Immigrati e globalizzazione

Valter Vecellio
Notizie Radicali

Accadeva spesso, cent’anni fa, che armatori con pochi scrupoli, imbarcassero emigranti e povera gente che non chiedeva altro se non di uscire dalla miseria e dalla fame, e di guadagnarsi la vita onorevolmente in America, quella del Nord o del Sud. Giocando sulla loro ignoranza, dopo una notte di navigazione, li facevano sbarcare, assicurando loro che quelle luci, lontano, erano quelle di New York o di Rosario; e invece erano di una città o di un paese siciliano. Solo che i poveretti non lo sapevano, e oltre la beffa, atroce, il consistente danno, visto che per pagarsi il viaggio avevano consegnato ad armatori e capitani, i loro pochi denari. Leonardo Sciascia da storie come queste, ne ricavò, anni fa, uno dei suoi più bei racconti.

Poi la cooperazione tra gli stati, i controlli incrociati, il maggiore rigore delle varie polizie – se si vuole una prima forma di globalizzazione – è riuscita a contrastare e quasi annullare il fenomeno, almeno per quel che riguarda i paesi europei.

Migliaia di emigranti, soprattutto meridionali, a prezzo di sacrifici inenarrabili, riuscivano ad arrivare, finalmente, alla “Terra Promessa”, gli Stati Uniti. Peccato solo che arrivare, non bastava. Per settimane e mesi gli emigranti venivano stipati in squallidi stanzoni a Ellis Island, e sottoposti a visita medica. Si scopriva, per esempio, un glaucoma, e il viaggio di ritorno, senza mettere piede in America, era garantito. Ci vorrà il non ancora mitico sindaco Fiorello La Guardia, a invertire la crudele procedura, e, dopo appositi accordi italo-amerciani, fare in modo che i controlli sanitari avessero luogo “in partenza” e non “in arrivo”. In nuce, anche questa, una forma di globalizzazione, i cui frutti senz’altro furono positivi…

I nuovi “dannati della terra” oggi si chiamano africani, curdi, cingalesi, cinesi…migliaia, milioni di persone che trovano intollerabili le condizioni di vita nel loro Paese (e come dare loro torto?), che sono disposti a tutto o quasi pur di sfuggire fame, guerre, persecuzioni, miserie, malattie terribili; che – in buona maggioranza (certo, non tutti, ma anche nell’emigrazione italiana non mancavano mafiosi) chiedono un’opportunità per loro e per le loro famiglie.

Come, per intenderci i quattro poveri extracomunitari, i cui cadaveri sono stati scoperti questa mattina vicino Ragusa. Morti, estrema beffa, dopo aver appena toccato quella terra che ai loro occhi poteva cambiare la vita. Chissà quanti casi simili si possono fare, e almeno i cingalesi morti a Ragusa avranno una sepoltura degna di questo nome. E’ da ritenere che a migliaia, invece, siano partiti e siano stati ingoiati dal Mediterraneo, una vita di stenti, e una morte atroce.

Quello dei clandestini è un problema, un dramma, che, per quanta buona volontà possa avere l’Italia, da soli certo non siamo in grado di risolverlo. O si adottano politiche e intese a livello europeo, oppure qualunque sforzo sarà vano. E soprattutto, non ci si può limitare al solo intervento immediato di prima assistenza.

Un proverbio americano dice più o meno. “Dammi un pesce, mangerò per un giorno. Insegnami a pescare, mangerò tutta la vita”. Oltre alla doverosa, immediata, distribuzione del “pesce”, occorre cominciare a predisporre, a livello di tutti i paesi sviluppati, una cultura della “pesca”. Non c’è dubbio che chi è disposto ad affrontare rischi come i quattro cingalesi, che possono comportare anche la perdita della vita, lo fa perché ha raggiunto un livello tale di disperazione per cui tutto è preferibile alla situazione che lascia.

Anche questo è materia e argomento di confronto, di dibattito, di accordo, di politiche, di “negoziazioni” e assunzioni di responsabilità da parte dei Paesi più fortunati. Anche questa, piaccia o meno, è globalizzazione. Chi la contesta, chi non vuole i vertici, le intese, e ne contesta la democraticità, cos’è in grado di offrire, di verificabile e verificato, che non sia la parola d’ordine “abolire il debito dei Paesi del Terzo Mondo”? Che si tradurrà, se applicata indiscriminatamente, in un sostegno alle leadership e alle oligarchie corrotte e violente che da anni opprimono quei paesi, e hanno utilizzato miliardi di prestiti per l’acquisto di armi e per mantenere milizie private con cui opprimere le popolazioni. Siamo sicuri che ad abolire il debito di paesi come Congo, Zambia, Angola, Burundi, Zaire, per dirne di alcuni, a beneficiarne saranno le popolazioni, o i loro autoctoni dittatori?