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Int. a M. Mecacci – E se Gheddafi venisse in Italia? «Impossibile consegnarlo all'Aja, non abbiamo ratificato la legge»
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«Nonostante ciò che dice il ministro Franco Frattini, in linea teorica se Gheddafi dovesse sbarcare a Lampedusa sarebbe impossibile consegnarlo alla corte penale dell'Aja». Matteo Mecacci rappresenta la pattuglia di deputati radicali che dalla prima ora avevano lanciato l'allarme sulle possibili conseguenze del trattato di amicizia italo-libico.
Onorevole Mecacci, davvero corriamo il rischio di vedere il Raìs in esilio nel nostro Paese? Magari con le tende piazzate a villa Pamphili?
Credo che il governo avrà un minimo di decenza e non si arriverà a questo. Gli alleati scomodi a un certo punto vanno scaricati. E adesso Gheddafi è un alleato scomodo per chiunque.
E poi il ministro Frattini ha formalmente escluso l'eventualità che il nostro Paese possa accoglierlo.
A quello che dice il ministro degli Esteri credo fino a un certo punto. Se pensa che poco più di un mese fa; in un'intervista al "Corriere della Sera", riferendosi alla crisi in Tunisia citava come esempio positivo il "modello Gheddafi"...
A quello che dice il ministro degli Esteri credo fino a un certo punto. Se pensa che poco più di un mese fa; in un'intervista al "Corriere della Sera", riferendosi alla crisi in Tunisia citava come esempio positivo il "modello Gheddafi"...
Allora spieghi come mai se il leader libico entrasse nel nostro Paese sarebbe protetto rispetto da eventuali misure della corte penale internazionale.
Stavolta non c'entra il trattato Italia-Libia. Sappiamo che la Corte penale dell'Aja ha avviato una indagine su eventuali crimini commessi dal leader libico. Ma da noi l'attuazione della legge che riconosce la corte dell'Aja è da mesi ancora ferma a Palazzo Chigi.
E quindi se il leader libico venisse incriminato?
Se dovesse venire in Italia le nostre autorità non sarebbero in grado di cooperare con la corte penale internazionale.
Si è fatto un'idea di questa inerzia legislativa da parte dell'esecutivo?
È la scelta di avere le mani libere per poter trattare liberamente con i dittatori. In questo il premier ha un ricco curriculum. È stato il primo leader occidentale a legittimare Lukhashenko andando a Minsk. Ha legittimato il leader kazako Nazarbahiev, in teoria a vantaggio dell'Eni. Lo ha fatto con la Russia di Putin.
Ma Berlusconi ha sempre spiegato di averlo fatto nell'interesse supremo della nazione.
È un disegno di chi non ha senso dello Stato. Teniamo presente che queste relazioni internazionali hanno scarsa trasparenza. Con questi dittatori Berlusconi ha avuto incontri privati ai quali non hanno assistito neanche gli ambasciatori. Per non parlare dei rapporti di Wikileaks e alcune inchieste giornalistiche che pongono seri interrogativi sulla stessa sostenibilità economica di certi investimenti in Paesi a rischio.
E qui torniamo al trattato Italia-Libia. Ora che cosa rischiamo?
Se investi duecento milioni di euro all'anno in un Paese retto da un dittatore ti può anche capitare che salti tutto. Con quel trattato il governo ha messo a rischio le nostre aziende.
Secondo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa a questo punto il trattato di fatto è sospeso.
Ma i vincoli giuridici rimangono, sono un vincolo formale. Finché il governo non lo impugna formalmente resta in vigore.
Con quali conseguenze?
Le faccio un esempio. L'articolo 4 del Trattato ci vincola a non far usare il territorio italiano per atti ostili contro la Libia. Se domani si imponesse una no-flyzone e le forze Nato dovessero attaccare le forze di Gheddafi, paradossalmente potremmo essere denunciati dalla Libia per violazione del Trattato.
Quindi qual è la soluzione?
Va impugnato formalmente il Trattato ai sensi della convenzione di Vienna per la violazione dell'articolo 6 riferito alla violazione dei diritti umani. Del resto, se pensa che persino la Lega araba ha sospeso la Libia mi chiedo perché non possiamo farlo noi?
Appunto. Eppure Berlusconi continua a predicare «cautela».
Siamo un Paese alla berlina. Siamo nelle mani di quel che decidono a Washington e a Berlino.
Il premier, in un'intervista al "Messaggero", replica che non è emarginato dalla diplomazia internazionale. Ha detto: «Siamo in contatto con tutte le diplomazie europee».
Lo chiamano tutti, sì ma per dirgli quello che deve fare. Si sono stancati del gioco che sta conducendo. Lo stanno sollecitando a scaricare in maniera inequivocabile Gheddafi
Dal governo si lascia intendere che dopo il raìs la Libia potrebbe finire in mano ai fondamentalisti.
Questo dipende solo dai governi europei. Se a Tunisia, Libia ed Egitto la Ue offre una partnership economica e politica e attiva politiche a sostegno dei processi democratici, a quel punto anche il rischio del terrorismo viene ridimensionato.
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