile dire con certezza se tutto ciò riuscirà — specie in una fase in cui l'àncora principale, l'Ue, mostra una chiarissima "fatica", o peggio, per l'allargamento. Ma potrebbe riuscire. Se l'offerta europea fosse seria, e se i Balcani la prendessero sul serio, l'indipendenza del Kosovo non produrrebbe quell'impatto disgregante a catena che l'Europa ha sempre visto come un incubo: un effetto domino regionale alla separazione etnica, che potrebbe coinvolgere il Montenegro, la Macedonia (dove l'Europa rivendica uno dei pochi negoziati riusciti e una sua missione militare) e la Bosnia (dove si registra qualche silenzioso progresso .in termini di ritorno dei rifugiati e dove l'Ue ha assunto già la responsabilità del peace-keeping).

Potrebbe riuscire. Una Serbia libera dai fantasmi del passato sarebbe migliore e potrebbe guardare al futuro. Le frontiere interne dei Balcani cambierebbero; ma se questo avvenisse in modo pacifico, avremmo un'alternativa ai protettorati. In assenza di tutto ciò, nè il Kosovo nè la Serbia, va detto con chiarezza, avranno un futuro in Europa.