ISRAELE NELLA UE, PROVOCAZIONE O REALISMO?

Wlodek Goldkorn
L'Espresso

Moshe Katzav, presidente dello Stato Ebraico, ha chiesto di aderire all'Europa. A dispetto della geografia. E in nome dei sopravvissuti all'Olocausto che dovettero abbandonare il Vecchio continente


Avremo anche Israele nell'Unione europea? Lo ha chiesto il presidente dello Stato ebraico Moshe Katzav. Ed essere ammessi a far parte dell'Europa è un'idea che pare bella, attraente e realistica a molti israeliani.

Si obbietterà, in nome del solito realismo, che Israele non fa parte dell'Europa, ma del Medio Oriente. Si dirà che è un paese in guerra e noi europei abbiamo già abbastanza guai in casa nostra. Si osserverà che ammettendo Israele nell'Unione europea si aprirebbe subito il problema dei rapporti con i palestinesi e con i paesi arabi. Insomma, dal punto di vista geopolitico Israele nell'Ue non è una grande idea.

Però, non è questo il punto. Perché dall'ammissione dello Stato d'Israele in un'Unione europea che sta cercando di diventare qualcosa di più di un'alleanza di Stati e di un mercato comune, ci guadagnerebbe prima di tutto l'Europa stessa. La sua immagine e la sua coscienza. Spieghiamoci. Il nostro continente è stato teatro di una lunga serie di persecuzioni antiebraiche, nonché culla di una visione del mondo chiamata antisemitismo. Ed è qui che si è compiuto il massacro di cinquemilioni (o forse seimilioni) di ebrei. Ma non basta. Lo Stato d'Israele è nato perché dopo la guerra e l'Olocausto, l'Europa non ha voluto i profughi ebrei sul proprio suolo.

Erano centinaia di migliaia di persone: reduci dei campi di annientamento nazisti, dei ghetti, dei nascondigli nei boschi. Subito dopo la guerra questi uomini, donne, bambini, vivevano ammassati nei campi profughi in Germania, spesso nelle stesse baracche dei campi di concentramento appena smantellati. Era gente che non aveva dove tornare: le loro case, famiglie, cimiteri in Polonia, Ucraina, Lituania, Belorussia furono distrutti, inceneriti, rasi al suolo. Era gente superflua, senza patria né futuro con un passato da dimenticare, che non aveva diritto di vivere. Li hanno chiamati 'Displaced persons', persone fuori luogo.

L'Europa questa massa di derelitti che costituivano il rimorso vivente per il peggior crimine compiuto nella storia dell'umanità, l'ha rimossa. Fisicamente. Spingendo queste persone verso la Palestina. Dove direttamente dalle navi, andarono al fronte a combattere un'altra guerra, per la nascita dello Stato d'Israele.

L'ammissione oggi di questo Stato in Europa avrebbe il significato di un vero e sincero pentimento. Non solo: un'Israele che facesse parte dell'Europa significherebbe la riammissione, seppur simbolica, delle 'displaced persons' nel nostro continente. Infine, sarebbe un'assunzione, da parte dell'Europa della responsabilità per aver contribuito a creare il problema palestinese, per aver pensato che si potessero ricompensare le vittime di una tragedia (l'Olocausto), privando un popolo (quello palestinese) della sua patria.

Scommetto che l'Europa non sarà capace di un tale slancio di generosità e immaginazione. E voi lettori, che ne pensate?