Il sociologo (forse) lascia l’Agenzia Onu, la situazione droga non sembra migliorata


Il Foglio
Milano. Chissà se Enzo Biagi riuscirà a salvare il posto a uno dei suoi innumerevoli committenti: Pino Arlacchi. Il sociologo calabrese, infatti, sta per perdere la carica di direttore dell’Ufficio antidroga dell’Onu a Vienna. Nominato quattro anni fa dall’Ulivo, Arlacchi è in scadenza a settembre ma difficilmente il suo mandato verrà rinnovato. Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia lo hanno già scaricato, e i governi di Parigi e Berlino si sono rifiutati di presentare il Rapporto della sua Agenzia. Così Arlacchi ha ripiegato mesto su Milano, dove stamane il suo Rapporto 2000 viene esibito in pompa magna a palazzo comunale. Presiede Biagi, assieme a Ersilio Tonini, al ministro dell’Interno Enzo Bianco (che sotto sotto mira alla poltrona di Arlacchi) e alla lobby antidroga di San Patrignano rappresentata da due signore: il giudice dei minori Livia Pomodoro e Letizia Moratti. Anche quest’ultima, come Biagi, è stata “nominata” da Arlacchi “civic ambassador to Italy”: un titolo antidroga tanto vacuo quanto altisonante.

Giornata di gloria per il povero Pino, quindi, che si consola per le sberle che ormai gli piombano addosso quasi ogni giorno. Dopo la scivolata in dicembre al vertice di Palermo (“Ormai la mafia è vinta”), è arrivata la denuncia di undici pagine in cui Michael von Schulenburg, numero due dell’Ufficio di Vienna, rimprovera al suo capo una “politica personale” caratterizzata da “indifferenza e disprezzo” per i suoi collaboratori, “programmi annunciati e mai realizzati” e “un grande dispendio di denaro”. Poi i grandi giornali europei si sono scatenati sul caso dei 60 milioni di lire che l’ufficio di Mosca dell’agenzia di Arlacchi ha regalato a Dennis Oren, un simpatico svedese residente nelle isole Canarie. Questo tizio avrebbe dovuto girare il mondo su una barca a vela dispensando ai giovani “informazione sulla droga”, argomento sul quale però non possedeva alcuna competenza professionale.

Il rappresentante Onu a Mosca non voleva finanziarlo, ma poi è arrivato l’ordine direttamente da Arlacchi. Il quale ora si difende: “No, Oren non è mio amico, l’ho solo incontrato due o tre volte. Ho semplicemente pensato che la sua fosse una buona idea, e il mio staff ha condiviso la valutazione”. Peccato che lo stesso staff sia trattato da Arlacchi col capriccio del satrapo mesopotamico: “Non riceve il personale, non risponde alle lettere, non si fida di nessuno, ha il culto della segretezza, accentra tutto su di sé”, accusa Von der Schulenburg. Così ormai siamo arrivati a sette direttori fatti fuori in tre anni. Uno degli ultimi è l’inglese Tony White, già capo dell’Agenzia Onu per l’applicazione della legge, ed ex dirigente di Scotland Yard: “In 33 mesi sono riuscito a vedere Arlacchi solo una volta. Il suo ufficio è un buco nero che si espande sempre più, e ha ridotto la politica delle risorse umane a livelli vergognosi”. Tradotto: si fa meglio carriera se si porta molto rispetto a Pino.

In dubbio la prosecuzione dei finanziamenti

Il trattamento riservato a White ha irritato a tal punto il governo britannico che ora Londra mette in dubbio la prosecuzione del suo finanziamento all’Agenzia di Vienna. Critico anche Jean-François Thony, magistrato francese che doveva organizzare un “Programma globale contro il riciclaggio finanziario”. Se n’è andato sbattendo la porta e accusando un consulente italiano nominato da Arlacchi di avere cercato di piazzare una relazione copiata, che l’Onu avrebbe dovuto pagare diecimila dollari. Infine, perfino l’autore del Rapporto mondiale presentato oggi in Italia ha mollato mister Pino: il coordinatore Francisco Thaomi si è dissociato dal testo finale, perché Arlacchi lo ha voluto “purgare” pesantemente. Sono stati rimaneggiati soprattutto i capitoli sulle anfetamine e la marijuana, nel tentativo di esagerare i risultati ottenuti da Arlacchi. In realtà, com’è noto, i principali produttori di oppio (eroina) e coca, cioè Afghanistan, Birmania e Colombia, continuano indisturbati ad aumentare la produzione e la raffinazione. Con i 50 miliardi regalati da Arlacchi i talebani afghani hanno comprato armi.

Quanto alla canapa indiana (hashish, marijuana), la stessa Agenzia Onu stima in quasi due milioni di ettari i campi coltivati in ben 120 paesi, con 144 milioni di consumatori. Commenta Franco Corleone, sotto-segretario alla Giustizia: “Arlacchi non perde occasione per glorificare le sorti della ‘guerra alla droga’ e soprattutto per attribuirsi i meriti di successi straordinari nel mondo intero. Ma in tutta Europa le politiche sulla droga si stanno indirizzando verso la depenalizzazione”. Marco Pannella accusa: “Un ex collaboratore russo-georgiano di Arlacchi è sospettato di avere avuto rapporti non chiari con la criminalità: era presente nello stesso albergo di Tbilisi nei giorni in cui si teneva una riunione della potentissima mafia georgiana”. Intanto, con una norma inserita alla chetichella nell’ultima finanziaria, l’Italia destina all’Agenzia Onu antidroga il 25 per cento dei beni confiscati ai mafiosi: una boccata d’ossigeno per l’Agenzia nel caso che gli altri paesi europei taglino i fondi.